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Perché
mi tocchi così? è stata la sua domanda dalla voce argentina, che
scendeva ad incupirsi lenta. Io non avevo fatto nulla. Avevo solo avvolto
il suo braccio all’altezza dell’ascella tiepida con la mia piccola
mano, e per prendere tutta la sua pelle avevo mosso le dita. Che si erano
arrampicate in alto, avvolgendo il calore del cotone bianco, sotto la sua
carne rosa.
Perché
ti tocco così… avevo risposto ingenuamente, lasciando la risposta in
sospeso…non so, per camminare più attaccata a te, ho detto abbassando
lo sguardo sulle mie scarpe alte, color panna, che risaltavano sui
sampietrini color ardesia.
Allora
lei ha sfilato piano il suo braccio dal mio.
Poi,
come una sartina diligente e agile lo ha infilato di nuovo, il suo nel
mio, un filo sottile nell’ago pieno, la stoffa bianca nella cruna nera.
Mi
ha afferrato la mano. L’ha stretta decisa e piano nella sua, che nelle
foto ricordavo lunga e ossuta, in realtà piccola e fredda.
Le
mani fredde.
Un
ricordo di adolescenza, di camerate buie, di colonie estive, di amori che
ne sostituiscono altri, di vuoti riempiti da volti troppo simili ai miei.
Le
mani fredde, che scivolano e passano sui corpi nudi e accaldati dal sole
del giorno, avide e curiose di qualcuna come me, sul mio corpo e sul suo,
e il gioco fatto in silenzio nel letto, piccolo e enorme.
Mi
ha preso la mano, camminando con un’andatura che rallentava sempre più.
Hai una mano bella, hai una mano sensuale, ripeteva sussurrando abbassando
di poco il suo viso verso il mio -io guardavo fissa davanti a me, cercando
come Arianna il filo del discorso- e con le sue dita toccava ogni snodo
delle mie dita. Saliva e scendeva, avvolgeva e dipanava, carezzava e
massaggiava, incessante. Io parlavo del tempo, del viaggio, della partenza
e del ritorno. Davanti a me uno spaccato di questa città che odio, perché
mi ripropone posti e scene che vorrei dimenticare. Palcoscenici di amori
che sono passati e andati….piazza del Popolo, via del Babuino, via
Margutta, via di Ripetta….città che odio, perché mi alza la sua gonna
oscena sempre nello stesso posto, sempre nello stesso sole e stesso
calore.
Le
avrei succhiato avida il labbro più pieno, quello inferiore che i bambini
sporgono quando si imbronciano e stanno per piangere. Nelle foto lo rivedo
sempre, come una freccia il mio occhio cade lì, sul particolare rosa e
impudico.
Lei
rideva con uno scivolare della risata a piccola cascata.
Avevo
la mia mano sinistra imprigionata nella sua destra, e lei mi andava dalla
punta all’incavo tra dito e dito, percorreva quella V e risaliva piano,
troppo piano e troppo velocemente.
Io
ero tra quelle dita. Guardavo fissa davanti a me, vedevo l’obelisco che
si avvicinava troppo rapido, la piazza si faceva vicina, tra un po’
sarei andata via. Nello scendere tra dito e dito lei si fermava un po’,
indugiava, io mi facevo ancora più piccola, forse un frammento di pelle,
forse un cristallo di polvere…ed ero lì, sulla mappa rosa della mia
mano, per essere avvolta dalla sua.
Poi,
ci siamo fermate di fronte ad un negozio di tele e pennelli, all’angolo
di via Margutta.
La
bellezza della sua mano, che passava sopra la mia, aperta e quasi della
stessa grandezza, era l’essere fredda, ma asciutta. Invece, tra le mie
gambe e nella sensazione del cuore, ero un lago di piacere e già di
rimpianto pensando che sarebbe andata via. L’eccitazione aveva il sapore
di qualcosa rimasto fermo nella gola, che soffoca e toglie il fiato.
Mi
sorprendeva ancora la conferma, il fatto di sentirmi così alterata nei
sensi e nella percezione dell’esterno, e tutto questo non provocato da
un uomo, no…provocato da una donna come me. Ma potrebbe essere un
animale, mi dicevo, una pianta o un essere senza definizione a provocarmi
questo….non importa, non interessa e non serve sapere…io sto provando
qualcosa che credevo dimenticato, e sto provando un gusto particolare…il
proibito dalla morale, il condannato dalle regole della normalità, quello
che non si dovrebbe fare, quello che non si dovrebbe sentire.
Ma
lei è così bella...
Ha
gli occhi verdi e impudichi, che si abbassano ogni volta che dice qualcosa
che le sembra troppo importante, troppo ascoltato….ha una gola bianca e
sottile, con una piccola fossa all’inizio del suo petto da adolescente,
una conca che potrei riempire con la punta del dito, o con l’appoggiarsi
lento della lingua.
Ha
capelli neri, dritti e spettinati, li immagino afferrati e tenuti in una
sola mano a bloccarle la schiena, a girarle il capo tenendole il viso
verso l’alto…
Io
mi vergogno un po’ di questi pensieri….sono crudele, e vorace, e
spietata nel disegnarmi dentro possibili situazioni con lei.
Il
piacere maggiore è questo. Parlare amabilmente dell’ultima mail scritta
o letta, chiederle dei regali di nozze, guardarla coi miei occhi un po’
gonfi e dalle occhiaie evidenti, con un’espressione di partecipazione
adulta…e invece avere dentro un sibilo da serpente, una voce diabolica
da tentazione, un impulso che domino a stento solo perché siamo in
pubblico.
Se
solo vedesse, se solo sentisse….adesso sente solo la pelle della mia
mano che stranamente non trema, dopo averlo fatto mentre quasi correvo per
via Condotti.
Se
l’è appoggiata poi al petto scarno, da bambina. Io avrei voluto
trasportare la sua sul mio, di seno…che poi ha guardato a lungo, mentre
ci salutavamo. Le avrei voluto far sentire il battere incessante e
impazzito del cuore. Mi veniva da ridere, dentro di me….io alla mia età,
e tu appena sposata, guarda che buffo incontro, in questa piazza
assolata…il tuo uomo che ci cammina distante, davanti a noi, e il gioco
del furto d’emozione diventa ancora più gustoso, perché sottratto per
pochi secondi al tuo padrone…..
Mi
hai abbracciata forte, aderendo col tuo corpo ossuto al mio. E poi, per un
caso non voluto del tutto da me, la mia coscia foderata nella gonna scura
si è insinuata tra le tue, dentro pantaloni aderenti blu.
Ha
spinto, piano….facevo così senza volere anche all’unica mia amante,
mentre eravamo magari sulla metro, o in qualche altro spazio di
contaminazione estranea. Riuscivo ad essere, in quel momento, su quel
riquadro di pelle lontana e separata dall’altra da calze, e stoffa, e
sottane……eppure la sentivo.
Così
ho sentito te, e tu hai sgranato appena il verde dei tuoi occhi e mi hai
chiesto e rimproverato nello stesso tempo “cosa fai…” e io mi sono
schernita, già colpevole……..
Poi
ho allacciato rassegnata il golf nero che avevo spudoratamente aperto, di
due o tre bottoni, sul seno che usciva pieno. L’ho fatto guardandola da
sotto in su, e lei mi ha detto “l’ho visto, e ho visto cosa porti
sotto, un incrocio di stoffa grigia e nera….”
Sono
arrossita, avrei voluto spalancare i lembi della lana nera, avrei voluto
farle vedere come sentivo quell’offerta per lei…e invece ho sorriso, e
le ho imposto un patto di gioco. All’ultimo semaforo che si accende me
ne vado…e mi sono girata decisa, i suoi fiori in mano, e ho attraversato
la strada.
Un
momento solo mi sono voltata…e lei era lì, con lui finalmente alle sue
spalle, e mi salutava sorridendo appena.
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