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Di Therese sapevo quasi tutto.
Pallida e flessuosa la guardavo ogni mattina dirigersi al lavoro a piedi,
stringendo l’informe borsa carica di documenti, avvolta nel cappotto di
due taglie più largo che copriva con malagrazia un corpo sinuoso e
morbido come le sue labbra piene e vellutate. Al bar, nascosto fra le
pagine del quotidiano, mi incantavo a fissare il suo profilo impertinente,
mentre addentava la solita brioche, invidiando lo zucchero che ogni
mattina, come un bacio dolce e segreto, si posava sempre sullo stesso lato
della guancia. Conoscevo a memoria ogni dettaglio della sua vecchia
automobile arrugginita, la stessa che posteggiata per settimane nello
stesso posto, ripartiva dopo innumerevoli tentativi di accensione, tutti
colorati da espressioni poco femminili e dall’immancabile grattata
finale del cambio in prima.
La vedevo quando rientrava a casa
stanca la sera, cercando sollievo fra un caffelatte ed una sigaretta sul
balcone del retro, oppure seduta davanti al computer con le cuffie in
testa a scrivere per ore, dio solo sa, che cosa. L’accompagnavo con lo
sguardo mentre andava a letto, infilandosi assonnata e sola sotto lenzuola
di cotone azzurro con indosso, anche d’inverno, solo un paio di boxer,
chissà perché.
Quando potevo, la osservavo
addormentata abbracciata al cuscino, lo stesso sul quale io una volta, di
nascosto, ero riuscito a posare un bacio immaginando che fosse lei.
Talvolta seduto sulla mia poltrona di pelle, perdevo il senso del tempo
cullandola con lo sguardo, finchè i baci d’oro dell’aurora non la
destavano per me, tenera ed indifesa nel risveglio innocente, pronta a
rivestire i panni di una guerriera disposta a tutto.
Nessuno la conosceva meglio di
me, di questo ero certo, ma mi mancava la sua parola, il suo sguardo perso
nel mio, la carezzevole e vellutata presenza della sua pelle sotto le
dita. La conoscevo, eppure non le avevo mai parlato, non l’avevo mai
frequentata, non l’avevo mai toccata. Eterea ed inavvicinabile faceva
parte di me pur non appartenendomi. Non potevo vivere senza di lei. Le
giornate, quando non potevo o non riuscivo a vederla, si allungavano
dilatandosi, riempiendomi l’anima di una tristezza che mi vinceva il
cuore in mille fitte dolorose, fra lacrime che spesso versavo
inconsapevolmente, cercandola fra le ombre immote del suo appartamento
vuoto.
Amore? Si, era amore. Assurdo,
inconcepibile, ossessionante amore che mi faceva bramare la sua immagine,
la sua presenza oltre il riflesso dei vetri, unica barriera reale
all’abbraccio giornaliero del mio cuore. Ma era anche ossessione.
Ossessione della sua presenza, dei suoi battiti stretti contro il mio
petto nelle giornate di pioggia quando la guardavo, sola, fissare un punto
fisso nel cielo nuvoloso chiedendo qualcosa a se stessa. Qualcosa che non
aveva risposte. Come le domande che mi ponevo io. Non sapevo se l’avrei
mai conosciuta. Passando notti insonni ad interrogarmi sui miei desideri
irrealizzabili a volte mi perdevo nell’immensa paura che provavo ,solo
all’idea di commettere un passo falso che l’avrebbe allontanata per
sempre da me. La consapevolezza della mia vigliaccheria e la non tanto
remota possibilità che un giorno decidesse di sposarsi o di traslocare,
mi facevano impazzire alla ricerca di una soluzione, anche perché il
sentimento che provavo, seppur incomprensibile mi aveva fatto capire.
Era lei. L’unica donna che
avrei mai amato. L’unica che avevo amato da sempre, il mio destino, la
mia condanna di vita, mentre vagabondo nella folla, fissavo volti
sconosciuti in cerca di lei. Lei , l’unica. Finalmente trovata, ma mai
avvicinata. Perché io ero l’uomo che la guardava, ladro di immagini
spiate dal mio mondo lontano. Forse il mondo dei sogni. E lei non lo
sapeva. Trovare il suo numero di casa privato non fu semplice, e se non
avessi avuto amicizie nel settore probabilmente non l’avrei trovato mai.
Per mesi accarezzai inerte quel foglietto di carta scritto frettolosamente
a mano, mentre la osservavo ignara del mio tormento, vivere la sua vita
dietro la finestra dei miei occhi. Lieve ma persistete la sua presenza
regnava ovunque, in casa al lavoro, in macchina; ovunque tenevo sparsi
come piccoli frammenti della sua essenza, qualcosa che le era appartenuto,
qualcosa che lei aveva toccato, usato, mangiato o comprato e che poi
inspiegabilmente aveva buttato via.
Se avessi potuto avrei vissuto
dell’aria che espirava carica del suo sapore a me ignoto, bevendo le
lacrime che spesso vedevo apparire all’improvviso in quegli occhi scuri,
riflesso di un animo fragile rinchiuso nel corpo di una guerriera; una
donna persa che si dibatteva nella disperazione di qualcosa che la faceva
soffrire, ma che io, seppur soffrendo con lei e per lei, non ero mai
riuscito a scoprire. Qualcosa che appariva al calar della notte e del
buio, quando le ombre dei pensieri più cupi la raggiungevano insonne, fra
lenzuola aggrovigliate e perse ai lati del letto, mentre scalciante,
mordeva il cuscino cercando di soffocare gli urli di dolore che la
scuotevano i mille singhiozzi incontrollabili.
Così, una notte, la chiamai.
Forse perché veramente lo desideravo; sentire finalmente la sua voce
anche solo per un “pronto? “ sussurrato nella cornetta, o forse più
semplicemente perché l’amavo e non potevo più assistere inerme a tutta
quella sconvolgente ed oscura disperazione senza fare qualcosa di
concreto. Con dita tremanti composi quel numero, implorando clemenza da me
stesso mentre vigliaccamente speravo che la linea fosse occupata. Ma non
lo era. E fu l‘inizio. O la fine. Non so.
Neppure adesso, che è passato
così tanto tempo che nemmeno mi ricordo più di cosa parlammo in quella
prima per me, credevo, indimenticabile telefonata, so dirlo con certezza.
Forse non parlammo neppure. Forse, in silenzio, furono solo le nostre
anime a farlo, decidendo per noi. Due settimane più tardi entrai per la
prima volta in casa sua. Sospingendo la porta socchiusa mi fermai un
secondo in attesa che il mio cuore impazzito si calmasse. Per un attimo
provai l’assurdo desiderio di voltarmi e fuggire via, lontano da quella
donna che mi attendeva nella penombra di una camera da letto che avevo
visto migliaia di volte, ma in cui non ero mai entrato e che mi era
sconosciuta come lei. Poi, improvviso, giunse ad accarezzarmi l’anima il
vuoto abissale che avrei provato andandomene, perdendo quell’unica
possibilità che mi era stata concessa. L’immagine fredda e monotona dei
miei sogni futuri, cristallizzati in ossessioni vivide ed irraggiungibili
che mi avrebbero tormentato per il resto della vita, mi fece ritrovare il
coraggio. Io avevo bisogno di lei. Per esistere. Per sentirmi vivo. Per
essere.
Entrai piano cercando di non fare
rumore. Sdraiata sul fianco Therese fissava il muro volgendomi la schiena.
Pur udendomi entrare non si voltò, rimanendo lì, ferma ed immobile,
nell’attesa che la raggiungessi nel letto tiepido, fra penombre
rossastre che disegnavano strane forme sulla parete. Togliendomi la
camicia mi sdraiai accanto a lei. Respirando finalmente il suo odore dolce
e fruttato le cinsi il corpo abbracciandola stretta contro il mio petto
nudo. Scorrendo ad occhi chiusi le mie labbra sulla sua nuca delicata
l’assaporai, mentre i suoi primi sospiri si accompagnarono alla carezza
della sua mano lieve che si posò sulla mia, guidandola in perlustrazione
lungo il corpo. Sospingendo i fianchi contro la mia erezione, si inarcò,
accarezzandosi con le mie dita la punta di un seno.” …baciami il
collo.. mi piace da impazzire....” Grattandole di proposito la pelle
accapponata con il mento pungente, l’accontentai. Scivolando dal lobo
alle scapole la ricoprii di baci lievi, mentre la mia mano oramai autonoma
aveva raggiunto il suo punto più sensibile.
Umida ed eccitata socchiuse le
gambe per permettermi di penetrare con un dito all’interno, mentre i
fianchi cominciarono a muoversi di vita propria contro il mio desiderio
crescente. Sfiorando la clitoride in ritmiche carezze, la portai sulla
soglia del piacere totale, che Therese voltandosi, decise di vivere nella
mia bocca, mentre le nostre lingue intrecciate si davano il primo bacio.
“Togliteli..” sussurrò
cominciando a slacciarmi i pantaloni. La mano si introdusse in cerca di
me, della parte di me da guidare fra labbra nascoste e bagnate, in
un’altalena di tentativi volutamente fallaci che mi fecero assaporare
col glande gonfio e con in mente un unico pensiero che mi batteva nelle
tempie, tutta la morbidezza della sua voglia interna, in contrapposizione
con la durezza della sua piccola erezione inappagata. Scivolando nel suo
corpo, sentii le cosce vellutate che si chiudevano intorno ai miei
fianchi, mentre con le mani le accarezzavo la nuca, perdendomi nel
riflesso del suo sguardo sognante,fra le sue labbra socchiuse e
sussurranti che cominciai a respirare avidamente. Gridando nella mia bocca
ebbe un orgasmo quasi immediato. Stringendomi nella morsa umida delle sue
profondità si inarcò ancora, muovendosi come fiume in piena, travolgendo
con l’eco del suo piacere incontrollato tutti i miei pensieri, tranne la
coscienza di essere all’interno del suo corpo madido e caldo, quel corpo
che tanto avevo desiderato e che ora godeva di me in un ritmo selvaggio e
sconvolgente. In quel momento capii.
La percezione della sua unicità
mi avrebbe reso schiavo dell’emozione che provavo, della sua pelle
imperlata di sudore dolce come zucchero, dei suoi capelli bagnati che
scivolavano sul mio corpo in mille distinte carezze, delle sue frasi
oscene sussurrate fra i miei pensieri incoerenti, mentre possedendola
oramai brutale, la riempivo del mio piacere convulso, denso al punto da
farmi male. Fu più tardi, quando oramai si era addormentata fra le mie
braccia, che decisi di andarmene per permetterle di riposare in pace. Di
riflettere al risveglio, su ciò che era successo e perché. Posandole un
bacio sulla fronte sussurrai “Ti amo”
Fu sulla soglia che la udii
rispondere. “Anch’io ti amo, ti ho sempre amato.” Fissando quegli
occhi scuri, in cui non esisteva più ombra di tristezza ma solamente
felicità, capii che era vero. Non me ne andai mai più. E anche adesso,
che l’esistenza è trascorsa ed io riconosco la mia donna solo per
quella fiammella di gioia che scorgo nei suoi occhi stanchi, anche ora che
la vita immancabilmente tenterà di dividerci con la sua fine, sono
convinto che non accadrà. Credo che anche in quel momento ce ne andremo
via insieme mano nella mano. Come sempre. Per sempre.
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