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Prologo Il lettore può presto immaginare i visi. Di una
giovane donna che vive con un uomo sopravvissuto a qualche tempesta
tropicale. Nascosti, i visi, al lettore, nell'ombra di ricordi suoi. Ogni
volta riemergono. Ricordi che calzano le loro fattezze su quelle dei
personaggi del racconto. Capita leggendo. Perché le parole hanno una magia
speciale. E' un miracolo ripetuto, scoprire vicini i personaggi, con visi
di presente e di passato. Con visi neanche a volte mai veduti. Ma anche
allora visi conosciuti. Visti. Amati. A volte solo accantonati. I sogni
hanno dettagli tanti e strani. Come lo sono i volti e i visi. Come lo sono
oggi qui la giovane donna sul divano e il naufrago al tavolo di mogano di
quel soggiorno. In quella casa. In quella città, lambita da campagna,
monti spettacolari a farle da chioma e acqua di un lago non lontano a
farsi mare e negare all'occhio l'altra sponda. I volti, i sogni e le
parole. Ricordali.
Si può immaginare, a definire breve scenario la città.
Ipotizziamo dunque Brescia. Città cresciuta da campagna a agglomerato
urbano. Fatta di centro e satelliti fino a sperdere la sua gente alle
radici, nelle valli. Contadini che si fecero operai in un secolo appena
finito. Brescia che non è, né Bergamo, né Milano. Le sue vicine diverse.
Non troppo stretta sotto le sue valli fino ai monti di passaggio,
schiacciata dai solchi che si fanno alla sua testa raggio. Bergamo non è,
infatti. Nemmeno babilonia di persone e visi come sa essere solo Milano.
Non crogiolo di curiosità ma placida e squassata provincia contadina
travestita da centro urbano. Brescia, per convenzione, allora. La casa è
proprio lì, in un quartiere nuovo, residenziale. Famiglie quasi tutte
senza figli. Nessun anziano. A testimoniare un passato che non c'e' mai
stato. Camere ben squadrate, infissi nuovi e sale grandi come piccole
trattorie di paese. La casa. La coppia divide da due anni la sua vita, in
un appartamento nuovo, quasi urbano.
L'uomo e la ragazza. La casa ha i sapori delle loro vite.
Non ancora sapore di una vita sola, condivisa e convissuta. Contaminata
dal percorso comune che già si sia allungato. Due anni soli. I libri di
lei, fresca ancora di studi. Sugli scaffali della sala. Ha conservato quei
libri senza motivo alcuno. Mai dovrà ripetere quei percorsi che, anno dopo
anno, si fanno già lontani. Ma portarsi dietro, nella nuova vita,
brandelli della vecchia, da a lei, come a chiunque, sicurezza. Marcano il
territorio e lo spazio in modo fisico e concreto. E, tra romanzi, libri di
fotografia e viaggi fantastici e fantasiosi, senza motivo, logica o
ordine, alcuni, i libri di lei, della sua recente fine della scuola. Un
pannello di cartoline, appeso al muro, sughero tappezzato con saluti da
terre vicine e lontane e foto di un recente passato. Molte tra loro,
risalenti a quegli anni, appena scorsi, prima della vita comune. Ad un
muro, nell'anticamera, prima della sala. L'uomo viveva già in quella casa
in precedenza. La scelta della donna ha comportato abdicazione quasi
felice di spazi e cose. Accogliere, insomma, lei e la sua vita. Farsi e
lasciarsi spazio, accettazione voluta. Facendo persino spazio agli
scaffali. Libri più vecchi che finiscono in scatola o in cantina.
L'arrivo della donna due anni prima stravolge e non poco
l'atmosfera della casa. La sua giovinezza scuote la polvere dagli scaffali
e non solo. Lei ha candore che lui nemmeno ricordava e curiosità di vita.
A volte addirittura lui si inquieta. Ai suoi stupori. All'aria sempre n
po' spregiudicata. Poco consona forse agli anni di lui, compagno solo da
due anni della vita. L'uomo è quotidianamente stupito da quell'aria nuova
di cui ogni giorno si innamora. La donna delle esplorazioni, nel passato
del vecchio inquilino, con cui ora vive la vita. Donna curiosa. E uomo,
probabilmente, fortunato. Interno giorno. Giorno qualunque. A Brescia ha
smesso di piovere da poco. Nella sala, un divano grande. Un tavolo antico
in mogano scuro e reso fascinoso dalla patina sbiadita di cere lontane.
Sul tavolo giornali e libri, vagamente ordinati a fare piccole torri. Sul
tavolo una scacchiera, l'uomo ha una sfida lì sulle caselle a due colori
in corso da un mese. Giornali e libri ovunque, tracce del suo mestiere.
Penne, matite e fogli. L'uomo è alla tastiera e scrive le sue cose,
quotidiane.
La donna sul divano accende la luce della piantana in
acciaio, alta quasi al soffitto. Si rannicchia in un lato del divano.
Accovacciate sulle sue stesse gambe, sotto. E inizia la lettura. Legge. La
lettera è arrivata nel mattino. La trova lei nella casella uscendo per
andare a comprare il pane, prima della pioggia. La lettera del suo amante
nuovo. Quello che la stupisce e muove lei come pedina. Con le promesse. E
le premesse e le istruzioni. Parole scritte a mano da una grafia secca e
dura. La lettera di oggi. Trovata da lei e non da lui, probabilmente solo
per un fortunato caso. E' lui, di norma, l'incaricato, nel loro menage
delle piccole spese quotidiane. Esce a prendere il pacco di giornali ogni
mattina, sul presto. Quelli che si fa tenere dall'edicolante vicino, tre
quotidiani, riviste varie italiane e due straniere, una volta al mese, e
approfitta dell'uscita, normalmente, per comprare il pane. Il panettiere è
sulla strada dei giornali.
Quella mattina, no. Lui poltriva a letto, stanco della
nottata precedente e dell'assalto del loro amore. Lei esce, giornali,
pane, due brioches fresche per la loro colazione e la posta già arrivata.
La lettera è per lei. Non ha mittente ma lei sa, prima di aprire ancora,
dalla scrittura assai inclinata. L'indirizzo è scritto a mano, con lettere
alte e strette. Dure a vedere, quasi graffiate sulla busta. La giovane
donna guarda il suo compagno al lavoro. Assorto sulle carte sparse a
raggiera sul tavolo grande del soggiorno. Certa della sua concentrazione,
riapre, con ansia, la busta, sfila il foglio manoscritto con caratteri
sicuri, stretti, alti, calcati fino a segnare la carta e farne solchi, e
legge. Alcuni punti, sulle lettere puntate o a fine riga, sembrano perfino
fori sulla carta chiara. Aveva aperto in strada. Letto le prime righe e
poi richiuso. E poi richiuso e rinviato. Perché quelle erano le sue
istruzioni alle prime righe. Le Sue richieste. L'ordine primo a cui
scegliere di obbedire per andare avanti.
"Spero sia stata tu, a trovare la lettera stamane. Non la
leggerai per strada o se sarai da sola. Se vuoi continuare a farlo sarai,
nel farlo, in sala sul Vostro divano. Lui dovrà essere nella stanza.
Leggerai SOLO e soltanto in sua presenza."
La ragazza rannicchia le gambe sotto il sedere,
accovacciata all'angolo del divano, riapre la busta e continua da quel
punto. Guarda il suo uomo che legge e scrive. La ragazza legge con ansia
di lettura.
"Verrai a trovarmi oggi stesso. All'ora convenuta da
sempre. Non indosserai pantaloni. Scegli tu, ma dev'essere, in ogni caso,
una gonna. Non avrai trucco sul viso. Né rossetto sulle labbra. Nessun
gioiello, anello, collana o monile. Nuda da ogni simbolo che ti ricordi
altri tempi o altre persone. Tacchi bassi, non devi sentirti alta. Nessun
profumo, deodorante, crema o lozione per la pelle. Nessun odore che
protegga e nasconda il tuo. La porta della stanza sarà aperta. Mai chiusa
a chiave. Senza chiave, prima durante e dopo. Solo chiusa, accostata alla
battuta e allo scrocco. Andrai alla finestra e preparerai la stanza.
Abbasserai le tapparelle fino allo scuro. Non accendere luci, ho tolto
ogni lampadina. Per te in quella stanza ci sarà solo il buio. Sicura di
volerlo? Devi esserlo davvero. Altrimenti non venire. Smetti se non sei
sicura davvero di leggere ora, e non andare oltre addirittura. Ti
spoglierai completamente, da sola, al buio. Cercherai, senza vedere come e
dove, di riporre OGNI cosa con cura. IO odio il disordine. Terrai solo la
gonna. Sceglila corta e abbastanza morbida di tessuto, e larga. Devi
togliere dal letto ogni apparecchiatura. Piegando copriletto e lenzuola a
fianco del letto. Sulla catasta di cotone che avrai creato posa i due
cuscini, che siano tetto alla torre, alti quanto il letto stesso. Ci
metterai circa dieci minuti. Senza fretta. Ogni cosa deve essere fatta con
calma e coscienza. Devi pensare che stai preparando la stanza e te stessa.
Per me. E attendere il mio arrivo. Controllando la fretta, anche nei
movimenti. E attendere il mio arrivo. Mi attenderai sdraiata sul letto.
Vestita solo della gonna. I piedi a sporgere dal materasso, in modo che tu
possa avere le braccia stese alte sopra la testa. Fino a sentire con le
dita lo schienale di legno vecchio. Carezza il legno se ti serve a
sentirti più sicura. Te lo permetto. Ti devi sdraiare. Alzare le braccia e
incrociare i polsi alti vicino alla spalliera. Perché siano legati stretti
fino alla soglia del dolore. Non ci sarà corda di tessuto o iuta o altro
materiale conosciuto e sicuro, né allora, né dopo, a legarti. Non sentirai
la stretta, che col tuo pensiero. Ma sarà stretta vera, dolorosa a lungo
andare di tensione, muscoli dolenti e dita intorpidite e braccia tese al
crampo e stanche. Sappi comunque che, al primo tuo movimento, io uscirò
dalla stanza. Alza i polsi e forza le spalle, senti la corda stringere e
tirare ancora verso l'alto. Fino a dare indolenzimento e disegnare i
muscoli alle spalle. Così dovrai stare per tutto il tempo. Abituati mentre
mi aspetti. Abituati fino a sentire il dolore della corda che diventa
sempre più serrata e stretta ed entra nella carne. A fatica fai allora
scivolare le gambe, allargandole un poco sul materasso nudo. Non troppo.
Giusto lo spazio per fare passare la mia mano. Non muoverai da quel
momento in poi nemmeno più, anche le gambe. Saranno bloccate dalla corda
alle caviglie. Non muoverle per liberarti, allentare tensioni,
svincolarti. Fallo, e io vado. Immagina le mani, che le avvolgono con le
corde. Sentile girare alle caviglie nude. Tirando e pizzicando nella
torsione la pelle. E poi tirare. Fatti farfalla puntata con lo spillo. Nel
muovere le gambe si sarà scomposta inevitabilmente, sotto il culo e sul
davanti la gonna. D'istinto so che la sistemeresti con le mani. Sei una
ragazza ordinata. NON farlo. Ti avverto ora, per questo, sono gesti non
volontari, automatismi e basta. Ma io andrei via. comunque, se tu li
facessi. Devi imparare che non ne hai diritto, oggi.. Nessun automatismo
nemmeno può rompere la stretta di quei lacci. Stai quindi bene attenta.
Rispetta le mie regole anche in questo. Mi aspetterai in quella posizione.
Non sarà attesa lunga ma per te sembrare e essere interminabile rimando.
Avrai qualche piccolo intorpidimento a braccia e gambe. Le corde fanno
questo effetto anche se sono fatte solo di parole. Puoi tenere gli occhi
aperti. Non vedrai comunque niente. Ho controllato io per oltre un'ora,
preparando tutto. Seduto sulla sponda del letto. Persiane chiuse e porta
anche. Nemmeno dopo un'ora avrai pupille larghe a sufficienza per sorgere
le ombre. Aspetterai perché questa è la mia richiesta e questa la tua
scelta. Se vorrai andare puoi. Sciogli da sola quelle corde. Ma se vai
quella stanza avrà da allora solo finestre aperte. E non saprai. Arriverò
nel massimo silenzio. Sappi che per tutto il tempo del nostro incontro io
dirò solo poche parole. Tu nessuna. Alla prima tua parola uscirò dalla
stanza. Ricordalo. I giochi si scelgono e si fanno una volta sola. Taci.
Se vuoi e scegli, sii conseguente e ricordati che oggi tu sarai muta.
Arriverò nel massimo silenzio. Sentirai l'odore, credo. Mi riconoscerai da
quello. Me è solo l'eco del dopobarba del mattino…. Leggero quasi
impercettibile. Cercami, forzando la forza del tuo respiro. Saprai che ci
sono, per il tessuto della gonna. Reprimi lo scatto e il moto quando ti
sfiorerà il ventre sollevata dalle mie dita e si poserà alta sul tuo seno.
L'orlo e la cucitura a carezzare i tuoi bottoni tesi. Al primo cedere di
corda, ricordalo a te stessa in quel momento ancora, io vado. Non
preoccuparti. Le serrerò, le corde, coi miei gesti, ad aiutarti, a
sentirle strette di più ricordandoti che ci sono. Ti salirò con due dita
senza carezza alcuna. Ricordati di non dire parola. Controllerò in quel
modo se la tua voglia soddisfa abbastanza le mie dita secche fino a
lubrificarle. Le sentirai piantate dritte, senza carezza né preavviso
gentile, come se le falangi fossero infinite. Ferme a godere i movimenti
legati del tuo bacino. Non potrai muoverti, legata. Solo alzare le reni.
Verso le nocche e spingere la fica contro la mia mano. Io sarò fermo a
registrare il tuo movimento. Se soddisfatto, allargherò le dita. E ti
aprirò dentro. Le dita tu le sentirei diventare gonfie e larghe.
Divaricare e divaricarsi. Pulsare come se fossero altro strumento. Non
dire una parola. Non sfilarti dalle corde. Tu sei legata e io ti cammino
dentro. Continuerò il tormento finchè farà male. Negando appena sento
accelerare il tuo respiro a te l'arrivo. Le sfilerò allora lasciandoti
luce aperta di taglio bagnato. Ricomincerò appena il tuo respiro avrà
ritrovato un qualche controllo e ritmo. In una delle soste della mano
forse, se io vorrò per mio capriccio, fare rumore, sentirai dei rumori.
Non preoccuparti. Né spaventarti allora. Sono le scarpe e le calze. La
camicia bianca di lino e i pantaloni. La fibbia dei jeans batterà magari
sul legno al pavimento. Secco rumore di metallo, imprevisto e improvviso,
inaspettato, a rompere il silenzio. Sobbalzerai. Poi lo scivolamento del
tessuto e il suo atterraggio frusciante a terra. Riprenderò allora, poi,
senza fretta o preavviso, il movimento delle dita. Forse stringerò i tuoi
capezzoli tra i miei polpastrelli prima. O carezzerò leggero la pelle tua
sui fianchi in punta di unghie. O indugerò sotto l'attaccatura dei seni,
sollevati, a seguire le braccia sparate oltre la testa, con le dita
bagnate di saliva a lasciare lucidi e contorti i miei disegni. Deciderò
solo allora il mio programma. Non hai diritto ad anticipazione o carta
stradale alcuna che spieghino anticipino o promettano il percorso delle
dita. Sarà la scelta solo del mio capriccio in quel momento. Torneranno
comunque, dopo, a prenderti da dentro nuovamente. A governare le tue reni
e il tuo respiro. Quando ne avrò abbastanza ti chiederò di girarti con il
ventre al materasso. Sentirai solo per un momento sciogliersi le corde.
Sarà poca parola la richiesta. Registra ora, allora, precise, nel pensiero
le istruzioni. Non le ripeterò lì dopo, e se dovessi mai essere obbligato
a farlo, me ne andrò dalla stanza in quel momento. Alzerai un po' il
bacino dal materasso. Dopo esserti però legata mani e caviglie da sola
nuovamente. I polsi alti fino a sentire la tensione questa volta non nel
petto inarcato all'indietro, ma nelle spalle, fino a evidenziare la
traccia d'osso della tue scapole aperte. Ali di farfalla. I polsi saranno
ancora legati sovrapposti. Le gambe legate anche esse, ma più divaricate e
larghe. Alzerai legata in quel modo, a fatica, il tuo bacino. Sentirai
tendersi le corde nello sforzo. Metterò i due cuscini con cui avevi fatto
tetto alle lenzuola sotto i tuoi fianchi ma senza toccarti. Scenderai sui
cuscini. Poserai anche, ventre e pube sul nostro piccolo altare bianco. Mi
fermerò a guardarti offerta in quella posizione. In attesa. Non molto,
temo. Ho i miei limiti anch'io ma io oggi non ho nessun impegno o
necessità a limitarmi. Mi sentirai entrare, dito per volta, uno poi due..
a dilatarti dove sei più chiusa e stretta. Intingerò le dita dove sei
bagnata, come se fossero la penna con cui scrivo ora. Poi cambierò porta,
squarcio, entrata. Userò le dita che tu avrai lavato prima con la tua
voglia. Sarà esattamente come prima. Solo le dita avranno meno spazio e
necessariamente più forza. Allargheranno e schiuderanno per poi lasciare
di nuovo chiudersi la porta. Tu sarai ferma e sentirai davvero le corde
serrarsi strette. Ricordati di non parlare, chiedere, esprimere motto
alcuno, ..tu oggi per mia scelta e tua condivisione sei muta. Andrei via
se ti muovi o parli. Ricordatelo sempre. Sentirai le dita sciogliersi in
te, mentre anche tu ti sciogli e rilasci la stretta. Allora il materasso
lo sentirai cedere e abbassarsi. Anche i cuscini. Tu sarai pronta. Cederà
il materasso sotto il peso delle mie ginocchia. Mi sentirai bagnare me
stesso sulla punta prima di forzarti. La mia saliva avrà rumore voluto
uscendo dalla bocca, perché tu sappia senza vedere. Poi umido e caldo ti
si appoggerà appena. Tu sentirai le mani calde ai fianchi. E la spinta.
Lascerò un fianco solo sguarnito, dopo pochi istanti. Aiuterò l'intruso a
farsi strada con la mano. Lo sorreggerò nello sforzo, gli farò da cane
guida. Raddoppierò con la mano la sua forza. Fino all'entrata tutta della
testa. Dopo sarà una spinta e il mio corpo incollato alla tua schiena a
penetrarti. Sei libera in ogni momento di sciogliere le corde. Le corde
sono solo le parole adesso. Libera di andare. Anche di non presentarti. La
libertà ha come solo prezzo la rinuncia. Scegli. Ma se scegli ricorda che
non amo le fughe. Né i ripensamenti. Disprezzo le paure tardive e i
tradimenti. Ricorda che è una nostra scelta e non hai obbligo alcuno di
farla, solo ricorda che te la propongo una volta sola. E che la volta dopo
altre saranno le corde. E molto più strette. Più larghe e vaste saranno
solo le richieste. Non costringermi quindi violando le istruzioni poi a
lasciarti. Scegli piuttosto la rinuncia, ma fallo prima. Tu sai dove e
quando. Aspettami là. Leggi più volte se vuoi, impara a memoria quello che
ti serve a non sbagliare e non avere dubbi, ma sempre e solo in sua sempre
in sua presenza. Poi straccia questa lettera. Io aspetto."
La donna sul divano guarda l'uomo che scrive. Ignaro del
suo turbamento, girato di lato nella prospettiva. Sa di essere umida senza
essersi toccata. Le sembra quasi di sentire l'odore del suo umore,
compresso tra il corpo e il cotone azzurro del divano, ansa di odore
chiusa tra caviglie e gambe incrociate sotto il culo e tessuto azzurro
schiacciato sotto il peso.
E' rossa in viso e sembra più giovane ancora. Come avesse
fatto una corsa. La vena alla tempia in leggera pulsazione. Rossa di
pesca. Aveva paura che lui la vedesse in viso mentre lei leggeva. Lui non
si è mai voltato. Aveva voglia di toccarsi un poco, carezzarsi solo per
stemperare la tensione, almeno una mano un secondo sotto la gonna tra le
gambe acciambellate all'angolo del divano. Ma non poteva farlo lì con lui,
leggendo. La ragazza si alza. Sistema la gonna sui fianchi. Cerca di
recuperare ritmo di respiro e chiarore di volto. In mano ha stretta e
sgualcita in pugno la lettera manoscritta. Arriva alle spalle dell'uomo.
Lo bacia sui capelli. Gli dice qualche cosa. Avvisa dell'uscita. Va in
bagno. Straccia la lettera e la nasconde a pezzi piccini dentro la piccola
pattumiera azzurra. Si sciacqua e lava il viso. Poi esce.
Apre poco dopo una porta che non ha chiavi dentro la
serratura, né dentro né fuori la stanza, e prepara il rito. E si prepara
al rito delle corde. Anelli sul comodino, persiane chiuse, materasso nudo
e a fianco il castello di tessuto bianco. Solo la gonna. Poi da sola si
stringe con voglia nella testa i nodi. Fino a sentire dolore vero nella
stretta. Aspetta lì. Come lui ha voluto. A occhi chiusi. Al buio sente
vagamente lo scivolare sui cardini della porta. Poi il suo profumo. Le
dita. Forse persino il ritmo del respiro. L'eco del passo sul tappeto
antico. L'uomo ha lasciato la stanza dove stava. Il tavolo di mogano
antico, le carte e i giornali e i libri ammonticchiati in torri, la luce
accesa di una piantana alta sino a quasi il soffitto. Sul divano azzurro
l'impronta schiacciata di gambe e culo della donna, affondata nel cuscino.
L'uomo apre con le dita ora. Col cuore che gli scoppia in petto. La sua
donna. Sono solo parole. Sono solo nodi… Dedicato.
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