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Il buio mi distendeva la
mente, anche se in mezzo a quella via avevo tanto, troppo freddo. Quelle
maestose tenebre,avevano come unici lumi dei glabri e pallidi lampioni,
che permettevano alle pozzanghere di riflettere la mia immagine di ragazza
in trecce e jeans.
Le persone che si imbattevano nel mio triste sguardo mi ripetevano che, a
ventuno anni il mondo doveva sembrarmi meraviglioso. Ero forte, perché le
sberle avevano indurito la mia pelle, intuitiva, perché dopo aver
conosciuto il male, lo riconoscevo anche se mascherato. Il mio dolce sesso
era ancora intatto, e godevo solo di ciò che riuscivo a fare con le mie
graziose manine.Gli uomini non capivano la mia freddezza, e mi
consideravano una streghetta strana ed inavvicinabile. Cosa potevano
capire di me quegli stolti esseri, che volevano succhiarmi l’anima senza
domandarsi se ancora ne possedevo una? La mia mente elaborava lussuriose
fantasie, in cui io, timido angioletto, ero al centro di ogni desiderio
che ossessiona un uomo, e lo soddisfacevo.
Mentre camminavo,osservai la luna con invidia, perché lei riusciva ancora
a sopportare la supremazia del sole.
Ai miei sodi seni era capitata una lingua bramosa e poco astuta, e da
allora, avevo cominciato a detestare le bocche, anche se chiuse. Arrivai
dal mio mago estasiata dall’amore ma spaventata dai suoi torbidi occhi. La
cosa che più lo eccitava, era la mia purezza associata alla mia
pazzia,ebbene si:ero e sono folle, selvaggia ed inaffidabile. Scappavo e
lasciavo dietro alla mia stravagante figura una scia di dubbi e ricordi.
Quando mi trovai di fronte al suo massiccio corpo pensai che, donare una
rosa speciale a chi non conosceva i fiori sarebbe stato imperdonabile,
quindi promisi altre delizie. Provai le dita nel suo eretto e mi eccitò
moltissimo quella frusta che si lasciava dominare da me. Stretta al suo
busto mi sentivo protetta come una bambina, anche se sapevo che,la mia
infanzia se ne era andata il giorno in cui avevo capito che l’avrei
rimpianta.
Dopo aver goduto delle sue carezze, andavo a casa, e dentro le mie
rassicuranti lenzuola, stimolavo la mia gemma. Da ragazzina avevo imparato
a controllare le lacrime, perché altrimenti ne avrei sparse troppe, a
resistere alla povertà, perché era ormai quotidiana, ma i sensi faticavano
a diventare marmorei come li volevo.
Ho come maestra una sensuale regina, che spesso mi stringe le mani, e mi
prega di non perdere la corona che ha conquistato per me. E stanca e
delusa, pensosa ed impaurita ma finalmente padrona di se. Dopo le sue
parole il mio principe azzurro si tramutò in scaltro orco che voleva
manipolare i miei sogni. Se mi fossi trovata nuovamente nel macabro
castello, avrei tirato fuori la vera essenza di me, la guerriera che si
nasconde dietro le mie tenere gote.
Voglio assaporare ogni frutto partorito dalla vita, ed ogni aspetto che
vive in me. Mostrare pelle e peli ora che profumano di nuovo, aprire i
miei petali a chi saprà vederli sbocciare. La mia esistenza sarà un film,
dove il regista sarò io, e lo riempirò di potenti vibrazioni che non mi
stancherò mai di vedere. Riuscirò a volare anche quando la nebbia mi sarà
nemica, perché gli occhi saranno inutili e mi guiderà la mente. Sarò
spietata e gentile, innamorata e diffidente, superba e mite. Nelle mie
raffinate calze di pizzo troverai conforto, sfiorerai i miei capelli senza
scioglierli, ti illuderai di avermi avuta ma io sarò già lontana. |
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