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Le AutoInterviste

STORIA DI UNA DONNA ROMANTICA

Rina Fort
La belva di Via San Gregorio
Il 29 novembre 1946 all’ora di cena la «belva» di via San Gregorio perde
amante e lavoro, si vendica con una strage. E poi un mistero, irrisolto

 

 

 

 


 

Adamo ha un diavolo per capello, un suo collaboratore si è fatto scoprire durante un appostamento. “Quel coglione è caduto da un albero! Ma dico io si può essere più scemi?” Chiama ripetutamente l’ospedale e il posto di polizia. Dal viva voce lo avvertono che è mal ridotto, sicuramente fratture scomposte all’altezza della scapola sinistra. “Peggio, cavolo, tutte e due le scapole si doveva rompere. Deficiente!”

“Dai Adamo, poverino, chissà quanto soffre!” Tento un’improbabile difesa.
“Ma sono io poverino! Sai quanto mi costa questo scherzetto? Lo sai? Ventimila euro andati in fumo.”

“Vabbè forse è meglio che vada!”
“No scusami, resta, ora mi passa! Pensare che era un lavoretto semplice. Due foto ed era fatta! Ormai è andata. Tu che vuoi invece?

“Ma veramente…”
“Dai spara sanguisuga!”

“La belva di San Gregorio”
“Guarda che mica mi posso ricordare tutto, quella è una storia di più di 60 anni fa!”

“Mi dici come è andata?”
“Aspetta fammi almeno prendere la cartella!”

Si alza e comincia a rovistare il quel disordine di carte, libri, riviste, giornali. Ha i pantaloni sbottonati e la camicia di fuori. Rido. Certo che chi non lo conosce non gli darebbe il minimo credito. Soffia sul mucchio di carte, una nuvola di polvere mi invade i polmoni.

“Quando scoppia il caso?”
"Era una mattina umida e fredda del 30 novembre 1946. Milano. Via San Gregorio 40. La commessa del negozio di stoffe di Giuseppe Ricciardi, come tutte le mattine, bussa invano alla porta dell’abitazione del titolare per farsi consegnare dalla moglie le chiavi del negozio. Non ottenendo risposta e visto che la porta era socchiusa si introdusse nell’appartamento."

"E cosa scoprì?"
"Mancò poco che svenisse! Avvolti in un lago di sangue vide la moglie di Ricciardi ed uno dei figli riversi sul pavimento. Scappò immediatamente chiedendo aiuto in strada. Gridava che c’erano due cadaveri…"

"…Ma in realtà erano quattro?"
"Infatti, quando arrivò la polizia vide i corpi senza vita della donna e dei suoi tre figli: Giovanni e Giuseppina, di sette e cinque anni, e Antonio, di soli dieci mesi.
Un cronista del Corriere della sera presente sul posto riportò un inquietante indizio: sul pavimento era stata trovata una fotografia stracciata che ritraeva i coniugi Ricciardi il giorno delle nozze. Subito venne avanzata l’ipotesi di un delitto a scopo passionale."

"Quindi niente rapina?"
"L’assassino era sicuramente un conoscente in quanto la vittima oltre ad avergli aperto la porta le aveva offerto del liquore. Furono trovati infatti tre bicchierini sporchi sulla tavola. Anzi a questo punto gli assassini potevano essere due. La scena del delitto si presentava come una vera e propria vendetta. Qualunque rapinatore avrebbe quantomeno risparmiato il più piccolo dei figli, che mai avrebbe potuto testimoniare data la tenera età. Altro particolare fondamentale per le indagini fu la scoperta di una ciocca di capelli lunghi neri che la vittima stringeva nel pugno chiuso. Quindi gli inquirenti si convinsero che doveva esserci di mezzo una donna."

"Scusa, ma il marito dov’era?"
"Giuseppe Ricciardi si trovava a Prato per motivi di lavoro. L’ipotesi che si trattava di un delitto passionale si faceva strada man mano che la polizia indagava sul passato di Giuseppe Ricciardi."

"Cosa scoprì nel suo passato?"
"Ricciardi, commerciante siciliano di stoffe, approdò a Milano in fuga da Catania occupata dagli americani. Si era stabilito in via San Gregorio, una delle vie popolari costruite sulle macerie del Lazzaretto.
Qui conduceva una vita praticamente da scapolo. Le indagini confermarono quanto si diceva in giro: Ricciardi tradiva la moglie, rimasta a Catania, con frequenti scappatelle. Durante queste indagini ricorreva spesso il nome di un ex commessa del negozio di stoffe."

"Rita Fort?"
"Già. La loro relazione sentimentale era di dominio pubblico, tanto che la moglie, venuta a conoscenza della cosa, decise di trasferirsi insieme ai figli in pianta stabile a Milano e obbligò il marito a licenziare la bella commessa. Poi tutto tornò alla normalità. La coppia ebbe un altro figlio ed era in attesa di un quarto."

"Quindi abbiamo trovato l’assassina e il movente?"
"Caterina Fort, per tutti Rina, in un colpo solo avevo perso l’amante e il lavoro e, per la polizia non c’erano dubbi. Venne immediatamente arrestata. Durante le oltre cento ore di interrogatorio Rina confessò e ritrattò più volte. Raccontò comunque di essere stata l’amante del Ricciardi, quando questi era solo a Milano. Avevano anche convissuto, a partire dal settembre 1945. Poi con la salita della moglie tutto era terminato."


"Dell’omicidio, ovviamente, non sapeva nulla?"
"Ripeto dopo cento ore e più crollò. Stremata ed affamata, umiliata e minacciata si decise a confessare solo parzialmente dove il suo ruolo si riduceva a complice, con l’incarico marginale di accompagnare l’assassino fino alla casa della vittima, e di convincere la moglie di Ricciardi ad aprire la porta. Fece il nome di Carmelo Zappulla, esecutore materiale, e soprattutto indicò in Giuseppe Ricciardi il mandante degli omicidi."

"Che interesse aveva il Ricciardi ad uccidere la moglie?"
"Voleva liberarsi della moglie o comunque spaventarla e farla tornare in Sicilia. Nel corso della confessione modificò la sua deposizione: gli affari al negozio andavano parecchio male, e i creditori non intendevano più aspettare. Allora Ricciardi aveva convinto lei e Carmelo ad andare nell’appartamento per inscenare una rapina. Lui, nel frattempo, si sarebbe tenuto per un po’ lontano da Milano, giusto per crearsi un alibi."

"Colpo di scena! Fu creduta?"
"I due vengono arrestati e condotti a San Vittore. Rimasero in carcere per un anno e mezzo per poi uscirne senza nessun addebito di colpa."

"Come andarono gli interrogatori dei due?"
"Ricciardi continuava a ripetere che era una pazza isterica. In effetti aveva avuto tantissimi problemi anche psicologici. Seviziata dal primo marito poi finito in manicomio era venuta in città per fare la cameriera ma era stata oggetto di ricatti sessuali dal suo datore di lavoro. Secondo il Ricciardi, la Fort non aveva sopportato di essere stata scaricata anche da lui e si era voluta tremendamente vendicare sulla moglie e i figli."

"E la posizione Rina Fort?"
"Fu l’unica imputata del processo che si svolse nel gennaio del 1950. Quando entrò nella sala dell’udienza la gente assiepata chiese a gran voce la pena di morte.
Durante il processo la donna inceppò in numerose contraddizioni fino ad ammettere la sua colpevolezza, ma continuando a sostenere il coinvolgimento dei due complici."

"Cosa disse?"
"Disse che mentre rincasava fu avvicinata da Carmelo. Lui è offrì una sigaretta probabilmente drogata in quanto avverì immediatamente un senso di stordimento così forte da seguire Carmelo, che la condusse nell’appartamento. Da quel momento naturalmente non ricordava nulla."

"Fu credibile?"
"Assolutamente no! Pensa che durante il riconoscimento del complice la Fort invece di indicare Carmelo additò con convinzione niente meno che uno dei poliziotti!"

"La sentenza?"
"Canterina Fort era colpevole di omicidio volontario nei confronti della signora Franca e dei piccoli Giovanni, Giuseppina, Antonio, e di simulazione di reato per quanto riguardava la rapina e di calunnia a danno di Carmelo Zappulla. La condanna fu l’ergastolo con isolamento diurno per sei mesi, interdizione perpetua dai pubblici uffici e interdizione legale. In separato giudizio civile sarebbero poi state valutate le spese per i risarcimento danni. La condanna fu poi confermata in Appello e in Cassazione."

"Ma lei non confermò mai il pieno conivolgimento?"
"Dal carcere di Perugia scrisse molte lettere al suo avvocato. Tra le tante frasi, forse la più inquietante fu: “Non è la quantità della pena che mi spaventa. C’è una parte del delitto che non ho commesso e non voglio”."


"Rimase per sempre in carcere?"
"No, nel ’75 ottenne la grazia per buona condotta, dopo aver scontato 28 di carcere. Uscì pochi mesi dopo la morte di Ricciardi, si cambiò nome in Caterina Benedet e andò a vivere a Firenze. Morì di infarto nel marzo del ‘88, portandosi dietro la sua versione dei fatti mai creduta. La sua ostinata ed ultima versione fu sempre quella di aver agito sotto la spinta materiale e morale di un complice del Ricciardi."

 





 

L'INTERVISTA E' A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
REALIZZATA GRAZIE A:

www.storiadimilano.it
www.corriere.it
www.poliziastato.it
www.crimine.net

 

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