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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

     
 
 

Justine

Buffet Freddo

 

Qualcosa si mosse di vita propria nei suoi squallidi pantaloni da anziano. L’affare si ingrossa pensai, mordendo il dito a sangue.

“Puttana!” esclamò ritraendo la mano.

Mi fissò feroce. Una mano corse in cerca del fazzoletto in una delle tasche laterali dei pantaloni. Niente. Cominciò a succhiarsi la ferita. Sorrisi compiaciuta.

 

foto paco

 
 
 
     
 
 

Il bar era semideserto. Appoggiata mollemente al bancone, la proprietaria stava immedesimandosi nelle vicissitudini sentimentali degli immortali protagonisti di “Beautiful”incurante del caldo e delle mosche. Meglio così. Nessuno avrebbe potuto notare la nostra presenza e tanto meno ascoltare i nostri discorsi.

“Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno non hai che da chiedere…” disse Carlo fissandomi negli occhi con intenzione.

Ricambiai lo sguardo, gelida. Conoscevo il prezzo, ma non me ne fregava più di tanto. Una figa dopo l’uso si lava e torna esattamente come prima.  Nessuno può dire se è stata usata o no. Un sentimento di odio invece non si lava se non con la vendetta. Agognavo quella soluzione.

Ed ora finalmente, a distanza di anni dal torto subito, potevo cominciare a pregustarla.

“Quello che voglio lo dovresti aver già capito. La devi rovinare. Posto di lavoro, casa, famiglia, amici. Creale tutti i problemi che riesci. Purchè pianga. Tanto. Tanto quanto ha fatto piangere me e di più.”

“Se vuoi posso cercare una soluzione definitiva…” appoggiò il palmo umidiccio sul mio ginocchio. Dita vogliose risalirono verso l’interno coscia.

Fissando il suo volto orribile e vecchio, mi eccitai all’idea di quello che poteva succedere una volta sfilatigli i pantaloni. Chissà che meraviglia avrei trovato.

Mi faceva già male la mascella al solo pensiero. Data l’età, probabilmente non sarebbe potuto venir utile neppure un crick. Ma io non mi arrendo facilmente. Avrei pagato il giusto prezzo. Niente lamentele postume con me. Una cosa però l’avevo imparata bene. Mai fare quel tipo di pagamenti in anticipo. Appoggiando il palmo sulla mano esploratrice la scostai via dopo un lieve indugiare.

“Ogni cosa a tempo debito Carlo. Fammi contenta ed io farò lo stesso con te.”

“Vedo che sei cresciuta. Sei diventata una splendida donna e sai anche come usare la tua bellezza. Questo non fa altro che accrescere la voglia che ho di te. Sei semplicemente diabolica. Quanto vorrei che tu fossi solo mia.”

“Non alzare la posta Carlo. Potrei decidere di rivolgermi a qualcun altro. Sei stato tu che ti sei offerto. Non fare discorsi stronzi ora. ”

Carlo fissò in direzione della scorta. Richiamati dal suo sguardo gli uomini si avvicinarono. Seccato dalla possibile intrusione in affari che voleva mantenere riservati, li ricacciò al loro posto con l’impaziente gesto della mano.

Mi fissò negli occhi.

“Consideralo già fatto. Domani metterò subito in moto i miei collaboratori. Nel giro di poco avrai ciò che vuoi. E poi… l’avrò anch’io..” disse afferrandomi la mano con forza.

Mi leccai le labbra al dolore improvviso. Risi sentendo il metallo dell’anello penetrare nella carne.. Chi l’ha detto che agli uomini piacciono le donne dolci, oneste e buone? Probabilmente uno come San Francesco. Ma lui non capiva un cazzo, né di donne né delle leggi che regolano la natura. Fissai la pelle rinsecchita e appesa di Carlo. Come fare sesso estremo con la mummia di Tutankamon. Manuale ed istruzioni per l’uso. Ne avrei potuto quasi fare un racconto da pubblicare in internet.

“Ne avrai tanto. Tanto quanto non puoi neppure immaginare.”

Sorrisi crudele. Non aveva idea di quello che lo attendeva come ricompensa. L’immagine oscena di me stessa fra le braccia macilente e pelose del mio interlocutore, mi eccitò oltremisura. Per uno strano scherzo, mi parve quasi di udire i rantoli di piacere che sarebbero esplosi dal suo petto mentre lo sodomizzavo fra mille torture. Attirai la mano molesta verso le mie labbra.

Leccando il dorso, passai la lingua nella piega fra le dita, cominciando a succhiare il pollice. Qualcosa si mosse di vita propria nei suoi squallidi pantaloni da anziano. L’affare si ingrossa pensai, mordendo il dito a sangue.

“Puttana!” esclamò ritraendo la mano.

Mi fissò feroce. Una mano corse in cerca del fazzoletto in una delle tasche laterali dei pantaloni. Niente. Cominciò a succhiarsi la ferita. Sorrisi compiaciuta.

“Ma è questo che ti piace di me” sussurrai fissandolo negli occhi.

“Mi correggo” bofonchiò continuando a succhiare” Sei una vera Troia”

Gli uomini tendono sempre a minimizzare. Anche lui. Lo intesi come un complimento. Ricambiai.

“ Esattamente caro, proprio come te”

Carlo sbottò in una risata improvvisa e rappacificatrice. Avrei avuto quello che desideravo. Attirai la mano ferita verso le mie labbra. Il sangue rilucente nella penombra del tramonto, pareva quasi nero. Forse lo era, sangue torbido di mille peccati inenarrabili, di un essere crudele e privo di coscienza. Come me.

Cominciai a succhiare. Il sapore che mi invase il palato era dolce ed allo stesso tempo terribile, mortale, ferroso, antico come la vita, immortale come l’amore. Sapore di vendetta.

 


I racconti di Justine