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Corte Savella

San Pietro in Montorio

Palazzo Cenci
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Si racconta che i suoi fratelli
chiesero più volte udienza al papa per denunciare le violenze di
vostro padre.
Clemente VIII, vista l’influenza di mio padre e nonostante
conoscesse tutta la verità, punì i miei fratelli con l’esilio.
Quindi, lei e sua sorella
rimaneste sole a Palazzo con vostro padre?
In assenza dei miei fratelli fu più facile per mio padre
organizzare festini e quant’altro.
Dicono che lei fosse bellissima?
Beh in effetti vincevo i cuori di molti uomini, purtroppo,
compreso mio padre.
Ma sua sorella più grande riuscì a salvarsi?
Per interessamento del Papa fu inviata come sposa al nobile
Carlo Gabrielli della famiglia di Gubbio, riuscendo così a
liberarsi dalle attenzioni di mio padre.
Lui come reagì?
Sentendosi nell’occhio del ciclone decise di portarmi via da
Roma. Naturalmente non rinunciò alle sue pratiche sessuali.
Andammo nel possedimento della fortezza di Petrella vicino
L'Aquila.
Insieme a me c’era la sua seconda moglie Lucrezia Petroni.
Lucrezia, vedova e madre di tre figlie, era vittima anch’essa
dei soprusi del marito. Praticamente vivemmo segregate. Per
fortuna potevamo contare sull’aiuto del castellano Olimpio
Calvetti che si era follemente innamorato di me.
La storia racconta che lei si era innamorata appunto di
Olimpio, un plebeo…
Olimpio aveva una moglie e due bambini e lavorava per mio padre.
Olimpio mi ammirava, era innamorato di me, ma mai io avrei
potuto corrispondere quell’amore.
Lei assecondò suo padre?
Cosa altro potevo fare? Tentai comunque di far pervenire a Roma,
tramite persone di corte, una lettera dettagliata al Papa di
quello che succedeva nella fortezza. Non so se la lettera arrivò
oppure fu in qualche modo preventivamente stracciata. Sta di
fatto che il Papa non intervenne.
I continui soprusi la portarono così all'estrema decisione…
La decisione fu appoggiata da mio fratello Giacomo con l’aiuto
di due vassalli Marzio Catalano e appunto Olimpio Calvetti.
Tentammo dapprima con un finto rapimento, ma i due commessi
sbagliarono i tempi. L’idea era quella di simulare un rapimento
e poi ucciderlo a causa del ritardato pagamento del riscatto.
Quindi agiste durante il sonno?
Fu la sera del 9 settembre 1598. Riuscimmo con qualche
stratagemma a dare un po’ di oppio a mio padre. Cadde
immediatamente in un sonno profondo. Chiamammo poi Marzio e
Olimpo che con freddezza conficcarono una canna di sambuco nella
gola colpendo ripetutamente il cranio con un martello. Poi
avvolsero il corpo in un lenzuolo e lo gettarono da un balcone
nell’orto sottostante, in modo da far pensare ad una disgrazia.
La versione della caduta accidentale dal balcone risultò
credibile?
Il sopralluogo effettuato dagli inviati di papa Clemente VIII
mise in evidenza che non vi erano tracce di sangue sul terreno.
Si insospettirono e cominciarono ad interrogarci, ma noi tutti
confermammo la versione.
Stava andando tutto bene… tranne il particolare della
lavandaia…
Infatti, il giorno dopo avevo dato alla lavandaia il lenzuolo
sporco di sangue giustificandomi che la notte prima avevo avuto
il ciclo mestruale. Durante l’interrogatorio la lavandaia mise
in dubbio l’origine di quelle macchie….
Quindi i commissari del Papa si convinsero che non era stata
una banale disgrazia…
Gli indizi divennero prove finché Marzio Catalano confessò di
avere partecipato al delitto dichiarando che ero stata proprio
io a chiedergli di trovare qualcuno disposto ad uccidere mio
padre.
La situazione precipitò?
Venimmo arrestati, le testimonianze raccolte dai giudici erano
sufficienti per condannarci a morte. Ma la confessione era
indispensabile per ottenere la certezza della colpevolezza e per
la salvezza delle anime dei condannati. Ma sottoporci a tortura
non era possibile in quanto la nostra condizione sociale era di
alto rango per cui serviva un intervento diretto del Papa.
Il 5 agosto 1599 papa Clemente emanò il Motu proprio Quemadmodum
paterna clementia che dava piena facoltà al giudice di
sottoporci a tortura.
Poi cosa successe?
Giacomo, Bernardo vennero torturati nel carcere di Tordinona
mentre Lucrezia nella fortezza di Corte Savella. Nessuno
resistette alla tortura della corda, che consisteva nel tenere
appese le vittime dalle braccia. I miei fratelli si accusarono a
vicenda del delitto, mentre Lucrezia mi addossò tutta la
responsabilità, accusandomi di essere stata l’ispiratrice del
delitto.
Infine toccò a lei…
Mi contestarono le piene confessioni di Catalano e di Lucrezia,
negai di essere stata maltrattata e picchiata dal defunto padre,
negai la storia del veleno e negai anche di aver conosciuto
Marzio Catalano, nel disperato tentativo di allontanare da me i
sospetti di essere stata spinta dall’odio che nutrivo nei
confronti di mio padre.
Per convincerla a dire la verità furono condotti e torturati
davanti a lei sia Giacomo che Bernardo.
Naturalmente resistetti finché toccò anche a me la stessa sorte.
Fui legata e sollevata. Per un tempo interminabile e nonostante
le braccia slogate non uscì una parola dalla mia bocca finché
non mi appesero per i capelli.
La confessione non lasciava dubbi…
Già, anche se in nostra difesa si attivarono diversi principi e
cardinali per tentare almeno di farci scontare la pena in
prigione evitando così la condanna a morte.
Venerdì 10 settembre 1599 Clemente VIII ordinò l'esecuzione.
Mentre si allestiva il patibolo a Piazza Ponte Sant’Angelo il
nostro avvocato Prospero Farinacci riuscì a parlare con il Papa
e insistendo ottenne la grazia almeno per il quindicenne
Bernardo, che comunque fu costretto a pagare 400.000 franchi
entro un anno alla Santissima Trinità di Ponte Sisto.
Per voi più adulti non ci fu nulla da fare…
Già, a nulla servirono le testimonianze a nostro favore che
evidenziarono la brutalità di mio padre e i sospetti di ripetuto
incesto ai miei danni.
Eppure nella sentenza Francesco Cenci, la vittima, era
descritto come miserrimum patrem et infelicissimum maritum…
Sa cosa le dico? La nostra fu soltanto una pena esemplare
affinché altri non avessero a ripetere un simile atto. Per
giustificarla scrissero quelle menzogne.
11 settembre 1599 Ci racconta quella giornata?
La notizia dell'esecuzione mi giunse alle sei del mattino. Feci
subito testamento lasciando tutto in beneficenza. La processione
verso il patibolo partì dal carcere di Tor di Nona, dove era
rinchiuso Giacomo. Fu fatto passare lungo due file di persone
indemoniate che lo colpirono ripetutamente in quanto nella
sentenza era scritto chiaramente che Giacomo, figlio maschio e
assassino, fosse condannato ad essere menato sopra il carro per
Roma e condotto al luogo del supplizio mentre ferri infuocati
attanagliavano le sue carni.
E lei?
Il carro percorse via dell’Orso e via del Giglio, passò per
Sant’Apollinare, Pasquino, proseguì per il Palazzo della
Cancelleria. Entrato poi a piazza Farnese proseguì per via di
Santa Maria di Monserrato e si fermò davanti alle carceri di
Corte Savella dove venimmo prelevate io e Lucrezia. Ricordo
tanta gente, il corteo fece fatica a raggiungere la piazzetta di
Castel Sant’Angelo.
Ai lati del corteo si aprivano ali di folla che seguivano il
corteo dai balconi dei palazzi, dai cigli delle strade. Io
rimanevo in piedi, dritta e impassibile, stavo avviando
orgogliosa verso la morte, convinta di aver fatto soltanto
giustizia e di essere stata ingiustamente condannata.
Chi venne ucciso per primo?
Con noi c’era anche Bernardo che fu condannato ad assistere al
supplizio dei suoi familiari. La prima a salire sul patibolo fu
Lucrezia. Le venne tolto il mantello e rimase a petto nudo.
Perse i sensi e fu distesa sulla panca, pochi istanti e la
mannaia recise la testa.
Poi fu il mio turno, ricordo che mi sistemai i capelli per non
farmi toccare dal boia. Lanciai un urlo che credo si sentì fino
a San Pietro.
Dopo la sua decapitazione fu il turno di Giacomo…
Lui poverino subì un trattamento ancora più atroce. Colpi di
mazza gli sfondarono il cranio. Poi fu ridotto a brandelli, che
vennero appesi a dei ganci attorno alla piazza.
La storia la ricorda come donna coraggiosa.
So che molti hanno pianto la mia morte ed hanno sperato fino
all’ultimo nella grazie del Papa. In vita ero adorata da tutti,
naturalmente non solo per il coraggio dimostrato in quell’occasione.
Sa che ancora oggi i Romani visitano la sua tomba?
Mi fa piacere essere l’emblema della lotta contro quegli orrori.
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