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Chissà perché, ma il buio che calava piano le ricordava sempre la
coperta che qualcuno, durante il sonno, le rimboccava delicatamente e con
attenzione da bambina. Spesso lei faceva finta di dormire per cogliere
quell’attimo furtivo di premura, che durante il giorno raramente
capitava. La casa svuotata, il rumore del temporale che stava arrivando,
la finestra socchiusa, il buio. Elementi per un rito. Ora invece aveva le
mani che scrivevano sempre meno veloci, insonnolite e intorpidite. A
tratti lavorava, poi appoggiava il viso minuto sulla mano piegata,
spostava appena gli occhiali verso la punta del naso e leggeva.
Leggeva
le parole di quella creatura strana che si era dichiarata come lei. Una
donna, Sybil.
Anni
prima era andata, piuttosto malvolentieri, a teatro per una piéce di un
amico. Commedia di recitazione e testo alternativo, le avevano detto.
Quasi scalciando e costretta si ritrovò a seguire un’amica in quella
specie di anfiteatro buio, un sotterraneo nei dintorni del Colosseo.
Infilatasi nel cunicolo, stropicciava nervosa il biglietto di ingresso e
si accomodò sul gradino freddo di marmo. L’amico era un uomo
affascinante, alto magro e con l’aspetto da asceta pentito. Le guance
incavate, l’aria perennemente sofferente, se lo guardava da sotto in su
tutte le volte che uscivano dalla loro seduta di yoga settimanale. Lui
affondava quei lunghi denti bianchi e affilati nel trancio di pizza che si
compravano per cena, e lei aveva come un brivido. Sapeva ch’era sposato,
che aveva due figli, che la moglie sembrava più un’amichevole sorella
per lui che una donna da letto. Non aveva mai subito avances da lui, e
forse non le attendeva neanche.
Trascurò
mentalmente i primi minuti di recitazione, presa da altri pensieri. Poi
alle spalle del suo amico, estratto miracolosamente da dietro le quinte,
apparve un tronco d’albero, bello e solido, rugoso, poggiato di traverso
sul palco, pieno di nodi e solchi, con le fronde e le radici recise. Quasi
osceno nella sua bellezza, quel tronco sembrava comandare tutta la sala,
ipnoticamente aveva attirato la sua attenzione. Allora, cominciò a
prestare orecchio alle parole dell’amico. Farneticanti, a cascata
ripida, forsennate, interrogative: le parole di lui dichiaravano amore.
Amore per un albero, il folle meditativo ex attore di cinema si professava
innamorato di quel pezzo di legno maltrattato e vecchio, e non contento lo
carezzava col palmo della mano. In quella carezza c’era davvero
passione, lei se n’accorse anche nel buio sovrastante. Ti amo, diceva
lui, ti amo e non mi chiedere perché…su di te elaboro i peggiori sogni
indecenti della mia vita, immagino di sedermi a cavalcioni sopra il tuo
legno e di strofinarmi, avanti e indietro, di farmi eccitare e gonfiare il
sesso nei pantaloni dalla tua scorza ruvida, di graffiarmi, di schizzare
immoralmente sulla tua corteccia e spalmare il mio sperma su di te come
sulla pancia morbida e rosa di una donna…insomma di amarti.
Uscendo
lei colpiva con le scarpe nere da uomo i sassolini che trovava sul
vialetto. Pensava fittamente a quella storia. Si sentiva colpevole e
assolta. Spesso in passato si era trovata in un girone frastornante di
sentimenti irrazionali. Si ricordava ad esempio un amico del figlio
neanche adolescente, un biondino slavo con gli occhi azzurri e
inquietanti, tredici anni appena, che la salutava cortesemente tutte le
volte che la incontrava, piegando appena la testa ossequiosamente, e le
chiedeva del figlio. Lei sorrideva e si sentiva austera e potente,
rispondeva sorridendo e faceva i conti sull’età, dandosi immediatamente
della donnaccia. Ventinove anni di differenza tra loro due, e forse su di
lui poteva mettere le mani (o lui su di lei) tra poco…molto poco….e
scacciava via il pensiero come mosca assillante e fastidiosa.
Oppure
quella ragazza che incontrava ogni mattina scendendo dalla macchina, i
capelli di lei neri come il bitume bollente sulla strada da asfaltare, con
quegli occhi bistrati ad arte per andare al lavoro. La trovava davanti
puntuale, la ragazza che saliva in macchina, lei che scendeva dalla sua,
apriva il portabagagli e tirava fuori il sacchetto della spazzatura. Si
rimproverava sempre di non essersi abbellita, portava una giacca nera di
pelle consumata, scarpe nere e foulard al collo tanto per darsi un
contegno, e gli occhiali per occultare gli occhi gonfi di sonno.
Ma
la ragazza era bellissima, e si guardavano sempre, ogni mattina, per un
attimo interminabile. Poi si giravano simultaneamente, rituffandosi nella
vita normale.
Tutto
è assolto, pensava adesso mentre meditava la risposta da scrivere a Sybil
che la sollecitava, tutto è possibile, basta staccarsi dall’identità
di un documento ufficiale, di un ruolo nella vita, non sentirsi il vestito
incollato alla pelle ma riuscire a sfilarlo, scrostando i frammenti di
stoffa che rimangono appiccicati aderenti e insolenti.
Basta
stare qui, stanotte, con la scusa di un lavoro arretrato da fare,
sopportare questa luce del computer che si fa sempre più fastidiosa e
accecante, gli occhi sempre più stanchi. Basta rimanere ad aspettare una
risposta, pensava lei togliendosi lentamente gli occhiali e strofinando la
mano fredda sul viso, e sentire l’evocare immediato dell’emozione
dentro.
All’improvviso
giunse una parola e un ordine, quella presenza le aveva intimato bambina e
dispettosa “baciami…” e tutto questo, irreale più di un sogno fatto
all’alba in pochi minuti, le aveva tolto il fiato e dato le vertigini.
Le aveva detto di chiamarsi Sybil, o almeno, le aveva chiesto di chiamarla
così, e le aveva mandato delle foto. L’inganno obliquo e perverso della
rete le era noto: chiunque avrebbe potuto mandarle foto di una persona
qualsiasi dicendo “sono io”, e poi…anche Sybil dall’altra parte
avrebbe potuto pensare lo stesso di lei.
Eppure…eppure
qualcosa da tempo e fin dall’inizio le aveva detto che era una donna,
impossibile sbagliarsi. C’era un modo tutto particolare di disegnare i
propri ritratti, di offrirli in rete. La differenza tra un uomo e una
donna era subito evidente. La donna indugiava molto di più su tratti
emotivi, su territori di periferia di se stessa: le emozioni, le
vibrazioni, le fantasie. Le caviglie, i capelli, gli occhi, le mani. E
Sybil così aveva fatto, ormai erano giorni che si incontravano di sera su
quella piazza illuminata e affollata e brulicante.
Conosceva
i passi di quel buffo palinsesto della seduzione in rete. Chi sei, come ti
chiami, dove vivi, cosa fai. Dopo, per i più azzardati, si arrivava anche
al numero di telefono, ma lei lo aveva accuratamente evitato. Però…però
una sciocchezza l’aveva fatta. Il giorno prima, dopo una serata in cui
Sybil le aveva depredato sonno e fantasie, era uscita per farle un regalo.
Pazza, si diceva, mentre entrava in quel negozio di lingerie. Pazza, tu
non la vedrai mai, non saprai mai che colore hanno i suoi occhi, che
levigatezza la sua pelle, che tono la sua voce e che spessore i suoi
capelli. Indifferente al richiamo della saggezza, era andata decisa verso
la commessa.
“Vorrei
un reggicalze, il più prezioso che ha…”
“Di
che colore signora?” le aveva chiesto la ragazza, guardando subito
l’oasi bianca della gola e il nero dei capelli di lei.
“Avorio”
rispose con una voce che intanto si era rintanata nella gola come una
lumaca nel guscio. Avorio, sulla pelle leggermente ambrata di Sybil
sarebbe il tono giusto, meditò col pensiero che sparava flash impazziti
nella mente. “E vorrei anche delle calze uguali, stesso
colore….velate”.
La
ragazza le porse una bustina, lei fece un gesto antico che le ricordava
sua madre quando la portava con sé ai grandi magazzini, o in qualche
merceria. Staccò l’etichetta adesiva dall’involucro trasparente,
estrasse il bordo della calza, infilò la sua piccola mano chiusa a pugno
e tirò il nylon fino a tenderlo per vedere la rete sulla pelle. Perfette,
su quelle lunghe gambe e sulle cosce tornite di Sybil, perfette…
“Posso
vedere la guepiere?” chiese poi esigente alla commessa. La ragazza aprì
la scatolina di cartone pesante, prese per un angolo il reggicalze e lo
tirò fuori. “Lo apra per favore…” la pregò. Le due mani della
ragazza si aprirono un poco, allargandosi. Quel trofeo ricamato era
bellissimo, i ganci cuciti sul raso avorio erano perfetti, la gomma
morbida, così che la pelle non ne poteva rimanere segnata.
Inaspettamente
la giovane, poco più che ventenne, fece allora un gesto improvviso.
Abbassò le braccia e si appoggiò l’indumento tra inguine e cosce, sui
vestiti, come a indossarlo e mostrarne la misura. Lei sbandò un poco, se
ne accorse in silenzio, appoggiò la mano sul tavolino di cristallo dove
erano buttate calze e scatole e bustine, e respirò forte. Chiuse gli
occhi. Sybil, pensò, la follia…la follia della mente che partorisce
desideri mai confessati.
Il
passo era stato fatto.
Lei
era schizzata fuori dal video, aveva preso per mano Sybil e l’aveva
portata nel reale, nella sua vita ordinata e scandita, nel suo ruolo di
madre e di moglie, se la viveva tra il coetaneo del figlio e la ragazza
misteriosa della mattina, la faceva passeggiare discinta tra le cose da
scrivere e la spesa da fare. Era fatto, e avrebbe voluto tornare indietro.
Ora
Sybil continuava a chiederle di chiudere gli occhi e pensare alle sue
labbra…e a lei montava in gola una specie di marea salata e
inconsistente, fatta di fiato mozzo e voglia di gridare “vattene,
troia”…sapendo che il grido e l’insulto sarebbero stati un boomerang
per lei. “Baciami….presto” intimò ancora Sybil e lei, come un
automa, chiuse gli occhi e si avvicinò al video. Poi, con una freccia di
sguardo che ancora andava verso la luce, vide il sacchetto bianco della
boutique. Pendeva dal pomello della sua sedia rossa. Dentro, il pacchetto
di calze e guepiere.
Slacciò
prima i pantaloni neri di gabardine.
Tolse
le calze.
Con
i piedi nudi sul pavimento ebbe un brivido.
Tirò
fuori dalla bustina le calze avorio, una per una. Si accovacciò sulla
sedia, piegò una gamba e appoggiò sulla punta del piede la calza
arrotolata. Cominciò a farla salire piano, con cura, facendo scorrere il
nylon dalla caviglia, al polpaccio, al ginocchio fino alla coscia. Sistemò
spianandolo il bordo alto di pizzo. Poi, stesso rito con l’altra calza.
Perfette. Sul video scorrevano parole, lei non voleva guardare, le avrebbe
risposto e si sarebbe distratta. C’era una cerimonia da officiare, ora.
“In onore tuo Sybil”, pensò, “ma tu non lo saprai mai”. Si alzò
e prese la guepiere. Girò le sue mani intorno alla vita e cercò i due
lembi per allacciarli tra loro. Aprì i gancetti paralleli alle cosce e
tra le due labbra di gomma infilò un frammento di calza. Strinse, chiuse.
Poi
oscenamente si sbottonò la camicetta aderente, infilò la mano dentro,
appoggiandola sul petto caldo. Tirò fuori, avvolgendoli con la mano, i
due seni uno alla volta, tondi e morbidi. Puntavano eretti verso il video.
Se li toccò ancora un poco, poi pizzicò appena i capezzoli rosa scuro,
che reagirono indurendosi. “Bellissima”, pensò soddisfatta di
quell’immagine uscita dallo specchio…”se tu mi vedessi ora Sybil,
nel buio della notte che è solo mia”. Belle, anche quelle gambe così
inguainate e velate. Di color avorio, che non era un bianco ma un
offuscato candore. Belle, e finalmente sue. Chissà come sono davvero le
cosce di Sybil, pensò per un attimo, chissà come indosserebbe queste
calze…ma ormai quelle cose avevano preso il suo odore. “E io”, si
disse soddisfatta accendendo la sigaretta della sera e spegnendo il
computer, “ho preso finalmente possesso di me”.
I racconti di Rosye
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