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Sento
che s’avvampa l’aria quando il suo respiro è nella stanza, lo spazio
intorno sento si fa più stretto e caldo; sento che s’incendia il sangue al
suo cammino mentre mi viene incontro. Riarsa nei suoi occhi scuri sento
dell’autunno crepitare il legno e della foglia lo sgretolarsi lento,
prorompente, senza scampo, tra le conifere e sugli arbusti d’ogni bosco.
Quando il mio sguardo fonde dentro il suo, tra le indomabili colate, sento
il fuoco delle viscere che infuria, mentre sotto inarrestabili sorgenti la
fiamma si alimenta e si scatena; sento il fuoco dei crateri che sul fondo
mi attraversa come un pianto, inesauribile, come una marea incalcolata.
Sento
il fuoco soffocante neanche fosse il giorno del giudizio, al libero
passaggio del demonio; sento il fuoco che dilaga tra le valli, quando
avviluppa la mia terra, e plasmato con vendetta di nascosto porta con sé
l’incontenibile irruenza della strage: è il fuoco insonne della notte,
quando infiammato sottopelle, mai placato, fluisce in forma di veleno e
spacca inerme anche la roccia a precipizio. E’ come un urlo spaventoso che
confonde, mi travolge, è ineluttabilmente risonante ogni volta che
m’adombra col suo passo, è come se mi si appiccasse l’anima al suo tocco,
che scioglie e va in deliquio, quando lui è implacabile e mi chiama, mi
reclama, e sfiancante mi possiede.
E’
desiderio instancabile d’ardore e amore macerante ed impossibile, un rogo
nelle vene, che mi ribolle in magma questa voglia, lentamente mentre
incombe, mentre consuma a me e a lui ogni parola; è come il silenzio della
luce nel giorno dell’apocalisse. E’ come l’urlo della disperazione mai
acquietata, quando sprofonda al cuore; è l’urlo della mente che rimbomba
d’echi interminabili e agghiaccianti, l’urlo che, senza darsi pace si
ripete, senza speranza, ad ossessionare muto nell’impazienza d’uno sfogo.
Così,
lui, spietato all’ansia che m’annida, sotto la furia del mio sguardo che
l’avvolge, lui incatenato alla mia lingua che dardeggia, lui e la sua
bocca come sete sulla mia, lui e le sue mani come slavine incandescenti,
lui a circondarmi, e la sua pelle arroventata che m’assedia e
inesorabilmente poi m’annienta: è la febbre delirante d’una follia che non
trattengo e che nell’impeto m’ha avvince. Ma non adesso, solo fiamme ora a
erigermi di smania. L’urlo del vulcano quando erutta.
Potesse
il canto mio schiantarsi in brace, incendierebbe per scintilla questa
benzina detta bramosia. La sento, ora che s’addensano i pensieri, ora che
m’invadono e m’infoiano al delirio; ora, è come se il mio corpo ardesse di
pretesa, ora, nell’attesa dell’incontro che m’aspetta. (A Diego)
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