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Madame, le sue origini?
Nasco agli inizi del
Novecento, nel 1907 a Poughkeepsie, in una cittadina vicino a New
York sulle rive dell’Hudson.
Chi era suo padre?
Mio padre Theodore era
un proprietario terriero e un inventore di origine tedesca. Fu lui
ad inocularmi il gene dell’Arte.
Era anche un discreto
fotografo…
Aveva un interesse
particolare per la fotografia e mi introdusse ai segreti della
ripesa e del laboratorio. Posai nuda per lui fin da bambina, ma
anche da adulta.
Perse sua madre molto presto, vero?
Ero
ancora una bambina, poco meno di 7 anni, e mio padre mi mandò a
vivere in casa di parenti. Qui iniziarono le mie disavventure. Venni
violentata da un ragazzo, amico di famiglia, e…
E… contrasse una brutta e noiosissima malattia.
Esatto,
la gonorrea. Al tempo non c'era la possibilità di curarla. Il medico
di famiglia mi prescrisse dei lavaggi interni molto dolorosi. Le mie
urla si sentivano per tutta la casa!
Trascorsa l’adolescenza suo padre decise di farle cambiare aria…
Studiai
teatro a Parigi ma poi tornai a New York.
A vent’anni è una bellissima ragazza, ricercata come modella.
Beh non
ero bellissima, avevo un viso dai tratti pronunciati, non
aristocratici, diciamo “bostoniani”!
Sì ok, ma Condé Nast, il fondatore di “Vogue” e “Vanity Fair”, ne
rimase affascinato!
Fu un
caso! Attraversavo una via di New York, quando lui in persona mi
notò e fece bloccare l’auto dal proprio autista. Mi affidò ad Edward
Steichen, il più noto ritrattista del tempo e così divenni una
modella di Vogue ricercata dai più grandi fotografi del tempo.
Per una foto di Steichen fu protagonista di una scandalo
commerciale, vero?
Era un
ritratto a figura intera e fu utilizzato per una pubblicità di
assorbenti. Era la prima volta che l'immagine di una donna veniva
associata ad un prodotto così intimo e le proteste dei moralisti non
passarono inosservate. All’inizio anch’io fui perplessa, ma oggi
sono fiera di aver contribuito ad abbattere un tabù tra i più
radicati nella società.
A 22 anni tornò in Europa…
Studiai
arte a Roma e Firenze, poi Parigi dove lavoravo come modella per
«Vogue» Francia. Frequentavo il mondo della moda e degli artisti,
partecipavo a mostre e in una di quelle occasioni incontrai Man Ray.
Ci racconti l’incontro…
Man era
già famoso come artista del surrealismo. Diventai in pochi giorni
allieva, assistente, musa ed amante. Lui aveva diciassette anni più
di me. Tra noi nacque non solo una storia d'amore, ma un appagante
sodalizio artistico. Le nostre menti insieme erano un vero e proprio
laboratorio di sperimentazione di estetica e d’arte a volte carica
di allusioni sessuali, come il “Nudo piegato in avanti”, ove la
schiena femminile assume contorni fallici.
Con lui, in modo del tutto casuale, scopre la solarizzazione…
Stavamo
lavorando in camera oscura quando per una mia sbadataggine accesi la
luce. La scia luminosa colpì la foto immersa nella vaschetta dei
liquidi. D’incanto l’immagine acquistò un contrasto molto intenso.

Quindi apprese le tecniche della fotografia?
Dopo tre
anni con Man feci il grande salto da modella a fotografa. Tornai a
New York e iniziai a scattare le mie prime foto di moda e ritratto.
Misi su uno studio tutto mio. Su Vogue iniziarono ad apparire le mie
prime foto e, caso raro se non unico, apparivo sia come modella che
come fotografa.
Bella e famosa… aveva una coda di artisti ai suoi piedi, ma poi
sposò il direttore generale del ministero delle Ferrovie, del
Telegrafo e dei Telefoni. Scelta bizzarra non trova?
Ero
sempre alla ricerca di nuove avventure. Conobbi Aziz Eloui Bey, un
ricco egiziano, e lo sposai nel ’34 e senza pensarci due volte
chiusi l’atelier, abbandonai ogni cosa e mi stabilii a Il Cairo.
Condussi una vita da perfetta signora borghese, riscoprii la
fotografia d’arte e reportage di viaggio immortalando scenari
suggestivi nel deserto e le rovine dell’antico Egitto.
Nel '37 la troviamo di nuovo a Parigi…
Ero in
vacanza ed incontrai il critico d’arte Roland Penrose, passammo
l'estate insieme. In quell’occasione Roland scattò la famosa foto
PIC NIC, immortalando oltre me, Picasso e Dora Maar, Man Ray con la
sua compagna. Noi donne a seno nudo, sedute al tavolo, mentre gli
uomini erano completamente vestiti.

Roland Penrose non fu solo una estemporanea conoscenza…
No,
diciamo un’amicizia intima. Iniziammo a lavorare insieme in Grecia e
Romania e piano piano quel sodalizio artistico divenne anche una
relazione d’amore.
Dopo quella parentesi egiziana, ricominciò a lavorare per Vogue…
Nel 1939
lasciai l'Egitto e mio marito e mi trasferii a Londra, ma stava
scoppiando la seconda guerra mondiale…
Cosa fece?
Malgrado
gli inviti del governo americano a rientrare in patria, chiesi di
essere mandata al fronte e diventai una fotografa di guerra seguendo
le truppe alleate. Finito il conflitto fotografai l'orrore di Dachau
e Buchenwald, entrai nelle prigioni della gestapo immortalando i
sopravvissuti.
Fu la prima donna fotografa ad entrare a Dachau, vero?
C’è
sempre una forte dose di fortuna… ma fu una grandissima
soddisfazione professionale testimoniare sulle patinate e dorate
pagine della rivista immagini agghiaccianti d'inferno, terrore e
morte. Lavorai in team con David Scherman, fotoreporter di “Life”.
Lui mi fotografò a Monaco davanti a pesanti scarponi di guerra
mentre mi lavavo nella vasca del bagno privato di Hitler. E poi
realizzammo reportage nella Londra post bombardamenti e nella Parigi
Liberata.
Dopo il conflitto cosa fece?
Girai per
l’Europa, vissi in Austria, Ungheria e Renania… Giravo molto ma ero
sola, soffrivo d'insonnia e purtroppo caddi nell’alcol.
Di nuovo… il ritratto
Ero ben
inserita nell’ambiente e feci ritratti a Charlie Chaplin, Magritte e
Picasso, oltre che a Man Ray, e moltissime altre icone della
cultura, dell'arte e dello spettacolo di quel periodo.
La sua fotografia risultava sempre raffinata ed eterea, ma
soprattutto originale…
Catturavo
la realtà in modo del tutto personale cercando di mettere in
evidenza il lato più inatteso e destabilizzante.
Decise di tornare da Penrose….
In nome
della nostra meravigliosa storia d’amore lui mi accolse con
entusiasmo come ai vecchi tempi. Finalmente divorziai da mio marito.
Rimasi incinta, ma non ero più giovanissima ed a quarant'anni, a
quei tempi, la mia fu una gravidanza a rischio. Ero impaurita, ma
andò tutto bene.
Dopo la gravidanza anche il matrimonio …
Sì,
sposai Roland e andammo a vivere insieme nel Sussex. Condussi una
vita ritirata prendendomi cura di mio figlio Antony. Mi dedicavo
prevalentemente alla cucina, divenni bravissima a fare dolci di ogni
tipo. Inventavo ricette particolari, le scrivevo per settimanali
femminili e pensi che vinsi addirittura un premio internazionale di
cucina.
Continuò a fotografare?
Ricevevo
ospiti e li fotografavo nelle posizioni e atteggiamenti più
impensabili, ma una mattina svegliandomi mi accorsi che il
Surrealismo era finito.

L’alcol non l’abbandonò più, consolante e maligno l’accompagnò
durante tutta la sua depressione fino al 1977…… Lee, spirito libero
e anticonformista, traboccante di talento, con una vita ricchissima
di avvenimenti e di incontri, ma profondamente e intensamente segnata
e sofferta, muore di cancro nel 1977 a Farley Farm House, nella sua
casa nel Sussex, comprata nel 1949 insieme a Penrose.
Diceva di se stessa: "Sembravo un
angelo fuori. Mi vedevano così. Ero un demonio, invece, dentro. Ho
conosciuto tutto il dolore del mondo fin da bambina." Ed ancora: "Ci
sono
vite che sono romanzi, anche la mia è stata “un fradicio rompicapo,
le cui tessere ubriache non combaciano per forma né scopo”.

L'INTERVISTA E' A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
E REALIZZATA GRAZIE A:
www.enciclopediadelledonne.it
www.albumdiadele.it
http://photofinish.blogosfere.it
www.scuderiequirinale.it
L’archivio fotografico di Lee Miller:
www.leemiller.co.uk/index.aspx

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