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Era accecante quel raggio al risveglio, un brillare
improvviso d’un giorno d’estate nel buio d’inverno, era opprimente quel
vano, un gareggiare di fumi che sfiancava i contorni alle ore, che sfocava
sui muri diventati giallastri. Era sghemba la sedia, brunita da un fuoco
di un tempo passato, era d’un legno scheggiato che sfibrava in nuda
corteccia come in cerca di scampo da una brace sopita che ambigua era
parsa eccitata in un risveglio di fiamma e, stava accentrata la sedia alla
stanza che, costretta di lacci, mi premeva sugli arti, mi formicolava sui
piedi che come immobili bimbi nel gelo quasi più non sentivo. E non era
quel freddo che fitto attaccava pungendo la pelle, né quel rumore sordo di
strada che fuori, dove il vento soffiava, s’apriva in un buco di suono
sperdendosi al vuoto, né quella posa rigida e fissa era una spinta che
smaniava alla fuga come farebbe un rapace dentro una gabbia, che amante
del cielo, avesse avuto le ali tagliate e un cappuccio sugli occhi, ma era
solo davvero il dolore che mi toccava, che mi stringeva, che mi sentiva
più vicina alla vita.
Ed era chiamando il tuo nome, che a destra e a sinistra
giravo e rigiravo la testa cercando una faccia, una mano, una voce; era
scacciando dagli occhi quel sonno, liberando la mente dal dubbio che a
destra e a sinistra muovevo e smuovevo la sedia scomposta in pretesa d’un
segno, d’una muta presenza che, da sola, volevo a godere nel guardare la
scena. E giravo e muovevo, che ad ogni piccola mossa, saliva precisa una
morsa alla guancia, tirava una stretta di sale e saliva, una striscia
rappresa di glassa e vaniglia che il gelo sfrangiava in fragili fogli, un
liquore che la lingua scioglieva sui denti come un latte condensato di
notte, in quella notte appena trascorsa che in una scia aveva lasciato la
voglia, la domanda sul nome a cui dovevo quello sbafo di crema, io che
ricordavo una notte soltanto d’eccesso di sesso tra Angela e me.
E chissà poi, pensavo, quale peso portavo che la tua mente
sgravava, quale colpa tenevo che il mio corpo penava e chiamavo e chiamavo
senza avere risposta, senza che la mia mente in aperta carrozza ormai
tenesse più le redini in corsa di una ragione avvinghiata alla folla
affrettata di mille promesse, a quelle follie riversate e perverse che un
amore, un amante imprevedibile mente. E pensavo che sapevo di ritrovarmi
da sola, che solo sentivo una ventola lenta come un caldo respiro nel fumo
disperso che saliva e a fatica scendeva, che spirava e in aria esalava
come un velo d’ovatta nel freddo che fermo la pelle opprimeva, sotto quel
fascio di luce che come una spada era pronto all’offesa sulla carne mia
nuda. E intanto che un dolore schiacciava le tempie come se avessi battuto
la testa, come se dentro si preparasse una guerra, una miscela d’alcol e
droga s’innescasse ad oltranza, solo ancora restava una notte tra Angela e
me ancorata al ricordo come un naufrago a una falsa speranza su un atollo
deserto, solo appena un qualcuno muoveva nascosto nell’ombra, in quel
corridoio fumoso che una porta sul fondo apriva all’ignoto, un qualcuno
che era rimasto immobile ore a osservare la scena d’un nome gridato più
volte, pregato di dare colore a un perché ripetuto con l’anima e il cuore.
Così aspettavo e ascoltavo quel movimento di passo tra il
corridoio e la stanza, stendevo le pieghe spremute dall’ansia e così come,
distruggendo una diga, la corrente dal fondo tutto prende e travolge, così
quella tensione convulsa da dentro flagrava un’accorata passione,
scalciava stravolta una voglia sublime. E mi piaceva plagiare il pensiero,
pregare la resa, finché non presero forma e misura le braccia, la voce ed
il sesso violaceo di un uomo, d’un animale avvolto nel cuoio, in evidente
delirio. Mi avevi ceduto come si fa con un’auto usata che ancora bene è
capace di tirare i cavalli, che è bella e rodata alla grande, mi avevi
umiliato piegandomi a un altro senza neanche guardarmi negli occhi, senza
darmi nemmeno il diritto di concedermi almeno il consenso. Ti avevo
tradito, credevi.
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