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Ci sono momenti che s’incantano fissi, affilano punte su
dischi in vinile, sono istanti e rintocchi a goccia cinese, un’ossessione
sonora, sempre la stessa, una musica a pelle che suona metodica. Stanotte
ti vivo incontrandoti dentro, ti respiro nel buio ascoltando il silenzio.
Lo sai, ti aspetto.
Sento il frusciare degli abiti sparsi, e la poltrona
proprio davanti la sento, mentre stira la pelle se muovi le gambe, se ti
appoggi di spalle. E ti seguo, se sciamano i passi, fin dove i tuoi piedi
sfregano il suolo consumando distanze, avvicinandoti a me o abbandonandomi
inerme, in questa notte che riempie la stanza dovunque, che mi indugia e
trattiene, mi esplora la mente. Mentre gli occhi sono chiusi e coscienti.
Mentre perlustro indistinte e simboliche note nell’ombra, io distesa sul
letto, libera e ferma. Io cieca, paralizzata dal tempo, ora mi svesto e lo
sento che guardi, fino a farmi soltanto nervo che guizza, una spirale di
sensi protesi a ridosso, dentro un vuoto che prende e stravolge il mio
corpo.
Così mi ritrovo, ritorno più piccola, sospiro d’aria
bambina che teme la prova, mi chiudo a postilla su un legame di mente, io
mi trattengo da sola per non perderti altrove, mentre la pelle mi cambia
stagione, mutando presenza. Io mi formicolo muta, io sono l’ assenza.
L’immobilità è una nemesi scaltra, che mi chiude in un buco di dilatati
sensori, è una percezione che s’attorciglia ai rumori, sui pori, mentre il
corpo grida d’urgenza bussando al cervello. Finché s’inclina di peso il
bordo del letto, così, inevitabile, se addentri un ginocchio o una mano
per fare d’appoggio, fin dentro nel cerchio in cui mi isola il tatto.
E così finché cade. Piuma amabile d’ansia. Finché cade
precisa. Improvvisa. Lasciando una traccia. Un’inesorabile goccia. Una
lacrima nera appena che scotta. Io sussulto e l’istante mi incide. Mi dice
ci sono. Io sorrido d’impulso, così dichiaro consenso. E come se fosse il
tuo tocco, la goccia conferma: sì, tu sei. Con me, qui adesso. Così mi
costringo, mi spalanco di senso. Il dolore mi sfiora, è una carezza
indicibile. Mi parla d’amore lo sento, è un’incisione sottile ogni goccia
di cera, questa pioggia che cola ci fa un’anima sola. Lo sai, ti aspetto.
Mi sei pura forma di lingua, barlume nel buio. Mi sei fiamma che fonde la
pelle alla testa, bruciandomi lieve mi scivoli addosso. Surriscaldi il mio
cuore, dei miei battiti sordi fai una voce priva di suono. Finché mi
sciogli alla resa, mi serri i capezzoli in cappucci di cera. Mi chiami, mi
coli, prolungando te stesso, in un bagno che cuoce la pelle come a una
bambola in posa.
Ed io fremo, io fremo di più, il freddo mi affiora. Ho le
mani umide e chiuse, sulle lenzuola di seta. Io sudo d’attesa, è il
bisogno impaziente che soffia sul collo, e frustrante, ti prega una
maggiore discesa. Ti prega di farmi sentire indifesa. Nelle tue mani, tra
le tue dita animali. Così resto marionetta davanti a un camino. Mi lascio
bruciare, risalire sul ventre. Mi lascio tracciare il sentiero che porta
il tuo nome, sotto la fiamma lasciandomi rossa, e ancora una volta,
volendomi Tua.
Ed è evidente il mio senso d’allerta, lo mostro, lo noti,
il piacere al timore che finalmente mi dice che esisto. Mi esalto di vita,
sento il conforto di ogni rintocco che cola. Il respiro si smorza, è un
cavallo che monta la schiena, più volte, d’istinto, e io m’incurvo al
calore se punti su un fianco, alla coscia distesa, al tallone improvviso.
È un lamento sommesso il mio gemito muto. Se mi suoni costante la stessa
nota che torna.
Più vicino o lontano, a tormento del tempo. Se mi castighi
gli impulsi che il corpo ribella. E se cedo, dolente, avanzando pretesa.
Se pulso d’attesa dentro una morsa che bagna cattiva. Il mio sesso ti
aspetta, ma tu neghi qualsiasi carezza. Scoprendomi il vuoto, colmandomi a
folla. E così, mi fai carne più pura, mi ghiacci la mente infiammandomi i
pori. Ed io sì, cedo, esaltandoti certo, a colare più a fondo, all’inguine
caldo ancora ed ancora con una bava di lava. Con un’anguilla che scende e
s’insinua, s’addentra e raffredda stringendosi dura. Fottendomi impropria
la carne più viva. (A Michael)
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