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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

     
 
 

Justine

Acque profonde

 

Per un attimo fui sul punto di fermarlo; bloccarlo nell’abbraccio di qualcosa che poteva essere nuovo, vivo, di nuovo mio.

Ma non lo feci. Fingendo di dormire, frenai quell’unica lacrima che, da anni, stavo finalmente riuscendo a piangere. Solo quando udii il tonfo della porta che si richiudeva alle sue spalle, la lasciai libera. Solitaria ed inutile, scivolando, si tuffò in un salto ignoto verso il nulla.

 

foto paco

 
 
 
     
 
 

Lo squillo del cellulare mi destò dall’eco di lacrime asciutte, le stesse che mi avevano cullato nella mia notte insonne, fra lenzuola sporche di umori secchi e chiazze lattiginose che si diramavano sulla pelle stanca. Un ricordo sgraziato e freddo di qualcosa che era rimasto solo fisico e che non aveva attinto per nulla il mio cuore. Non ebbi bisogno di aprire gli occhi per rispondere. Il telefonino era lì accanto a me, dove l’avevo lasciato la sera prima, quando baci solitari avevano preso il posto di insensate parole, risucchiandomi divisa e vicina, in un sonno congiunto fra braccia fredde che non desideravo. “ Ciao dolciotta “ avrei voluto sentire. Un sussurro a fior di labbra. Una carezza che mi mancava e che da sola aveva il potere di rievocare l’amore di chi , perso chissà dove, grigio ed indistinto fra una moltitudine di volti ignoti, vagava sbiadito nella memoria stanca, facendo ancora male. Ma non era lui . E lo sapevo già. Allungandomi verso il comodino vagai con lo sguardo assonnato in cerca delle sigarette. Ne trovai una, superstite della sera prima, che accesi tossendo convulsamente alla prima boccata.

“Sei sola?” domandò la voce bisbigliando. Stupida domanda. Come se cambiasse qualcosa l’essere soli oppure no, quando si è soli dentro. Ma non risposi. Ascoltai invece, accarezzandomi svogliatamente un seno. Parole insignificanti rotolarono come biglie fra i miei pensieri distratti; frammenti di progetti incomprensibili che finsi di condividere assentendo durante il corso della conversazione con affermazioni illogiche e fuori tempo. Sfiorandomi l’interno cosce finsi un sospiro di godimento estremo, falso e calcolato come l’entusiasmo che simulai per l’apparizione preannunciata del mio interlocutore. Aperta la porta di casa mi bloccai. Rasato e ben vestito, l’uomo al quale per mesi avevo cercato di dare un volto, non era ciò che avevo immaginato.

Sorridente mi fissò dalla soglia con gli occhi colmi di una luce strana,simili a certi fondali marini, che dapprima ti ingannano con la loro limpidezza e che poi, ti fanno annegare in acque improvvisamente profonde ed ostili. Bello. Una nota stridula nella sinfonia di immagini lontane che non mi appartenevano più. Un sogno remoto, passato, che era tornato a bussare fra i miei pensieri incoerenti, battendo le ali come un uccello impazzito. Ma non era lui. Anche se la mia mente decise di sì. Il bacio lo colse impreparato. Lieve e sensuale aveva l’innocente sapore delle cose perdute, l’aroma inconfondibile di un sogno sfumato nella disillusione dei compromessi quotidiani e che accarezzandomi le labbra, mi fece per un attimo ritornare quella che ero stata un tempo, quando lacrime e sangue non avevano ancora lavato la mia anima stingendola in un’informe involucro che non conteneva più nulla.

Abbandonandomi, sentii la sua mano calda esplorare morbidamente il mio corpo, mentre ad occhi chiusi gustavo qualcosa che, improvviso sbocciò nel petto, travolgendomi con potenti ondate di calore. Discostandosi, mi fissò accarezzandomi la guancia. “Era questo quello che ti eri immaginata?” domandò sottovoce. Non risposi. Non sentii. Accarezzandogli la nuca lo attirai nuovamente verso le mie labbra inappagate, assetata del suo sapore mattutino di fumo e caffè, della sua saliva dolce, dell’aroma di dopobarba che respiravo. Accogliendo il suo palmo nel mio, lo condussi verso la camera da letto. Sospingendolo fra lenzuola abusivamente scomposte da mille corpi sconosciuti di cui lui non aveva memoria, sorrisi fissandolo negli occhi. “Sei tornato” pensai. Sollievo e dolore si mescolarono in un vortice di baci sempre più intensi, un mare di emozioni vive che cominciò a scaldarmi sotto i raggi di un sole ignoto, mentre le nostre bocche indissolubili sussurravano ordini dettati dalla fantasia.

Esplorando le sue labbra con le mie, introdussi le dita sotto la giacca che ancora indossava. Una mano risalì lungo i miei fianchi increspando la sottoveste, in cerca di punti nascosti, di luoghi segreti dove, fra brividi incontrollati, si nasconde un piacere fatto di carezze lievi come alito di vento. Spogliandolo del superfluo, sfiorai la pelle delicata del bacino con la punta della lingua, sorridendo dei guizzi involontari della sua virilità che pulsava contro la mia guancia, mentre in percorsi sconosciuti e ondeggianti, ricercavo il sentiero delle sue emozioni proibite. Accogliendolo fra i seni mi chinai ad assaporare l’intima sostanza che ne imperlava la punta come goccia di rugiada salata, mentre i miei occhi silenziosi cercarono i suoi, persi nel riflesso onirico di quello che stavo facendo. Una mano scese ad accarezzarmi i capelli guidandomi nel lento movimento coordinato di corpo e labbra, mentre il turgore del suo desiderio si fece spazio nella mia bocca in cerca di profondità maggiori e di ritmi più incontrollati. “….fermati…sono vicino…” Sospirò.

Rallentai, mantenendolo nel calore umido della mia bocca insaziata, fra labbra contratte, nell’abbraccio lascivo della mia lingua ribelle che ne risalì internamente tutta la lunghezza, pregustandone il sapore finale. “Vienimi sopra..” Guidando i miei fianchi all’altezza del suo volto, baciò le mie labbra nascoste, esplorandone la profondità con la punta della lingua, in un ritmo crescente e determinato.“ Non smettere…” sospirai dimentica di tutto, mentre una marea calda mi pervase sciogliendo piacere fra le sue labbra assetate. ” Vieni qui…” Voltandomi sul fianco, penetrò nel mio corpo scivoloso, restituendomi con la lingua parte di ciò che gli avevo appena regalato. E poi furono mani. Indistinte, intrecciate, vagarono in carezze reciproche sulla pelle arrossata e nuda, mentre i nostri corpi, inarcati e contratti, si frugavano spasmodici in cerca dell’orifizio giusto, smarriti nel vortice di sensazioni carezzevoli come velluto di carne; la mia, la sua, entrambe grondanti di voglie nuove sotto lo sguardo reciproco della passione. Più tardi sentii che si stava rivestendo. Credendomi addormentata posò un bacio fra le mie scapole nude, senza parlare. Per un attimo fui sul punto di fermarlo; bloccarlo nell’abbraccio di qualcosa che poteva essere nuovo, vivo, di nuovo mio. Ma non lo feci. Fingendo di dormire, frenai quell’unica lacrima che, da anni, stavo finalmente riuscendo a piangere. Solo quando udii il tonfo della porta che si richiudeva alle sue spalle, la lasciai libera. Solitaria ed inutile, scivolando, si tuffò in un salto ignoto verso il nulla.

Era già notte quando il cellulare squillò. Calma estrassi la mano dall’acqua tiepida, languidamente avvolta dall’abbraccio del sonno che stava per cogliermi. “pronto?” sussurrai a fior di labbra, incurante della possibilità che mi potesse sentire o meno. Nulla importava più. “Sono io..” lo sentii dire”…non ho potuto fare a meno di chiamarti. Oggi..….non saprei come spiegarti.. è stato bellissimo..” Guardando rincorrersi sul muro di mattonelle i fiori appena sbocciati, sorrisi. “ Lo è stato anche per me…” risposi mentre baci freddi cominciarono a sfiorarmi il corpo. “ E’ strano dirlo… Ma… Credo di essermi innamorato di te… Anzi no.. Io ti amo” Dolcezza carezzevole come seta, trama di un tessuto che non avrei avuto mai. Brezza di speranza, per un’anima persa nel vuoto buio di un passato incomprensibile e devastante, che non era mai riuscita a superare. “ Anch’io ti amo” sussurrai felice, non a lui, interrompendo la comunicazione. Lieve come ala di gabbiano la mia mano rimase per un’ attimo sospesa a mezz’aria, come a riflettere sul da farsi. Poi, arrendendosi, si immerse nuovamente nell’acqua. Rossa di me

 

 


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