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Le onde del vento piegavano il filo sospeso nel vuoto dei
miei pensieri lontani. Mi trovavo dalla mia amica Hélène, all’ultimo piano
d’un palazzo barocco del quartiere Coppedè a Roma. Non avrei creduto mai
prima di allora che sarei stata capace di tornare, ma lei è rimasta sempre
sicura che non avrei dimenticato. Sarà che il tempo langue il rimorso,
pensavo, seguendo la pioggia col dito del mio umore scrosciante. Erano
passati quasi quattro anni, e tutto era rimasto così uguale, così immobile
persino nelle forme che fisse lo specchio imitava dall’alto. Anche la
curva dove indugiavo il respiro, formava perfetta ancora lo stesso angolo
morbido. Meraviglioso. Lei stava seduta sul bordo del letto, con le
ginocchia appena accostate e vicino, nell’incavo che racchiudeva il
segreto, il ricordo ancora sentiva dolce il dondolio della testa tra le
sue mani. Ancora qualche gabbiano giungeva dal mare e lasciava sulla
bianca terrazza la traccia precisa di una libertà fuori luogo, di una
distanza colmabile solo volendolo. Ed io ero lì, incredula alla gioia che
animava il racconto e le nostre vite diverse.
Rideva lei, ragazzina, e scioglieva lacrime nel fiume del
limpido vivere da quello che era stato il ghiacciaio dei dubbi passati.
Più la guardavo, più ritrovavo il sole di quel pomeriggio d’estate in cui
la incontrai nel profumo di un pergolato di glicini, sotto il pianto
azzurro-violetto dei corimbi morenti. Il desiderio in un momento aveva già
imparato il suo nome. L’indifferenza aveva iniziato a dettare le regole,
ingenuamente, conscia della sua vulnerabilità, e guardava impassibile il
sorriso che lei aveva istruito al compiacimento. Ma il desiderio, sul
campo delle emozioni, la superava, da sempre, in velocità. Al che bastava,
avvertire forse davvero inventare, non che fosse importante, così che
riusciva a rigenerarsi da sé, come un ermafrodito, una qualche
arrendevolezza nei gesti che volesse porgergli invito.
Era bellissima. Lei era felice, si incorniciava tra i
capelli in un oro di luce: imbambolata in un quadro d’indefinibile.
Lasciava scivolare la spallina alla veste e convinceva d’essere troppo
libera per recitare solo intenzioni. L’avrebbe detto chiaramente, con una
sicurezza che non era la sua, nella mia stessa sorpresa della prima volta.
Ero tornata da lei, poiché, in vista d’un party che riuniva le conoscenze
d’esordio mie e di Michael, lei era stata la punta di lama che aveva
diviso la strada che poi avrei percorso d’un fiato.
Cercavo nella mia voce cordiale quella nota antica legata
al passato, dove ciò che provavo risuonasse distinto, dove le sensazioni
valicassero certe apparenze, e dove quella che ero stata, indecisa e
crudele, riaffiorasse gettandomi in un senso di colpa. Quell’estate la
convinsi a partire con me anche se la conoscevo solo da un mese,
affittammo un appartamento a Slunj in Croazia per goderci la favola dei
laghi di Plitvice, e ci riservammo i giorni a venire per districare quel
filo, breve, e tagliato di notte e senza preavviso, che ci aveva legato
l’anima: il corpo.
Due amiche condividono tutto, scambiano abiti e dormono
insieme, e a volte anche giocano a fare le amanti fino a convincersi un
giorno d’agosto a non giocare soltanto con i baci e con gli occhi. L’aria
era satura d’elettricità come prima d’una notte di pioggia e del vento che
con forza porta scompiglio, e come pure le nostre mani e le bocche
assetate che si riempivano d’attesa e di sfogo. - Ci stai pensando vero?
-, ripeteva. L’ultima frase a quel raccontarsi, che di nuovo, era tornata
a perdersi nel calore e nei battiti di lei premuta contro di me.
Quando prese il mio viso tra le sue mani, come quattro anni
prima, sentii di scivolare in una verità che mi aveva tenuta bloccata ad
un muro, di aprire la porta rimasta socchiusa dopo quella notte di fuga, e
dopo averla insultata d’essere un mostro per avermi mentito. Con la stessa
crudezza decisa e impressa al ricordo, già mostrava il suo gabbiano
nascosto, e liberava il suo volo d’audacia oltre i confini e al di là
d’una distanza illusoria che ci scopriva diverse più di quanto lo specchio
al soffitto potesse riflettere. “Lui” era un mio desiderio. (A Hélène)
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