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Durante
questi giorni, ho visto le mie reazioni cambiare velocemente, è cresciuto
il silenzio, la paura, il bisogno, il desiderio. La mia mente si è persa
nel ricordo. Nell’attesa. Il richiamo di quest’isolamento è ipnotico,
mentale più che fisico, e quindi potente, intrigante, pericoloso. La mia
parte oscura continuamente vìola il muro di confine e mi viene incontro,
sembra una guerra sensuale, così brutale, dolce.
Mi
domando cosa penserà Lui adesso, cosa starà facendo? Non ho modo di
saperlo, non c’è risposta, e la mia mente s’istiga alla trasgressione. La
mia apprensione volge in eccitazione, ed è questo che Lui vuole, Lui lo
sa: io non posso non pensarlo. Sono ansiosamente in attesa, troppo sul chi
vive per distrarmi. Cerco con ogni mezzo di contenermi, ma un calore
irresistibile mi sta ghermendo il ventre. Io ho voglia. Io lo desidero. Io
ho voglia di Lui più di quello che ora possa permettermi. La mia coscienza
va arrendendosi, lo sento. Perché nella mia mente è sempre Lui che
sceglie. Lui sa che mi è impossibile non pensarci. Lui vuole che
impazzisca immobile: le mani sul punto di toccarmi. Io mi cerco, mi
sfioro, mi blocco, mi allontano, ritorno.
L’ordine è: “Bambina so, vorrai di più e te lo darò, ma non prima che sia
tempo. Vorrai lasciarti andare, tu sai, ma non osare farti male. Bambina…
non godere!” Ma il desiderio è un male impietoso, spinge alla deriva,
richiama all’obbedienza, ed io lo sento, Lui me lo dà e me lo toglie. Per
la mia voglia non c’è tregua. Sono infiniti i quadri che l’eccitazione mi
compone davanti agli occhi. Per un attimo ho una mano fra le gambe e un
eccesso di scenari si sussegue e quasi mi stordisce.
Io mi
confondo, mi agito, smanio. La mia mente e le mie dita sono il Suo stesso
intrigo. Il desiderio mi persuade, mi incatena alla sua ruota, mi ripete
esattamente le emozioni. Io le rivivo più e più volte, nella stessa scena,
ripensandoci. Io lo sento dentro. Lui. Lui mi riempie. Lui fotte la mia
mente. Lui scivola con lo sguardo sul mio corpo, Lui struscia la mia
pelle, ed è il cuoio che l’accende. Lui mi ammanetta al muro, io
obbedisco, gli infilo la mia testa fra le cosce. Io taccio, ascolto, con
la presa delle labbra stringo la cerniera e scendo. Io sono il cane al Suo
guinzaglio, il gèmito imbrigliato sotto la gonna scesa alle ginocchia. Io
sono lo strascico sudato, l’inerme e disarticolato movimento mentre la
corda mi circonda, mi costringe le caviglie dolorosamente ai polsi. Io mi
tocco, cedo, forse un attimo, perché lo so non posso, ma annuisco. Ed è un
fiume che mi prende il cuore, dalla mente al ventre, non si placa, scorre.
Maliziosamente immagini su immagini mi si accavallano, mi danno il piacere
di vederlo. Di sentirlo. Di dirmi Sua. Lui mi sta fottendo la mente. Come
pensarci senza perdere il controllo? Come desiderarlo senza eccitarmi?
Oddio quanto vorrei godere adesso. Poi sento la sua voce, furente,
un’alterazione nella testa, proprio mentre dico ora mi lascio andare, e
una valanga d’ansia mi blocca il fiato, Lui m’interrompe nell’ansimare, io
muoio dalla voglia. Lui mi controlla. Lui è il desiderio che mi smania
sottopelle. Allora io prendo a coccolarmi, parlo da sola e dico, “sono con
Te, non mi permetto. Sarò docile, sarò un cucciolo, te lo prometto”.
Io non
ho che una possibilità, ubbidire naturalmente. Anche se i pensieri non mi
danno tregua, io mi vedo in posizioni articolate, con Lui ancora
inginocchiata o muta mentre sento che mi fruga, con la bacchetta tesa, con
la Sua forbice di dita, Lui mi ispeziona. Lui mi batte, io lo sento,
mentre ad occhi aperti è pioggia, Lui mi viene in faccia, ed io non posso
che ingoiare, tenace, tutto quello che la mia mente non prosciuga. Ma io
trattengo, stringo dentro. Per Lui. Anche se brucia. Senza che una sola
goccia vada persa. Perché io mi faccio lago nell’attesa. Io sono sabbia
mobile che aspetta. (A Michael)
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