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La
porta ossessa il legno sullo stipite e quello crepita di cedimenti
rosespine, d’insonnia ai gomiti per lo sgranare: chicco a chicco l’uva
fragola sul letto. Ed è la stessa parsimonia ilare e sovrapposta, di uno
stordimento fatto aculeo lungo i fianchi, ogni volta che mi si spalancano
le anche, in uno strascico da amare. E sillabano i rosari del risveglio,
le note di un martirio di violini già vergato a vista sulla pelle, e su
ogni pagina dove mi lascio fare: in pentagrammi, dalla consuetudine.
L’impiegarmi che mi flette il collo, e mi ripiega al margine su un foglio,
in anfratti fatui, con la pretesa di una ronda sulle rese spoglie della
notte fonda. Quando il sole è inguine alle ombre e sciala ancora, negli
specchi, sulla resistenza delle fronde di una betulla scosse sulla carne.
Per la vanesia di mostrare il torto di una danza senza foglie, e il
passero gagliardo, che negli acuti e negli arpeggi ha mosso il credo dei
miei passi, dal romitaggio della sedia alla camera in ginocchio, fino alla
grazia dell’assillo sulla sponda al letto, dove le margherite dal color
dei lapislazzuli sono state voto e lacci.
Ed io:
una novena in ultimo aggrapparsi. Finché sul nudo ha stretto il sibilo, e
a discapito le piume adesso sparse hanno cantilenato ogni residuo, delle
doglie avute lungo il borro. Mentre la culla della tenda al pavimento
sempre migrava il tarlo, del candore a pascere sul marmo, dopo che il
tocco a fiato della seta sui gradini, e sulle mie ferite, era stato giurìa
e leggìo tra le tue mani. Nella risemina del gerlo agli angoli capitali
del mio mondo. Intanto che il sale incordava il sangue, in avaria alle
stelle simili alle braci.
Giacché
eravamo noi l’altalena dei falò in mezzo il mare, a resinare tempie e
cori, naufragando le arcate reduci dei corpi con le voci dell’altrove, per
l’arare e arare in sottofondo dondolando sulla scalinata lungo il bordo.
Dove iniziò l’imbùto dello sguardo, tra le pieghe in mezzo ai maremoti,
con le dita perse in dolo per privilegiare sofferenze e frastornanti onde
di capelli. Nell’officio di una scorza di parete, raggiunta sulla
balaustra con lo schiudermi le barriere di corallo tra le nebbie. Per una
luna superiore. Nell’arrembaggio di un solo albero maestro a stordire
tutte le mie labbra aperte. Fino a sbattere, per ormeggiare questa stanza
e le mie rive, furiosamente dalla roccia lungo l’edera delle scogliere
oscene.
Risalendo dai gradini, a ricamare indenne, con la spuma e con la pece
proprio le lenzuola, dove la marea assassina ancora invade, in albe rosse,
la mia darsena piangente trasportandovi il tuo nome. (A M.)
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