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Cosimo ha un
diavolo per capello, un suo collaboratore si è fatto scoprire
durante un appostamento. “Quel coglione è caduto da un
albero! Ma dico io si può essere più scemi?” Chiama
ripetutamente l’ospedale e il posto di polizia. Dal viva voce
lo avvertono che è mal ridotto, sicuramente fratture scomposte
all’altezza della scapola sinistra. “Peggio, cazzo, tutte
e due le scapole si doveva rompere. Deficiente!”
“Dai Cosimo, poverino, chissà quanto soffre!” Tento
un’improbabile difesa.
“Ma sono io poverino! Sai quanto mi costa questo scherzetto?
Lo sai? Ventimila euro andati in fumo.”
“Vabbè forse è meglio che vada!”
“No scusami, resta, ora mi passa! Pensare che era un lavoretto
semplice. Due foto ed era fatta! Ormai è andata. Tu che vuoi
invece?
“Ma veramente…”
“Dai spara sanguisuga!”
“La belva di San Gregorio”
“Guarda che mica mi posso ricordare tutto, quella è una storia
di più di 60 anni fa!”
“Mi dici come è andata?”
“Aspetta fammi almeno prendere la cartella!”
Si alza e comincia a rovistare il quel disordine di carte,
libri, riviste, giornali. Ha i pantaloni sbottonati e la
camicia di fuori. Rido. Certo che chi non lo conosce non gli
darebbe il minimo credito. Soffia sul mucchio di carte, una
nuvola di polvere mi invade i polmoni.
“Quando scoppia il caso?”
"Era una mattina umida e fredda del 30 novembre 1946. Milano.
Via San Gregorio 40. La commessa del negozio di stoffe di
Giuseppe Ricciardi, come tutte le mattine, bussa invano alla
porta dell’abitazione del titolare per farsi consegnare dalla
moglie le chiavi del negozio. Non ottenendo risposta e visto
che la porta era socchiusa si introdusse nell’appartamento."
"E cosa scoprì?"
"Mancò poco che svenisse! Avvolti in un lago di sangue vide la
moglie di Ricciardi ed uno dei figli riversi sul pavimento.
Scappò immediatamente chiedendo aiuto in strada. Gridava che
c’erano due cadaveri…"
"…Ma in realtà erano quattro?"
"Infatti, quando arrivò la polizia vide i corpi senza vita
della donna e dei suoi tre figli: Giovanni e Giuseppina, di
sette e cinque anni, e Antonio, di soli dieci mesi.
Un cronista del Corriere della sera presente sul posto riportò
un inquietante indizio: sul pavimento era stata trovata una
fotografia stracciata che ritraeva i coniugi Ricciardi il
giorno delle nozze. Subito venne avanzata l’ipotesi di un
delitto a scopo passionale."
"Quindi niente rapina?"
"L’assassino era sicuramente un conoscente in quanto la
vittima oltre ad avergli aperto la porta le aveva offerto del
liquore. Furono trovati infatti tre bicchierini sporchi sulla
tavola. Anzi a questo punto gli assassini potevano essere due.
La scena del delitto si presentava come una vera e propria
vendetta. Qualunque rapinatore avrebbe quantomeno risparmiato
il più piccolo dei figli, che mai avrebbe potuto testimoniare
data la tenera età. Altro particolare fondamentale per le
indagini fu la scoperta di una ciocca di capelli lunghi neri
che la vittima stringeva nel pugno chiuso. Quindi gli
inquirenti si convinsero che doveva esserci di mezzo una
donna."
"Scusa Cosimo, ma il marito dov’era?"
"Giuseppe Ricciardi si trovava a Prato per motivi di lavoro.
L’ipotesi che si trattava di un delitto passionale si faceva
strada man mano che la polizia indagava sul passato di
Giuseppe Ricciardi."
"Cosa scoprì nel suo passato?"
"Ricciardi, commerciante siciliano di stoffe, approdò a Milano
in fuga da Catania occupata dagli americani. Si era stabilito
in via San Gregorio, una delle vie popolari costruite sulle
macerie del Lazzaretto.
Qui conduceva una vita praticamente da scapolo. Le indagini
confermarono quanto si diceva in giro: Ricciardi tradiva la
moglie, rimasta a Catania, con frequenti scappatelle. Durante
queste indagini ricorreva spesso il nome di un ex commessa del
negozio di stoffe."
"Rita Fort?"
"Già. La loro relazione sentimentale era di dominio pubblico,
tanto che la moglie, venuta a conoscenza della cosa, decise di
trasferirsi insieme ai figli in pianta stabile a Milano e
obbligò il marito a licenziare la bella commessa. Poi tutto
tornò alla normalità. La coppia ebbe un altro figlio ed era in
attesa di un quarto."
"Quindi abbiamo trovato l’assassina e il movente?"
"Caterina Fort, per tutti Rina, in un colpo solo avevo perso
l’amante e il lavoro e, per la polizia non c’erano dubbi.
Venne immediatamente arrestata. Durante le oltre cento ore di
interrogatorio Rina confessò e ritrattò più volte. Raccontò
comunque di essere stata l’amante del Ricciardi, quando questi
era solo a Milano. Avevano anche convissuto, a partire dal
settembre 1945. Poi con la salita della moglie tutto era
terminato."
"Dell’omicidio, ovviamente, non sapeva nulla?"
"Ripeto dopo cento ore e più crollò. Stremata ed affamata,
umiliata e minacciata si decise a confessare solo parzialmente
dove il suo ruolo si riduceva a complice, con l’incarico
marginale di accompagnare l’assassino fino alla casa della
vittima, e di convincere la moglie di Ricciardi ad aprire la
porta. Fece il nome di Carmelo Zappulla, esecutore materiale,
e soprattutto indicò in Giuseppe Ricciardi il mandante degli
omicidi."
"Che interesse aveva il Ricciardi ad uccidere la moglie?"
"Voleva liberarsi della moglie o comunque spaventarla e farla
tornare in Sicilia. Nel corso della confessione modificò la
sua deposizione: gli affari al negozio andavano parecchio
male, e i creditori non intendevano più aspettare. Allora
Ricciardi aveva convinto lei e Carmelo ad andare
nell’appartamento per inscenare una rapina. Lui, nel
frattempo, si sarebbe tenuto per un po’ lontano da Milano,
giusto per crearsi un alibi."
"Colpo di scena! Fu creduta?"
"I due vengono arrestati e condotti a San Vittore. Rimasero in
carcere per un anno e mezzo per poi uscirne senza nessun
addebito di colpa."
"Come andarono gli interrogatori dei due?"
"Ricciardi continuava a ripetere che era una pazza isterica.
In effetti aveva avuto tantissimi problemi anche psicologici.
Seviziata dal primo marito poi finito in manicomio era venuta
in città per fare la cameriera ma era stata oggetto di ricatti
sessuali dal suo datore di lavoro. Secondo il Ricciardi, la
Fort non aveva sopportato di essere stata scaricata anche da
lui e si era voluta tremendamente vendicare sulla moglie e i
figli."
"E la posizione Rina Fort?"
"Fu l’unica imputata del processo che si svolse nel gennaio
del 1950. Quando entrò nella sala dell’udienza la gente
assiepata chiese a gran voce la pena di morte.
Durante il processo la donna inceppò in numerose
contraddizioni fino ad ammettere la sua colpevolezza, ma
continuando a sostenere il coinvolgimento dei due complici."
"Cosa disse?"
"Disse che mentre rincasava fu avvicinata da Carmelo. Lui è
offrì una sigaretta probabilmente drogata in quanto avverì
immediatamente un senso di stordimento così forte da seguire
Carmelo, che la condusse nell’appartamento. Da quel momento
naturalmente non ricordava nulla."
"Fu credibile?"
"Assolutamente no! Pensa che durante il riconoscimento del
complice la Fort invece di indicare Carmelo additò con
convinzione niente meno che uno dei poliziotti!"
"La sentenza?"
"Canterina Fort era colpevole di omicidio volontario nei
confronti della signora Franca e dei piccoli Giovanni,
Giuseppina, Antonio, e di simulazione di reato per quanto
riguardava la rapina e di calunnia a danno di Carmelo Zappulla.
La condanna fu l’ergastolo con isolamento diurno per sei mesi,
interdizione perpetua dai pubblici uffici e interdizione
legale. In separato giudizio civile sarebbero poi state
valutate le spese per i risarcimento danni. La condanna fu poi
confermata in Appello e in Cassazione."
"Ma lei non confermò mai il pieno conivolgimento?"
"Dal carcere di Perugia scrisse molte lettere al suo avvocato.
Tra le tante frasi, forse la più inquietante fu: “Non è la
quantità della pena che mi spaventa. C’è una parte del delitto
che non ho commesso e non voglio”."
"Rimase per sempre in carcere?"
"No, nel ’75 ottenne la grazia per buona condotta, dopo aver
scontato 28 di carcere. Uscì pochi mesi dopo la morte di
Ricciardi, si cambiò nome in Caterina Benedet e andò a vivere
a Firenze. Morì di infarto nel marzo del ‘88, portandosi
dietro la sua versione dei fatti mai creduta. La sua ostinata
ed ultima versione fu sempre quella di aver agito sotto la
spinta materiale e morale di un complice del Ricciardi."
L'INTERVISTA E' STATA REALIZZATA GRAZIE A:
www.storiadimilano.it
www.corriere.it
www.poliziastato.it
www.crimine.net
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