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Ludovica è una gatta nera da cui non riesco a staccare gli
occhi, fa oscillare il guinzaglio come fosse una coda. La definirei il
tipo ninfomane che di giorno se ne sta rinchiusa in ufficio, ma la notte,
la notte è lei che la porta. Eppure a guardarla, in un certo senso mi fa
ridere. Mi innervosisce, si atteggia, è plateale. Mi chiedo se almeno la
metà di quel nero che indossa le attraversi la mente. “Diamine!” esclama,
venendomi incontro, “forse hai sbagliato indirizzo tesoro…”, mi sorride
maligna, “c’erano dei bellissimi palloncini lungo la strada, proprio
qualche villetta più avanti, probabilmente è li che ti aspettano. Oh
povera cara…”, è palesemente teatrale, e aggiunge, “sei proprio un amore”,
finché sbotta e ride fragorosamente.
Il senso di fastidio che provo è immediato, fino alla
radice dei denti la sento volgare. Lei ride e i curiosi si voltano,
l’assecondano. La sua intenzione è bonaria, lo so, ma il disagio è un
pugno diretto allo stomaco, sono consapevole di stonare più di lei in
quell’ambiente, così conciata, come una collegiale al primo giorno di
scuola, con la gonnellina a volant e le ballerine ai piedi. Sono ridicola.
Ma il fatto è che, se mi comporto come una bambina piccola, da bambina
piccola mi devo vestire… e, anche se non voglio, come adesso, io mi faccio
stizzosa, e lei finisce per starmi immancabilmente sui nervi. Io le vorrei
rispondere, gridarle che mi deve rispetto.
E Michael intanto lo sento, ci guarda, ci lascia fare, si
capisce, lui mi trova divertente. Ed io mi inquieto, con lei mi irrito di
più, e non posso evitarlo. Con le altre donne sono sempre maledettamente
competitiva, e lui lo sa, mi stuzzica appositamente dove sono più
sensibile. Mi ha chiesto di vestirmi così, mi ha chiesto e non obbligato,
ed io ho ubbidito. Il ruolo della bimba sporcacciona mi appartiene da
sempre, e lui mi ci ha cresciuta dentro. Così, a volte, lui sembra davvero
mio padre, ed io realmente sua figlia.
“Ciao Ludovica”, Michael le sorride, si conoscono. Lei per
tutta risposta piega le labbra in un sorriso strano, un sorriso che
interpreto io, di premeditata intesa, quando poi lei gli schiocca un bacio
sulle labbra, a cui lui non risponde ma nemmeno lo impedisce. “E’ tua
questa bambolina?” lei esulta esageratamente, “ si chiama Valentina se non
sbaglio”, ride, di nuovo, fa cenno dalla mia parte e senza guardarmi in
faccia si rivolge a lui. Lei mi indica con la mano aperta, le sue unghie
sono lunghe e ben laccate, nere e in evidenza. “Lo è”, Michael le
risponde, come a mettere un punto, ed io lo adoro per questo, so che lo fa
più per me che per lei. Poi però si rabbuia, quasi subito, prende a
scrutarla, è vibrante, ed io resto colpita da quell’intimità che ne
emerge.
Ludovica se ne accorge, sente il peso del suo sguardo così
come lo sento io. Io mi raggelo. I suoi occhi si sono fatti duri, la
penetrano, Ludovica si tende, non ride più, io tremo, non posso evitarlo,
è uno spasmo di gelosia quello che mi attraversa la mente. Lui stavolta
nemmeno mi guarda, non mi incoraggia, ed io non oso parlare.
Così è lei che torna a guardarmi, e pronuncia ogni parola
che segue con una voce talmente affettata, che a me sale una voglia
violenta di prenderla a schiaffi e farla soffrire: “Bè… mi aspetto che tu
sia una bambina ubbidiente, che tu abbia imparato a comportarti e a
rispondere a modo. Capisci cosa voglio dire? Questa è una serata
speciale.” E davvero non capisco, ho la sensazione che alluda a qualcosa
che ancora non conosco. Quella donna, il cui corpo immagino sottoposto
alle peggiori torture e tormenti, incatenata al palo e trafitta al cuore,
quella donna mentre parla, mostra già di essere palesemente eccitata. E si
eccita parlando di me. Io mi vedo ad affondare le sue unghie da puttana
nella sua stessa carne, e divento ostinata, mi gonfio d’orgoglio, sono del
tutto andata, sono troppo stupida e agitata, io non resisto, le rispondo
male: “Non penserai che ha renderti speciale questa serata sarò proprio
io?” e rido, anche se miseramente già l’avverto, presto mi dovrò
compiangere. Lui reagisce all’istante, mi dà uno schiaffo. Bruciante. Ma è
la durezza del suo sguardo a farmi male. Lui mi imbambola, mi piomba ad
una velocità indescrivibile dentro una condizione astratta di inutile
automa. Io non mi sono resa conto, che alla fine la carne lacerata sarebbe
stata la mia, non mi sono resa conto che il loro gioco sarebbe diventato
il mio.
“Bambina, devi fare la brava, sai che non mi piace quando
ti comporti così. Chiedi scusa, Ludovica è stata gentile con te”, il suo
tono è secco, mi prosciuga. Io resto muta, lo guardo negli occhi e lui vi
trova tutta la mia supplica, la speranza che lui mi sorrida e mi dica, sto
scherzando: io, ti prego, vorrei dirgli, non chiedermi questo. Ma non oso.
Sono così ingenua, penso, è che non riesco a farmi furba, o forse
semplicemente sentirmi umiliare mi piace troppo.
“Allora?” insiste lui, nonostante il rimprovero il suo tono
è cortese, ma la rabbia mi brucia le guance. “Fa pure come vuoi, non
importa, se preferisci così”, la voce è impenetrabile, lui mi tiene in
pugno, e lo sa. “Ecco…”, cerco di dire qualcosa, ma che potrei dire? Lo
guardo con occhi da agnello sgozzato, cerco di smuovere la sua
compassione, perché a lui non posso dire di no, a lui proprio non posso
dirlo, ma non voglio farlo, non voglio scusarmi con lei. “Scusami
Ludovica…”, la mia voce esce stentorea, mi sforzo di sembrare convincente,
“credo di essere troppo nervosa stasera, mi dispiace, non volevo essere
antipatica”, mi consolo pensando a lui, a lui soprattutto, che sia fiero
di me. Io non sopporto l’idea di deluderlo. Io non ho diritto di essere
gelosa, è il suo piacere l’unica cosa che conta. “Non ti preoccupare”,
dice lei, la sua voce è suadente, ora lo intuisco, lei è una pedina di
lui, “anch’io mi sentirei a disagio, se tra tanta bella carne in mostra,
avessi una bella faccina da bambina dell’asilo come la tua”, lei ride
ancora, sommessa stavolta, è del tutto inopportuna, ma quel gioco di ruolo
lo richiede, e sortisce il suo effetto, mi stranisce, per il dubbio che mi
residua nella mente.
Lei minaccia di venire avanti e di toccarmi, io d’istinto
mi allontano, e so già che lui ha notato il mio rifiuto. Michael mi
sorride con puro sarcasmo, lo diverto, lui mi sa oltre quello che sembra,
da sempre, ben oltre, è pronto a tagliare uno ad uno tutti i miei nervi
scoperti, a batterci sopra non concedendo respiro, “baciala avanti, falle
sentire che sei sincera”, e lo dice con un tono perentorio che non ammette
replica, mentre io non mi voglio rendere conto, non ancora, non sono
pronta, io resto ferma, con le sue parole che mi si serrano in gola. “Le
brave bambine sanno farsi perdonare…”, il tono è severo, lui mi entra
dentro e sento che preme sulle pareti del cervello come un principio
fondamentale dell’esistenza. Lei ha uno sguardo di trionfo, mi sfida,
“puoi farlo, vieni”, io non riesco a sopportarla, ma non posso tirarmi
indietro. Farò finta di baciarla, penso, e prima che se ne renda conto,
immagino io, l’addenterò sul collo per vederla agonizzante a terra.
Così la mia bocca si posa sulla sua, la bacio sulle labbra,
e lei mi risponde con una naturalezza così totale, che mi trasporta e mi
sorprende, mentre le nostre lingue si saldano sicure, io vorrei farle
male, la risucchio con forza, ma la sua lingua si scioglie, è morbida e
calda, lei mi bacia con una dolcezza infinita. Io quasi resto delusa, lei
mi si stringe contro, mi si abbandona facilmente, quasi subito,
sconsideratamente fra le mie braccia. Con un gesto autoritario che
potrebbe appartenere a lui, allora la tengo e la trascino, lei mi cede,
non si oppone, io decisa la spingo su un divano, e la mia determinazione
non conosce resistenza.
Ora io so, io sono sempre l’animale che lui ha addestrato
al suo volere. Penso a lui, e sento il potere del possesso. Lei si tende,
il suo corpo segue ogni mio movimento, lo sento, lei mi appartiene. La mia
lingua torna da lei, la fruga più a fondo, in bocca, mentre lei mi attira
a sé, inarca il suo corpo, e quasi si incolla al mio. Poi, per un attimo
la guardo, le sorrido, e con uno scherno che lei non percepisce
l’accarezzo fra le cosce, finché con i denti stringo e le slaccio i nastri
del bustino, mentre i suoi gemiti li sento, salgono, lei si è arresa, mi
esorta.
Le mie mani afferrano i sui suoi seni, facilmente li
estraggo dalla scollatura, sono piccoli e appuntiti, e la mia bocca
scivola, subito, liquida, a succhiare, leccare, titillare, mordere quei
capezzoli che sprizzano tra i lacci. La guardo, lei è accecata di voglia,
s’inarca ancora. Mi offre il suo ventre divaricando le gambe, ed io
l’accarezzo, sul sesso, mi compiaccio di quella che sono, di ciò di cui
lui mi ha reso capace. E in quel preciso momento, lui viene verso di noi,
lui sbatte la mia faccia sulla sua figa e mi infila le dita nel sesso. Io
gemo e non desidero altro. Mi prostro, sfioro quel desiderio così simile
al mio, così diverso, e mentre lui mi fruga e mi rende incosciente, un
animale così ben disciplinato, dimentica di tutto, sua, “prendimi”, lo
imploro, “fammi male”, lo supplico, e mentre lui mi sommerge dentro me
stessa, mi sussurra, “falla godere, adesso, voglio guardarti, fallo”.
E la mia mano risale lungo le cosce di quella donna che
adesso desidero, lei è già umida, già nuda, liquefatta di senso, lei si
protende ancora verso di me, si offre di più e spinge il suo ventre sulla
mia bocca. La sua pelle è rosea, liscia, il suo sesso pulsa come una
ferita aperta. La mia lingua prosegue, la tocca, la lecca. Io lentamente
scendo lungo quella fessura, la lambisco e la cerco, la schiudo di piccoli
baci, voglio darle il tormento, poi mi faccio lingua che batte, punta di
carne che spinge e la apre. Ed io per lei non esisto, io sono solo fuso di
lingua, piccola punta di cazzo che penetra e scava, io sono solo lingua
dura che implacabile sfrega. Io indugio. Poi accelero. La riempio e la
svuoto. Io la raggiro, e su quel vertice insignificante di carne a cui si
riduce infine tutto il suo corpo, io m’inchiodo a perno costante, mi
concentro e la succhio.
Il suo ventre si apre, lo sento, mentre con le dita la
frugo, intanto che l’altra mano scende e cerca più in basso, si bagna e
deflora, entra, nella rosa corrugata e ristretta. Lei si apre, ed io la
penetro due volte ed a fondo, la incido dentro la carne. E lo sento, la
sua fessura più stretta si stringe inesorabile intorno alle mie dita e poi
si allenta. Io la insidio e la sconvolgo, sono punta di lingua che s’indura
e s’incunea sul fondo. Lei sgomenta mi afferra, si avvinghia, mi affonda
le sue mani tra i capelli, si attorciglia alle mie trecce, lei mi preme
contro e si erge scandalosamente. Lei si apre ed io anche, quando lui con
le mani mi separa le gambe, mi annega la mente con la sua lingua a sua
volta.
Lui mi risucchia e mi tiene, lui lo prende, il mio piccolo
cazzo che sporge e si gonfia, che mi rende una schiava ermafrodita e
devota. Lui mi prende e mi trastulla, poi si sostituisce alle mie dita,
attira lei a sé e la penetra, sprofonda, a turno, quel tanto che ci
inebria, finché ci riconduce insieme di lato, su un fianco, in un unico
corpo, lui ci fonde colmandoci il ventre, abbandonandoci sole, a noi
stesse, così che lei stringe, tra le sue gambe mi serra la testa, mentre
io a mia volta mi avvinghio e contro di lei alla fine mi annullo.
Contemporaneamente, quando il piacere del dominio mi sovrasta. Mentre lei
s’inarca ed urla, estenuandosi, per il piacere che l’inonda e che mi
eccita, straziandosi ripetutamente contro le mie labbra. Noi ci diamo con
la stessa intollerabile insistenza, al ritmo controllato ed ossessivo che
lui ci imprime nonostante la distanza. Noi siamo un canto che si placa e
si tormenta, finché monta la violenza, noi ci scivoliamo addosso,
innamorate nell’inconscio, finché si placa il bisogno di ogni rantolo. Ed
io lui lo sento intanto, i suoi occhi ci imprigionano legate, io sento il
suo sorriso che ci indaga, e nel mentre si compiace, io sento il piacere
che lo gonfia nello sguardo. Finché, l’impeto che è esploso poi si spegne,
ed io la lascio andare, da lei mi slaccio, mentre lui lo so è fiero, di
me, di noi, ed io non chiedo altro. A lei sorrido adesso, mi sento
protettiva, voglio rassicurarla a fondo, così la stringo a me, e lei
subito mi abbraccia, ride, ora è tenera e calda. Io la ringrazio, le dò un
bacio dolcemente sulle labbra e le restituisco il suo sapore aspro,
intenso, che lei con me ricambia, e “darling”, le dico, in un sussurro,
“sei una gattina deliziosa”, la mia voce lei la coglie è maliziosa, ancora
una volta lei si sente trattenuta, vicina, legata, e ancora disposta. Poi,
i suoi occhi cercano i miei, lei mi guarda, e prima che una qualsivoglia
parola ci riempia la bocca, insieme, gattoni, procediamo attraverso la
stanza, in ginocchio verso di lui… (A Michael e Ludovica)
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