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Lo squillo del cellulare mi destò dall’eco di lacrime
asciutte, le stesse che mi avevano cullato nella mia notte insonne, fra
lenzuola sporche di umori secchi e chiazze lattiginose che si diramavano
sulla pelle stanca. Un ricordo sgraziato e freddo di qualcosa che era
rimasto solo fisico e che non aveva attinto per nulla il mio cuore. Non
ebbi bisogno di aprire gli occhi per rispondere. Il telefonino era lì
accanto a me, dove l’avevo lasciato la sera prima, quando baci solitari
avevano preso il posto di insensate parole, risucchiandomi divisa e
vicina, in un sonno congiunto fra braccia fredde che non desideravo. “
Ciao dolciotta “ avrei voluto sentire. Un sussurro a fior di labbra. Una
carezza che mi mancava e che da sola aveva il potere di rievocare l’amore
di chi , perso chissà dove, grigio ed indistinto fra una moltitudine di
volti ignoti, vagava sbiadito nella memoria stanca, facendo ancora male.
Ma non era lui . E lo sapevo già. Allungandomi verso il comodino vagai con
lo sguardo assonnato in cerca delle sigarette. Ne trovai una, superstite
della sera prima, che accesi tossendo convulsamente alla prima boccata.
“Sei sola?” domandò la voce bisbigliando. Stupida domanda.
Come se cambiasse qualcosa l’essere soli oppure no, quando si è soli
dentro. Ma non risposi. Ascoltai invece, accarezzandomi svogliatamente un
seno. Parole insignificanti rotolarono come biglie fra i miei pensieri
distratti; frammenti di progetti incomprensibili che finsi di condividere
assentendo durante il corso della conversazione con affermazioni illogiche
e fuori tempo. Sfiorandomi l’interno cosce finsi un sospiro di godimento
estremo, falso e calcolato come l’entusiasmo che simulai per l’apparizione
preannunciata del mio interlocutore. Aperta la porta di casa mi bloccai.
Rasato e ben vestito, l’uomo al quale per mesi avevo cercato di dare un
volto, non era ciò che avevo immaginato.
Sorridente mi fissò dalla soglia con gli occhi colmi di una
luce strana,simili a certi fondali marini, che dapprima ti ingannano con
la loro limpidezza e che poi, ti fanno annegare in acque improvvisamente
profonde ed ostili. Bello. Una nota stridula nella sinfonia di immagini
lontane che non mi appartenevano più. Un sogno remoto, passato, che era
tornato a bussare fra i miei pensieri incoerenti, battendo le ali come un
uccello impazzito. Ma non era lui. Anche se la mia mente decise di sì. Il
bacio lo colse impreparato. Lieve e sensuale aveva l’innocente sapore
delle cose perdute, l’aroma inconfondibile di un sogno sfumato nella
disillusione dei compromessi quotidiani e che accarezzandomi le labbra, mi
fece per un attimo ritornare quella che ero stata un tempo, quando lacrime
e sangue non avevano ancora lavato la mia anima stingendola in un’informe
involucro che non conteneva più nulla.
Abbandonandomi, sentii la sua mano calda esplorare
morbidamente il mio corpo, mentre ad occhi chiusi gustavo qualcosa che,
improvviso sbocciò nel petto, travolgendomi con potenti ondate di calore.
Discostandosi, mi fissò accarezzandomi la guancia. “Era questo quello che
ti eri immaginata?” domandò sottovoce. Non risposi. Non sentii.
Accarezzandogli la nuca lo attirai nuovamente verso le mie labbra
inappagate, assetata del suo sapore mattutino di fumo e caffè, della sua
saliva dolce, dell’aroma di dopobarba che respiravo. Accogliendo il suo
palmo nel mio, lo condussi verso la camera da letto. Sospingendolo fra
lenzuola abusivamente scomposte da mille corpi sconosciuti di cui lui non
aveva memoria, sorrisi fissandolo negli occhi. “Sei tornato” pensai.
Sollievo e dolore si mescolarono in un vortice di baci sempre più intensi,
un mare di emozioni vive che cominciò a scaldarmi sotto i raggi di un sole
ignoto, mentre le nostre bocche indissolubili sussurravano ordini dettati
dalla fantasia.
Esplorando le sue labbra con le mie, introdussi le dita
sotto la giacca che ancora indossava. Una mano risalì lungo i miei fianchi
increspando la sottoveste, in cerca di punti nascosti, di luoghi segreti
dove, fra brividi incontrollati, si nasconde un piacere fatto di carezze
lievi come alito di vento. Spogliandolo del superfluo, sfiorai la pelle
delicata del bacino con la punta della lingua, sorridendo dei guizzi
involontari della sua virilità che pulsava contro la mia guancia, mentre
in percorsi sconosciuti e ondeggianti, ricercavo il sentiero delle sue
emozioni proibite. Accogliendolo fra i seni mi chinai ad assaporare
l’intima sostanza che ne imperlava la punta come goccia di rugiada salata,
mentre i miei occhi silenziosi cercarono i suoi, persi nel riflesso
onirico di quello che stavo facendo. Una mano scese ad accarezzarmi i
capelli guidandomi nel lento movimento coordinato di corpo e labbra,
mentre il turgore del suo desiderio si fece spazio nella mia bocca in
cerca di profondità maggiori e di ritmi più incontrollati. “….fermati…sono
vicino…” Sospirò.
Rallentai, mantenendolo nel calore umido della mia bocca
insaziata, fra labbra contratte, nell’abbraccio lascivo della mia lingua
ribelle che ne risalì internamente tutta la lunghezza, pregustandone il
sapore finale. “Vienimi sopra..” Guidando i miei fianchi all’altezza del
suo volto, baciò le mie labbra nascoste, esplorandone la profondità con la
punta della lingua, in un ritmo crescente e determinato.“ Non smettere…”
sospirai dimentica di tutto, mentre una marea calda mi pervase sciogliendo
piacere fra le sue labbra assetate. ” Vieni qui…” Voltandomi sul fianco,
penetrò nel mio corpo scivoloso, restituendomi con la lingua parte di ciò
che gli avevo appena regalato. E poi furono mani. Indistinte, intrecciate,
vagarono in carezze reciproche sulla pelle arrossata e nuda, mentre i
nostri corpi, inarcati e contratti, si frugavano spasmodici in cerca
dell’orifizio giusto, smarriti nel vortice di sensazioni carezzevoli come
velluto di carne; la mia, la sua, entrambe grondanti di voglie nuove sotto
lo sguardo reciproco della passione. Più tardi sentii che si stava
rivestendo. Credendomi addormentata posò un bacio fra le mie scapole nude,
senza parlare. Per un attimo fui sul punto di fermarlo; bloccarlo
nell’abbraccio di qualcosa che poteva essere nuovo, vivo, di nuovo mio. Ma
non lo feci. Fingendo di dormire, frenai quell’unica lacrima che, da anni,
stavo finalmente riuscendo a piangere. Solo quando udii il tonfo della
porta che si richiudeva alle sue spalle, la lasciai libera. Solitaria ed
inutile, scivolando, si tuffò in un salto ignoto verso il nulla.
Era già notte quando il cellulare squillò. Calma estrassi
la mano dall’acqua tiepida, languidamente avvolta dall’abbraccio del sonno
che stava per cogliermi. “pronto?” sussurrai a fior di labbra, incurante
della possibilità che mi potesse sentire o meno. Nulla importava più.
“Sono io..” lo sentii dire”…non ho potuto fare a meno di chiamarti.
Oggi..….non saprei come spiegarti.. è stato bellissimo..” Guardando
rincorrersi sul muro di mattonelle i fiori appena sbocciati, sorrisi. “ Lo
è stato anche per me…” risposi mentre baci freddi cominciarono a sfiorarmi
il corpo. “ E’ strano dirlo… Ma… Credo di essermi innamorato di te… Anzi
no.. Io ti amo” Dolcezza carezzevole come seta, trama di un tessuto che
non avrei avuto mai. Brezza di speranza, per un’anima persa nel vuoto buio
di un passato incomprensibile e devastante, che non era mai riuscita a
superare. “ Anch’io ti amo” sussurrai felice, non a lui, interrompendo la
comunicazione. Lieve come ala di gabbiano la mia mano rimase per un’
attimo sospesa a mezz’aria, come a riflettere sul da farsi. Poi,
arrendendosi, si immerse nuovamente nell’acqua. Rossa di me
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