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Dammi,
ti prego, dammi il dolore che segue la colpa, che segna le membra, che la
voglia invadeva, che la mente svagava, nei ricordi che inventi, che
annienti, come un cortometraggio che inizia e finisce questa pellicola
insazia, che prendi di fame, che rendo di sete, che squama, che scava fin
dentro le ossa. Dammi, ti prego, dammi il dolore che sai, che senti, che
densi e mi devi, fino ad essere larva schifosa al tuo sguardo, un insetto
noioso che scacci e poi, schiacci, perché è questo che voglio, non provo
l’orrore del buio allorquando m’attacchi alle spalle, allorquando la luce
del giorno ha la quiete della solitudine a vista.
Fammi
allungare ai tuoi piedi in tappeto di pelle, per offrirti il mio corpo
d’appieno, che implora ed onora, e s’arrende senza remora ancora, come il
sole d’estate che accalda, come la pioggia d’inverno che allaga. Fammi
annodare d’ombra ai tuoi piedi per trovarmi lì quando mi vuoi, uno
strumento accordato alle mani, che vibra di gemiti e grida, suoni ed echi
riflessi, che non appagano un piacere egoista, ma assolvono giusti gli
ordini tuoi. E sì così fammi godere mentre mi batti ad orchestra, perché
la più armonica delle corde è la nostra, una frequenza con cui mi voglio
stordire, affinché domani s’ottundano i limiti, a insistere toni più
grevi, al sangue che bolle, che esalta, che aizza la carne sul cuore.
E sì
così fammi, fammi anche adesso, adesso che sei soddisfatto di rabbia senza
affetto ad arrestarti la forza, una spirale d’angoscia che sfoga
nell’estasi. Dammi, ti prego, dammi il dolore, perché la pelle ha un segno
di fuoco che sfoggia, ha un dono d’ardore che infiamma. Dammi il dolore
per essere oppressa e per essere assolta. Dammi il dolore a vessare quei
versi, versioni contraffatte di carta ed inchiostro che m’avvolsero
l’anima come tele di ragno. Perché avrei mai dovuto aspettare, quando
sentivo d’esser svanita, anche se dentro tu c’eri, se fuori cercavo un
padrone diverso, che piega, che piena la mia avida smania d’umiliarmi la
mente.
Ma non
m’ha davvero poi presa, non che non l’avessi voluto, ma non m’ha davvero
impiegata come quando mi sfidi cieca ai tuoi sensi e mi spingi smarrita
tra braccia assuefatte, tra legacci di gabbie, come se fossi una belva
affamata, aspettassi la frusta dove ora m’allarga la foga e l’aspetto,
dove ora t’offro quel marchio cosicché tu possa spellarlo. Scuoiami,
scorticami adesso il culo che immolo, la rosa che ami, dammi piacere con
questo potere che a nonsenso m’induce al mio più intimo io.
Qui
solo trovo me umile e vera, trovo la vita che avvinco e m’avvince,
primitiva creatura di donna, buco bagnato d’onore opinato, trovo me stessa
e trovi te stesso, trovo passi inconsci su strade sterrate, orme
ondivaghe, perché il percorso a seguire m'è ignoto, istinti spietati che
spiegano intenti, che tu indichi e insegni per darmi coscienza. Sgomentami
d’ira che provi ritrovandomi indomita, che sono fiera ed altera, schiava
d’amore per sesso che sbava, che lava perché io sia femmina finalmente del
tutto.
Dammi,
ti prego, dammi il dolore che figge il respiro al pensiero, se poi dovessi
saperti d'un altra, se poi le mie ore s'accorciano ai giorni che spassi
con lei, che spossi che squassi annullandomi a dire che non sono più
nulla. Fammi l'amore! Dammi il piacere così col dolore, così che poi sento
che premi, che fremi, che gemi a sfregare codesta carne bruciata, che tra
le gambe m'incendi come vento che soffia, che secca sopra un mare di sale.
Fammi l'amore! Dammi il dolore così col piacere, così che sangue e semenza
non permettano tregua, non promettano sosta quando resto da sola, quando
in attesa la fiamma non fiacca, la bocca non batte fra queste cosce di
creta.
Ti
prego fammi servire il rispetto di starti più sotto che posso, di cedere
come carta che straccia, che scanna le dita e mi slabbra la fica. Cedimi,
ti prego cedimi, come mai hai finito per fare, fino a farmi ferire,
sfinire le labbra che brillano, che invecchiano al tempo come un sesso da
dare in affitto.
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