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Suonando e risuonando
nell’insonnia febbrile tra le stanze della mia mente, fin su le pareti in
bianco nudo della carne, vibra armonica la risonanza a raccogliere il
tutto.
In disparte, lontano dalle solite note, dagli equilibri di bacchetta, dal
lussurioso ebano dei fiati, languente nell’arco del tempo, resta l’animo
caldo del cello a cui danzo, la musica che hai scritto per me.
Te, ti sento, te sei l’impeto e l’eccentrico talento che mi è monologo di
invocazione scenica. Te sei l’angolazione dell’archetto che mi cambia il
volto, nota dopo nota, da folle in soffio.
Te. Te sei il ponte che mi conduce al cielo, il salto della morte, il mimo
sei che monti e rimonti a luci basse intrecciandomi le dita, ti sento come
l’avventura che mai chiude ma rimane ritmica a fissarmi in suggestione
sugli interni.
Te. Te sei la vibrazione delle corde, le feritoie lungo il ponticello in
cui precipito, il cranio che mi pende quando la melodia di piuma si
modella ad ossessione fissa.
Te… Te sei che perdo, nell’appiglio mentre schizza via impazzito
assecondando i vorticosi affreschi della testa. Sei te che emergi
inconsueto e ancora trovi nuove coordinate a farla da padrone, te,
coraggioso baricentro, sei l’arrangiamento di una stanza buia e musicale
che mi lascia tracce d’emozione, il mio respiro all’unisono col tuo. Sei
te che mi sublimi in un assolo il mondo primordiale alla finestra, sei
l’oasi di una poesia violenta in una realtà che è labirinto, ostico e
schizoide. Te ed io siamo coreografie sommesse e plumbee, con l’anima
incollata alla cordiera, quella che ci annotta e immobilizza, ci assale
grave in suono ricco e coinvolgente.
Sono accordi di sussurri desueti, ad intervalli brevi, i miei “La” tra gli
austeri semitoni che mi sperdi tra i pensieri nelle nebbie. Te e il tuo
melodiare denso siete atmosfere oscure che mi smorzano in sordina,
sdegnosamente soverchianti come movimenti veloci ed infebbrati. Te, forte
di visione intensa, nell’anarchia di un volo alto che ha la leggerezza
impropria di uno spleen acido e pastello, te sovrintendi, alla fine
assolvi tutto. Te sei resina sul legno, sul pernambuco che mi tocca le
vocali della voce mentre recito in lucido delirio, in guisa di ballata,
amara e inopinata in sospensione sul crocicchio della mia nevrastenia che
palpita.
La tensione curva sullo stelo sei, la cavigliera d’ebano che aumenta e
scende grave al senso, talora in profondità così soffuso che l’energia che
viene è un’estasi solenne a pungere la mente per entrarvi in abbandono
come lume di candela. Te sei letto ipnotico di note che mi fondono con la
bellezza della velocità, con l’eternità di un momento distruttore sulla
liberazione, mentre io scivolo ai contorni e sciolgo i muri in costruzione
con esasperato vitalismo.
Te. Te solo sei teatralità del suono in alternarsi psichico di
possessione. Te, che mi travesti di diafano splendore le scale in quattro
corde col lirismo, con la bucolica inquietudine, mentre io di corsa
nell’immobilità a sovrimpressione della pelle perdo il controllo con
indiscussa sintonia. Io come umbratile cesura al violoncello, io, in
avanguardia sdrucciolevole tra la flemma ed il sussulto, porto la quiete
alla tempesta che ti batte il tempo.
(Al Maestro e Compositore Lu.
N. L.) |
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