|
Faticosamente era arrivata a casa.
Il vapore caldo dell’ingresso l’aveva assalita
benefico, appena aperta la porta. Le saltava agli occhi subito l’angolo
buio della sua postazione da lavoro, così la chiamava affettuosamente, un
trespolo su cui si arrampicava insofferente del mondo intorno, quel
serraglio di cose della memoria che non avrebbe gettato mai.
Si tolse le scarpe, le
spinse con la punta del piede sotto la panca di legno scura da chiesa
appoggiata al muro, le appaiò meticolosa. Nella sua vita correvano
paralleli l’ordine e il caos più totale, le scarpe messe attaccate una
all’altra e i cassetti di biancheria aggrovigliata, i tappeti piazzati
al millimetro sul parquet nero e gli appunti buttati alla rinfusa come le
banconote nella piccola borsa.
Chiuse la porta
sull’aria fredda dell’esterno. Il camminare a piedi nudi le
accarezzava la pelle.
“…voglio
pensare che sia stato per me, che tu sia passata qui da me per rivedermi e
non per una casualità…voglio immaginare progetti ingegneristici del
cuore, studiati al centimetro, che non lasciano nulla al destino….voglio
stringere forte le dita e sentire l’appiccicoso del tuo sudore e del tuo
odore…”
Arrivò in cucina sempre senza accendere le luci.
Il buio le dava terrore,
ansia, le offriva la sensazione paralizzante di qualcuno che le alitava
addosso la sua presenza, e questa paura serpentina fredda e calda dietro
la schiena la elettrizzava. Con indosso la giacca di pelle nera, il bavero
ancora alzato si diresse al bancone di legno chiaro, aprì la bottiglia
dell’acqua, versò alla cieca nel bicchiere, se lo portò alla bocca
bollente e bevve….aveva la gola riarsa, le pareti carnose delle guance
che aderivano ai denti, serrati e stretti che le facevano
male….l’intero piccolo viso era stretto e contratto. Chiuse gli occhi,
portò una mano appena sotto la gola che batteva forte, posò le dita sui
bottoni che trovò slacciati della camicetta nera.
“….ma
perché maledizione, ogni volta che scendo dall’auto e mi dirigo verso
di te che mi aspetti dall’altra parte della strada, perché io tremo, ho
paura che sia un film, che un regista riporti indietro le riprese…ciak,
non è venuto bene, si gira di nuovo…oppure che l’asfalto maleodorante
si apra in due come nei peggiori cult movie di Superman, e io che
precipito dentro mentre mi guardi finalmente libera di me…perché quei
pochi metri tra te e me mi sembrano sempre infiniti, un percorso
olimpionico da fare nel migliore dei modi….cerco di mettere bene le
gambe una davanti all’altra, come mi insegnava mia madre, muovendo il
culo da destra a sinistra e da sinistra a destra, guardando altrove ma non
te…e sento invece che mi trapasso da sola con aghi infilati dai tuoi
occhi ai miei…”
Accese l’abat-jour sul tavolino di marmo.
Spinse i due bottoni del
pc. Si accoccolava come un uccello su quella sedia che ormai le infliggeva
un martirio continuo alla schiena…una tortura che le ricordava durante
la notte quanto avesse scritto, di giorno. Più scriveva, più dolevano le
ossa e i muscoli, e di più e di più ancora avrebbe voluto. Il dolore a
volte, come quella sera, le aveva fatto compagnia per tutto il giorno
trapassandola come una freccia di San Sebastiano dalla schiena al viso
alla nuca, girandole intorno come uno scialle di seta.
Piegò sotto di sé le
gambe e appoggiò i piedi nudi nelle calze velate sul bordo della sedia,
incastrandone i talloni. Così poteva rimanere per ore dimentica del
mondo. Poteva tralasciare il mangiare e il bere, il vociare intorno le
diventava un noioso brusìo, il richiamo era dato solo dal tempo e dalla
scansione dei doveri. Ad un amante passato aveva detto sbruffona
“…vorrei solo fare sesso e scrivere, scrittura e sensi…” e mai era
andata così vicino all’essenza stessa della sua carne. Che forse erano
la stessa cosa.
Strusciò la mano fredda
sul viso, fregandosene dei rimasugli di trucco sfatto che le rimanevano
attaccati alla pelle, tanto c’era già il rimmel sbrodolato sotto le
ciglia girate all’insù. Fece andare su e giù le dita sulla fronte,
massaggiò pelle e pensieri….qualche lacrima quasi secca scese
automatica dagli occhi.
“…perché
io, sai, non vorrei vederti mai…vorrei strapparti da questo petto che
batte più forte e quasi si alza, nel respiro che diventa affannoso…mi
slaccerei quello che ho addosso in maniera plateale e teatrale, mi
metterei a nudo la carne bianca offrendomi all’ultimo colpo del
carnefice…uccidimi ma non martirizzarmi più….vattene via e dopo due
passi torna da me, ti prego…strusciami i tuoi capelli sul viso, fammi
respirare tra di loro e sentire il tuo odore….come quando sei distesa su
di me, a poca distanza dal mio viso, e aliti piano il tuo respiro
caldo…vivrei solo di quello e dei tuoi occhi vacui e presenti come un
incubo…”
Si accarezzò un ginocchio scendendo con le dita
appena sotto. La gonna nera di gabardine le era salita sulle cosce
lasciando parte delle gambe. Si piegò ancora e si immaginò da fuori a
sembianza di embrione, un feto quasi raccolto su se stesso a vivere del
liquido impalpabile intorno. Assumeva la stessa posizione anche di notte,
su un fianco con la mano stretta tra le cosce e premuta sugli slip, come a
fare compagnia ad un’altra parte di sé. Le arrivò improvviso un
brivido nello stesso momento in cui iniziava a scrivere. Fece scivolare
piano la mano tra le gambe raccolte, trovò un calore ristoratore e
consolatorio. Le veniva da insultarsi, come si fa ai bambini che vengono
sorpresi alle soglie di un disastro ancora da commettere. Non farlo non
farlo….ma aveva ancora i segni delle mani di lei, come lacci troppo
stretti di sandali estivi intorno alle caviglie, come il bordo ridicolo
dell’elastico degli slip sui fianchi, come il segno intorno al dito di
un anello che non si toglie.
Scivolò giù, quella mano. Trovò una parte
morbida come un frutto da negozio di primizie, sembrava non sua, lei che
era passata su troppi letti rimanendo indenne in un angolo sconosciuto del
cuore. Siamo brutte, lì, le dicevano da bambina, brutte e vergognose, e
lei si lavava sempre con un misto di curiosità e peccato, divertita che
non si aprissero le bocche dell’inferno proprio accanto al bidet.
“…toccami,
ti prego…hai dita che quando mi entrano nella fica mi scardinano il
cuore, è come se avessi quella piccola chiave assurda dei diari segreti,
così piccola che si perde sempre…tu ce l’hai, mi tocchi e sento male
e bene…mi apri con le dita le pieghe del cuore, mi strappi fogli già
scritti sul diario e li sostituisci con tuoi epigrammi
incomprensibili….quando mi tocchi è come se sfiorassi con le dita una
trappola nascosta sotto la sabbia….si apre tutto in un attimo e la
voragine mi porta via, richiudendosi subito dopo, sopra di me….non
respiro più, muoio …tu mi guardi e riprendo un po’ di mio respiro dal
tuo…”
Chiuse gli occhi.
La pelle umida e spudorata accolse subito le sue
dita. Cominciò a scivolare sopra, avanti e indietro, con un ritmo che era
lo stesso della vita, del tempo, dell’equilibrio stesso del cosmo.
Avanti e indietro, perché quella era la miccia e il combustibile, come i
legnetti dei boy scout che accendono il fuoco, per mangiare e dormire, per
vivere. Avanti e indietro come un’altalena che toglie il fiato, come un
pendolo che scandisce il tempo. La casa buia le stava diventando complice,
sentiva nell’oscurità compatta e quasi fangosa un respirare che forse
era solo il suo, forse no.
Spinse le sue dita in avanti, e sollevò poco i
suoi fianchi per andare loro incontro. Ti muovi proprio da femmina, le
diceva lui all’orecchio, da dietro, quando la penetrava prepotente, e
con la stessa prepotenza lei faceva aderire il suo culo tondo al bacino
piatto di lui. Staccò le sue dita dalla sua mano, come un chirurgo
invisibile, e immagino’ di trapiantarle idealmente su un’altra mano.
“….se
fosse possibile ti sposerei, in una cerimonia profana e insultante ti
prenderei come moglie, e io moglie tua…per te farei schiava e sarei
padrona, per ridere scompostamente e fare cose mai fatte…come questa che
stiamo già facendo, tu ed io…ti vestirei dei miei vestiti, ti infilerei
le mie calze con te distesa sul letto con le gambe alzate…ti truccherei
da bambola gonfiabile e ti esibirei per dirti che sei solo mia…a volte
sento la mente in questi pensieri osceni che va in mille frantumi di
pazzia, come un vetro colpito da un sasso anonimo e omicida…sei tu che
sfondi i miei pensieri, e poi, subito dopo, cerco di rimettere ordine sul
pavimento sporco…”
L’orgasmo arrivò come arriva il vento a chiudere
una persiana, sbattendola all’improvviso, netto, lasciando l’eco e il
segno sul muro.
Lei
rimase con le dita nel suo corpo. Dopo, aveva quella sensazione di sé
racchiusa e stretta in una bocca che la inghiottiva tutta, la carne del
sesso avvolta sulle dita che palpitava ancora. Si riaggiustò le pieghe
della gonna, il video lampeggiava messaggi lasciati lì dal pomeriggio ad
aspettarla. L’indomani sarebbe
stato il suo compleanno. Aprì il cassetto davanti a lei, spostò con la
mano al bordo del legno le cose alla rinfusa, fece spazio. Voleva
occultare quella forcina, di sbieco, come un piccolo tridente con le punte
in su. Gliel’aveva sfilata dai capelli, mentre faceva scivolare le mani
spalancate sulla sua testa. Poi la prese, e prima di chiuderla per sempre
lì, la strusciò sotto le narici. Il suo odore le arrivò a zaffata
schiaffeggiante, chiuse gli occhi, “…nulla sa più di te che il tuo
odore…”, mormorò tra sé e sé e chiuse il cassetto.
I racconti di Rosye
su LiberaEva
SCHEDE
D'AUTORE

|
|
|