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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

     
 
 

Justine

La primavera dell'innocenza

 

Amore? Si, era amore. Assurdo, inconcepibile, ossessionante amore che mi faceva bramare la sua immagine, la sua presenza oltre il riflesso dei vetri 

Era lei. L’unica donna che avrei mai amato. L’unica che avevo amato da sempre, il mio destino, la mia condanna di vita, mentre vagabondo nella folla, fissavo volti sconosciuti in cerca di lei. Lei , l’unica.

foto paco

 
 
 
     
 
 

  
  

Di Therese sapevo quasi tutto. Pallida e flessuosa la guardavo ogni mattina dirigersi al lavoro a piedi, stringendo l’informe borsa carica di documenti, avvolta nel cappotto di due taglie più largo che copriva con malagrazia un corpo sinuoso e morbido come le sue labbra piene e vellutate. Al bar, nascosto fra le pagine del quotidiano, mi incantavo a fissare il suo profilo impertinente, mentre addentava la solita brioche, invidiando lo zucchero che ogni mattina, come un bacio dolce e segreto, si posava sempre sullo stesso lato della guancia. Conoscevo a memoria ogni dettaglio della sua vecchia automobile arrugginita, la stessa che posteggiata per settimane nello stesso posto, ripartiva dopo innumerevoli tentativi di accensione, tutti colorati da espressioni poco femminili e dall’immancabile grattata finale del cambio in prima.

La vedevo quando rientrava a casa stanca la sera, cercando sollievo fra un caffelatte ed una sigaretta sul balcone del retro, oppure seduta davanti al computer con le cuffie in testa a scrivere per ore, dio solo sa, che cosa. L’accompagnavo con lo sguardo mentre andava a letto, infilandosi assonnata e sola sotto lenzuola di cotone azzurro con indosso, anche d’inverno, solo un paio di boxer, chissà perché.

Quando potevo, la osservavo addormentata abbracciata al cuscino, lo stesso sul quale io una volta, di nascosto, ero riuscito a posare un bacio immaginando che fosse lei. Talvolta seduto sulla mia poltrona di pelle, perdevo il senso del tempo cullandola con lo sguardo, finchè i baci d’oro dell’aurora non la destavano per me, tenera ed indifesa nel risveglio innocente, pronta a rivestire i panni di una guerriera disposta a tutto.

Nessuno la conosceva meglio di me, di questo ero certo, ma mi mancava la sua parola, il suo sguardo perso nel mio, la carezzevole e vellutata presenza della sua pelle sotto le dita. La conoscevo, eppure non le avevo mai parlato, non l’avevo mai frequentata, non l’avevo mai toccata. Eterea ed inavvicinabile faceva parte di me pur non appartenendomi. Non potevo vivere senza di lei. Le giornate, quando non potevo o non riuscivo a vederla, si allungavano dilatandosi, riempiendomi l’anima di una tristezza che mi vinceva il cuore in mille fitte dolorose, fra lacrime che spesso versavo inconsapevolmente, cercandola fra le ombre immote del suo appartamento vuoto.

Amore? Si, era amore. Assurdo, inconcepibile, ossessionante amore che mi faceva bramare la sua immagine, la sua presenza oltre il riflesso dei vetri, unica barriera reale all’abbraccio giornaliero del mio cuore. Ma era anche ossessione. Ossessione della sua presenza, dei suoi battiti stretti contro il mio petto nelle giornate di pioggia quando la guardavo, sola, fissare un punto fisso nel cielo nuvoloso chiedendo qualcosa a se stessa. Qualcosa che non aveva risposte. Come le domande che mi ponevo io. Non sapevo se l’avrei mai conosciuta. Passando notti insonni ad interrogarmi sui miei desideri irrealizzabili a volte mi perdevo nell’immensa paura che provavo ,solo all’idea di commettere un passo falso che l’avrebbe allontanata per sempre da me. La consapevolezza della mia vigliaccheria e la non tanto remota possibilità che un giorno decidesse di sposarsi o di traslocare, mi facevano impazzire alla ricerca di una soluzione, anche perché il sentimento che provavo, seppur incomprensibile mi aveva fatto capire.

Era lei. L’unica donna che avrei mai amato. L’unica che avevo amato da sempre, il mio destino, la mia condanna di vita, mentre vagabondo nella folla, fissavo volti sconosciuti in cerca di lei. Lei , l’unica. Finalmente trovata, ma mai avvicinata. Perché io ero l’uomo che la guardava, ladro di immagini spiate dal mio mondo lontano. Forse il mondo dei sogni. E lei non lo sapeva. Trovare il suo numero di casa privato non fu semplice, e se non avessi avuto amicizie nel settore probabilmente non l’avrei trovato mai. Per mesi accarezzai inerte quel foglietto di carta scritto frettolosamente a mano, mentre la osservavo ignara del mio tormento, vivere la sua vita dietro la finestra dei miei occhi. Lieve ma persistete la sua presenza regnava ovunque, in casa al lavoro, in macchina; ovunque tenevo sparsi come piccoli frammenti della sua essenza, qualcosa che le era appartenuto, qualcosa che lei aveva toccato, usato, mangiato o comprato e che poi inspiegabilmente aveva buttato via.

Se avessi potuto avrei vissuto dell’aria che espirava carica del suo sapore a me ignoto, bevendo le lacrime che spesso vedevo apparire all’improvviso in quegli occhi scuri, riflesso di un animo fragile rinchiuso nel corpo di una guerriera; una donna persa che si dibatteva nella disperazione di qualcosa che la faceva soffrire, ma che io, seppur soffrendo con lei e per lei, non ero mai riuscito a scoprire. Qualcosa che appariva al calar della notte e del buio, quando le ombre dei pensieri più cupi la raggiungevano insonne, fra lenzuola aggrovigliate e perse ai lati del letto, mentre scalciante, mordeva il cuscino cercando di soffocare gli urli di dolore che la scuotevano i mille singhiozzi incontrollabili.

Così, una notte, la chiamai. Forse perché veramente lo desideravo; sentire finalmente la sua voce anche solo per un “pronto? “ sussurrato nella cornetta, o forse più semplicemente perché l’amavo e non potevo più assistere inerme a tutta quella sconvolgente ed oscura disperazione senza fare qualcosa di concreto. Con dita tremanti composi quel numero, implorando clemenza da me stesso mentre vigliaccamente speravo che la linea fosse occupata. Ma non lo era. E fu l‘inizio. O la fine. Non so.

Neppure adesso, che è passato così tanto tempo che nemmeno mi ricordo più di cosa parlammo in quella prima per me, credevo, indimenticabile telefonata, so dirlo con certezza. Forse non parlammo neppure. Forse, in silenzio, furono solo le nostre anime a farlo, decidendo per noi. Due settimane più tardi entrai per la prima volta in casa sua. Sospingendo la porta socchiusa mi fermai un secondo in attesa che il mio cuore impazzito si calmasse. Per un attimo provai l’assurdo desiderio di voltarmi e fuggire via, lontano da quella donna che mi attendeva nella penombra di una camera da letto che avevo visto migliaia di volte, ma in cui non ero mai entrato e che mi era sconosciuta come lei. Poi, improvviso, giunse ad accarezzarmi l’anima il vuoto abissale che avrei provato andandomene, perdendo quell’unica possibilità che mi era stata concessa. L’immagine fredda e monotona dei miei sogni futuri, cristallizzati in ossessioni vivide ed irraggiungibili che mi avrebbero tormentato per il resto della vita, mi fece ritrovare il coraggio. Io avevo bisogno di lei. Per esistere. Per sentirmi vivo. Per essere.

Entrai piano cercando di non fare rumore. Sdraiata sul fianco Therese fissava il muro volgendomi la schiena. Pur udendomi entrare non si voltò, rimanendo lì, ferma ed immobile, nell’attesa che la raggiungessi nel letto tiepido, fra penombre rossastre che disegnavano strane forme sulla parete. Togliendomi la camicia mi sdraiai accanto a lei. Respirando finalmente il suo odore dolce e fruttato le cinsi il corpo abbracciandola stretta contro il mio petto nudo. Scorrendo ad occhi chiusi le mie labbra sulla sua nuca delicata l’assaporai, mentre i suoi primi sospiri si accompagnarono alla carezza della sua mano lieve che si posò sulla mia, guidandola in perlustrazione lungo il corpo. Sospingendo i fianchi contro la mia erezione, si inarcò, accarezzandosi con le mie dita la punta di un seno.” …baciami il collo.. mi piace da impazzire....” Grattandole di proposito la pelle accapponata con il mento pungente, l’accontentai. Scivolando dal lobo alle scapole la ricoprii di baci lievi, mentre la mia mano oramai autonoma aveva raggiunto il suo punto più sensibile.

Umida ed eccitata socchiuse le gambe per permettermi di penetrare con un dito all’interno, mentre i fianchi cominciarono a muoversi di vita propria contro il mio desiderio crescente. Sfiorando la clitoride in ritmiche carezze, la portai sulla soglia del piacere totale, che Therese voltandosi, decise di vivere nella mia bocca, mentre le nostre lingue intrecciate si davano il primo bacio.

“Togliteli..” sussurrò cominciando a slacciarmi i pantaloni. La mano si introdusse in cerca di me, della parte di me da guidare fra labbra nascoste e bagnate, in un’altalena di tentativi volutamente fallaci che mi fecero assaporare col glande gonfio e con in mente un unico pensiero che mi batteva nelle tempie, tutta la morbidezza della sua voglia interna, in contrapposizione con la durezza della sua piccola erezione inappagata. Scivolando nel suo corpo, sentii le cosce vellutate che si chiudevano intorno ai miei fianchi, mentre con le mani le accarezzavo la nuca, perdendomi nel riflesso del suo sguardo sognante,fra le sue labbra socchiuse e sussurranti che cominciai a respirare avidamente. Gridando nella mia bocca ebbe un orgasmo quasi immediato. Stringendomi nella morsa umida delle sue profondità si inarcò ancora, muovendosi come fiume in piena, travolgendo con l’eco del suo piacere incontrollato tutti i miei pensieri, tranne la coscienza di essere all’interno del suo corpo madido e caldo, quel corpo che tanto avevo desiderato e che ora godeva di me in un ritmo selvaggio e sconvolgente. In quel momento capii.

La percezione della sua unicità mi avrebbe reso schiavo dell’emozione che provavo, della sua pelle imperlata di sudore dolce come zucchero, dei suoi capelli bagnati che scivolavano sul mio corpo in mille distinte carezze, delle sue frasi oscene sussurrate fra i miei pensieri incoerenti, mentre possedendola oramai brutale, la riempivo del mio piacere convulso, denso al punto da farmi male. Fu più tardi, quando oramai si era addormentata fra le mie braccia, che decisi di andarmene per permetterle di riposare in pace. Di riflettere al risveglio, su ciò che era successo e perché. Posandole un bacio sulla fronte sussurrai “Ti amo”

Fu sulla soglia che la udii rispondere. “Anch’io ti amo, ti ho sempre amato.” Fissando quegli occhi scuri, in cui non esisteva più ombra di tristezza ma solamente felicità, capii che era vero. Non me ne andai mai più. E anche adesso, che l’esistenza è trascorsa ed io riconosco la mia donna solo per quella fiammella di gioia che scorgo nei suoi occhi stanchi, anche ora che la vita immancabilmente tenterà di dividerci con la sua fine, sono convinto che non accadrà. Credo che anche in quel momento ce ne andremo via insieme mano nella mano. Come sempre. Per sempre. 

 



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