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Il
suono sempre uguale della pala sul soffitto l’accompagnava dolcemente nel
suo dormiveglia, a momenti lo stridore dei pneumatici la risvegliava quasi
del tutto e a momenti il rollio dell’aria molle sulle lenzuola la cullava
abbandonandola di nuovo nel suo sonno.
Le pareva di non essersi mai sentita così calma e protetta, sentiva il suo
respiro regolare e la morbidezza accogliente del cuscino, ma non riusciva
a capire cosa rendesse così surreale quella sensazione di dolcezza. Si
pensava avvolta nella leggerezza della seta, si strofinava sotto le
lenzuola, piegava le lunghe gambe e le tendeva, reclinava di lato e quasi
arcuando la schiena allentava ancor di più quello stato di grazia.
Non esisteva altro luogo in quel momento dove avrebbe voluto trovarsi.
Si racchiuse ulteriormente su di sé e abbassò la testa, nascondendo il
viso sotto la chioma libera e folta, nell’incavo ravvicinato delle
braccia. Trovava conforto così rannicchiata, sfuggita alla luce della
persiana a volte così perseverante da riuscire a raggiungerla, persino lì,
dove lei si sarebbe detta comodamente indisturbata.
Ma il sole doveva già essere alto, e caldo, caldissimo, era in effetti
riuscito a spuntarla sul letto, abbattendo il suo scarso tentativo di
difesa ora lei ne sentiva il caldo abbraccio, la persistente presenza, il
tocco a cui non poteva negarsi ma d’altronde né l’avrebbe voluto. Lei
ancora addormentata, così lontana da se stessa, si sentiva sciogliere
sotto quella carezza incontrollata.
Lasciò che il suo corpo vi cedesse, si deliziò di quel contatto fino a non
distinguerne il contorno, ne seguì il decorso impedendo alla sua mente di
movimentarsi troppo, si abbandonò e basta, restando immobile,
avvinghiandosi a quel sortilegio prima che sparisse, si aprì e si preparò
a quel calore che con tanta cura, generoso, la infiammava così a fondo
sedandole la carne al tempo stesso.
Il lenzuolo le scivolò di dosso, lei si sentì nuda come sapeva d’essere,
ferma e rovesciata su un fianco, le gambe lievemente discoste, le braccia
a coprirle il volto. Avrebbe detto bruciante ora quella carezza
ininterrotta, se ne sentiva salita dalla curva dolce dei talloni all’oro
degli anelli che le cerchiavano le caviglie, almeno fino a che la vampa
non le fasciò le gambe interamente, indugiando sostenuta nel solco dietro
le ginocchia dove la pelle più sottile sensibilmente si turbava,
scaldandosi ad avvolgerla, con un’intensità variabile che senza cedimenti
le si insinuava tra le cosce.
Un palmo di fuoco sentì le infiammava la fessura lì sporgente.
Lei sospirò, forse gemette pensò poi.
Una mano le si scostò dal viso e la fronte le parve accaldata, il lieve
movimento d’aria nella stanza la sfiorava freddo, più freddo di quanto
fosse, per via delle piccole perle di sudore che la calura estiva aveva
fatto emergere. La sua mano vagava alla deriva sul suo corpo, cercava di
raggiungere qualcosa e si arrestava solo quando le sue dita si imbattevano
in asperità e in reazioni promettenti, sui promontori dorati dal sole,
sulle discese facili da cui cadere ma da cui la vita risaliva i fianchi, i
quali invece la precipitavano giù, più in basso, ogni volta che vi si
avvicinava, finché trovarono quello stelo animato che insisteva a farla
impazzire seppure restasse piccolo e solitario.
Ne fu certa, gemette, alla cadenza perfetta e conosciuta del suo medio fra
le labbra.
Cominciò a compiere piccoli cerchi, il dito si tuffava e riemergeva
sembrando esausto, sostava per qualche tempo lungo il bordo e poi
ricominciava con maggiore carica e prontezza. Andava e veniva, il dito si
mostrava e la schiudeva, vivida, sotto il sole che lì batteva ancora.
Lei sentiva lo splendore della sua lucentezza, credendosi circondata da
una moltitudine d’occhi sulle mura.
Finché una mano si posò improvvisamente sulla sua e a lei quasi mancò di
respirare, paralizzata sotto quella pressione inaspettata che non la
toccava ma con fermezza la comprimeva, avidamente, contraendola con una
lussuria tale che la sopraffece.
Quando si ritrovò di nuovo sola, desta, eppure appena conscia del suo
corpo, non avrebbe saputo dire cosa davvero fosse accaduto.
Non si voltò all’immaginata appartenenza di quella mano, restò invece ad
aspettare… quello che avvenne dopo.
Lei lo desiderava talmente…
(A Michael)
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