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Lo schizzo di sangue è sul vetro. Secco quasi oramai. Il
vetro è quello del passeggero, quello accanto al guidatore. Anteriore. Il
sangue è appena uno sbaffo sull'azzurrino temperato. Il vetro, l'anteriore
destro. L'auto. La mia. Non doveva mordere e poi succhiare. Non doveva.
Non voglio segni.. Non li voglio sul mio corpo. Non voglio il segno del
bacio e il succhio rosso di sangue affiorato sotto pelle sul collo, segni
rossi visibili a marcarmi. Per questo l'ho colpita così forte. Le ho
schiacciato la testa contro il vetro, l'ho percossa. Lasciata secca,
abbandonata sul sedile, dove ho pulito anche il sangue dalle dita e dalla
mano sporca. Lasciando una striscia di sangue rosso che ho con cura poi
pulito. L'auto dev'essere pulita. La macchia e la striscia di sangue sul
vetro l'avevo dimenticata in quella pulizia. Ora la cancello.
Cancello. Lei. L'altra dopo. E anche la macchia adesso.
Cancello. La colpa è solo sua tra l'altro e del suo succhiotto rosso,
pulsante e irritante con cui mi ha marchiato. Lo sentivo anche dopo, con
la macchina pulita e il sedile senza tracce, al pomeriggio quando mi sono
fermato accostando l'auto al bordo della strada. La strada è quella per
Opera, la statale delle sedie al ciglio. Dei viottoli tra i campi e gli
orti. Delle auto impantanate in quelle stradine. Delle frenate brusche
davanti alla sedia più bella. Alla nera più nera. Quella con le labbra più
rosse. Quelle che sembrano sangue di succhiotto.
Sangue di labbra. Di rossetto economico e violento.
Semaforo rosso sulla bocca. Se non fosse stato per lei al mattino e per il
segno rosso che mi ha stampato, la nera che aspettava sul vecchio sedile
di autocarro su quel prato starebbe ancora ritoccando il suo rossetto. La
strada era deserta all'ora strana. L'ora del pasto anche dei camionisti e
di chi viaggia per lavoro spesso. Quando anche i piazzisti e chi corre ad
un appuntamento sono tutti già arrivati ormai da tempo. Quando il piazzale
in ghiaia davanti all'osteria dove solitamente mangio a quell'ora è già
pieno e ai tavoli si parla.
I clienti abituali si salutano nell'appuntamento che nasce
dalle rotte quotidiane e parallele di lavori anche differenti. Oggi al mio
tavolo abituale c'era senz'altro qualcun' altro. Angelo, il trattore avrà
chiesto ad altri, ..ma sapete se Carlo, quello della Mercedes vecchia oggi
viene? Gli tengo il tavolo? C'è una comitiva e non ho spazio…. La donna,
nera di Africa ma col capello liscio di parrucchiere di borgata. L'ho
vista tante volte sulla strada. Tanta da saper dire persino i giorni del
suo ciclo. Intuibili facilmente dalle assenze di una settimana. Ciclo dei
mesi e della luna scandito dai flussi di sangue di una puttana. Non mi ero
mai fermato ma aveva per me un nome.
La Rossa, l'unico nome adatto a lei…. per le labbra,
certamente... Non per i capelli. Neri come la notte se la notte è nera e
magari hai anche chiuso e serrati stretti sino al dolore gli occhi. Più
neri ancora. Neri come i sacchi dell'immondizia, quelli grandi, infilati
uno nell'altro in cui l'ho infilata alla meglio e poi nascosta nella notte
del mio bagagliaio, in fretta. Prima che la strada per Opera si
ripopolasse, alla fine dei pranzi. Immagino i capelli neri d'Africa nel
nero del primo e del secondo sacco in plastica spessa e nel nero del baule
posteriore chiuso a chiave. Più nero di così. Si muore. Esatto! Non sono
cliente regolare di donne colte in strada. Anzi io non lo sono affatto. Ho
solo lo sguardo curioso che rallenta all'accostaggio.
Curiosità di voci e lingue nascoste sempre male sotto
l'italiano imparato nel mestiere e sul ciglio o il marciapiede. Curiosità
di prezzi e di tariffe. Curiosità di catalogo, di offerte promozionali, di
sconti tardivi e di campionario di ginnastiche sessuali e prestazioni. Ma
non parcheggio mai in quelle stradine in mezzo all'erba al lato di un
fosso secco, abbandonato magari anche dai topi traslocati anch'essi nel
paese vicino. Topi emigranti dalla campagna alla città, topi in trasloco.
A caccia di cibo facile e acqua di rifiuto. Mi sono fermato solo oggi e
proprio lì per quella bocca. Perché il sangue rosso della bocca era
troppo. Troppo dopo il succhio sanguigno sul mio collo nel mattino. La
donna ha un nome strano, il prezzo nemmeno lo chiedo.
E' lei a dire, costo poco e bacio anche con la bocca… E' lì
che ho sentito il dovere. La necessità inevitabile e prescritta.
L'obbligo. Il piacere di risparmiare ad altri quel segno a sangue sul
collo, sulla bocca o sul colletto aperto di camicia. Sì è stato credo
allora anche se non me ne ero nemmeno conto in quel momento. Ho
parcheggiato sull'erba, seguendo con cura le strisce e i segni impressi
nel terreno molle da molte auto prima. Sai dove fermarti. Dove si fermano
i solchi vecchi e scavati in precedenza. La donna ha un nome strano. Che
non ricordo. La chiamerò soltanto la Puttana. O la Nera a seconda
dell'umore e del ricordo del momento.
E' la Nera a prendermi per mano, con un gesto strano, da
ragazza conosciuta. E' la Puttana che muove fuori e dentro le labbra e fa
luccicare schiudendole i denti. Denti bianchi di squalo, perfetti. Bianchi
d'avorio lucente nel nero della notte che le tratteggia il viso. Che
riflettono la luce sulle labbra facendole quasi luccicare. Rosse di
incendio come un 'emorragia, uno squarcio in un viso di antracite. Troppo
rossetto e troppo forte e rosso. La Nera guida la mia mano alla tettoia
improvvisata. Per il mestiere, quella tettoia di plastica ondulata… che
non si fermi nemmeno quando piove il suo lavoro. Lì siamo nascosti, mi
scopi come vuoi, il culo anche …dice la Puttana al suo cliente mentre la
Nera ancora l'accompagna come a un ballo di paese per la mano. La Puttana
sfila la maglia a righe gialle e rosse che le strozzava il seno. I
capezzoli sono ancora più grossi e prominenti di quanto la maglietta
sintetica, misto cotone, un po' odorosa di sudore forte, lasciasse
intravedere nel cammino. Il seno che è enorme e non balla, nel cammino
abituale della Nera. Quello che la Puttana adesso stringe e accosta
maliziosa tra le mani.
Se ti piace di faccio morire qui, in mezzo… I capezzoli che
ruberesti tanto sono belli e scuri e larghi. Cicche di sigaretta un po'
schiacciate, nere e rugose, corrugate. La Nera appoggia con cura la
maglietta sulla spalliera di una sedia col sedile rotto. Poi sfila la
gonna cortissima, inguinale, in finta pelle. Fatica con la lampo laterale.
Il fianco è largo e la chiusura tira. Come tira la tensione adesso sotto i
pantaloni di chi guarda quei gesti da amante domestica e familiare e non
da mercato stradale. La Puttana non ha mutande. Sfrega la fica col palmo
della mano, schiacciandola a gambe un poco allargate. In piedi. Sotto la
tettoia.
La sfrega con la mano piatta. Schiaccia e immagini
spalanchi le labbra alla pressione. Lo sguardo della Nera è lo sguardo
della donna che vuole offrire piacere all'uomo e che si dona e che cerca
protezione di cerbiatta in cambio della dolcezza e dell'amore. La mano
nera della Puttana si stacca dal suo sesso, si gira davanti allo sguardo
di guarda e offre il palmo molto chiaro, non rosa vero, palmo castano
chiaro, come staccato, come se la mano fosse un guanto, fatto di due
superfici, due colori cuciti al bordo. La mano è bruna chiara e luccica
bagnata al centro. Vedi che ne ho voglia, amore? Che sono già bagnata? Se
mi dai 20 euro in più ti bacio sulla bocca…
La Puttana appoggia le mani allo schienale della sedia.
Offre allo sguardo le curve grosse e lucenti della pelle tesa di natiche
grosse, dure, marmo scuro di notte. Senza togliere nemmeno i pantaloni in
pochi minuti tutto è anche finito. I venti euro in più non ci volevano
proprio. Perché la Nera li interpreta come il saldo ed un dovere. La
Puttana si avvicina, posa la bocca, porge le labbra,…scosto la mia e le
labbra mi si posano sul collo. La Puttana bacia e lecca lì. Poi succhia.
Forte. Sfregando la punta della lingua tenuta apposto dura. Sotto
l'orecchio del cliente. Appena sotto e un poco dietro. Dove il collo da i
brividi al cervello e alla schiena. Schiaccia e carezza con la lingua e il
suo bacio di bocca grossa, troppo rossa, labbra gonfie che sembrano
ventose e aspirano nel bacio, succhia e marca di rosso tinto i bordi e di
sangue affiorato il cuore. Il sangue dopo è il suo. Schizzato contro il
faggio del filare.
Non doveva marcare. Non doveva succhiare. Non doveva
nemmeno fare da semaforo con quel rossetto. Mi sono fermato perché segnava
il rosso con le labbra. Rispetto il codice stradale. Mi dovevo fermare.
Nessuno ha visto e ho recuperato i sacchi neri che avevo nel baule, avanzo
di un piccolo trasloco di libri da una casa all'altra e di una raccolta di
abiti smessi da regalare in Parrocchia, destinati alla Missione.
La fatica del trasbordo del corpo si può facilmente
immaginarla. Poi lo scavo nella casa di campagna. Attento a non sbagliare
punto nel frutteto di mele coltivate a spalletta, già da mio padre prima.
E da suo padre ancora, credo. Lo scavo … con calma, il terreno è grande ed
è cintato. Nessuno da fuori vede. Nessuno si avvicina se prima io non
disserro da casa col comando quel cancello. Attento solo a dove scavo. Per
non dissotterrare altri vampiri. Altri corpi che succhiano a sangue il mio
sangue. Quelli che fanno così grandi e così meravigliosamente rosse le
mele del frutteto. Quelle mele tonde e vermiglie con poche striature
gialle, che raccolgo in autunno, e che sono così ghiotte quando le porto
in regalo, una cassetta per gli amici, là in quell'osteria dove spesso mi
fermo all'una. Massimo una e un quarto.
Mi lavo poi le mani…cambio e metto in lavatrice i
vestiti….brucio la borsetta brutta dopo aver preso i soldi. Pochi peraltro
ma quelli è comunque un peccato bruciarli. Ne farò elemosine o regali ad
un semaforo a qualche disperato. Nero come lei ma con le labbra chiare. E
penso a come tutto oggi sia nato per quel bacio sul collo al mattino. Se
non mi avesse baciato proprio lì avrei anche mangiato all'ora giusta. Non
mi sarei fermato alla vista di quel rosso. Immaginando il rosso sul mio
collo uguale. Immaginando il marchio sul mio collo. Non avrei ucciso per
due volte in una giornata. No. Non mi sarei fermato e non avrei ucciso
ancora. Non mi ero mai fermato lì. Dalla Nera.
Ma tutto è nato per la zanzara schiacciata su quel vetro.
Il collo rosso che bruciava e che pulsava. La striscia di sangue lasciata
con corpo infinitesimale di insetto nero sul sedile. Strisciando il palmo
della mano per pulire. Dal mio sangue e da quello che ad altri prima aveva
già succhiato. Poi, quando ho visto la macchia di sangue strisciata sul
vetro, mentre guidavo, e lei al ciglio della statale, è stato tardi. Tardi
per pulire il vetro. Tardi anche per mangiare. Il collo bruciava ancora
della puntura fresca. Era sicuramente sporco di sangue il mio collo e
rosso. Troppo rosso per proseguire. Per andare avanti.
Alla Fine. Alla fine tutto è nato davvero per una zanzara.
La prima di stagione. Quasi una primizia. Schiacciata con fatica e
contorsioni sul vetro dell'auto a Città Studi, Milano, pochi giorni orsono.
Schiacciata tardi anche, mi aveva punto proprio sul collo, anticipando da
pioniera il tormento dell'estate. Tutto è nato così, quasi per gioco. E
adesso due parole per le donne che sono venute da lontano. In cerca di
tesori. E che vivono male in questa città che non ha tesori e se li ha non
li regala certo a loro.
Ho preso un treno una sera, prima della notte. Da Torino a
Milano. Pochi passeggeri di ritorno da incontri di lavoro a quell'ora su
quel treno. Ad ogni fermata invece salivano su donne. Tutte nere. Tutte
dirette alla notte di Milano. Vestivano come veste una ragazza o una
qualsiasi donna. A tradire e rivelare le ore che le attendevano nella
stagione ancora fredda, quella notte, come quelle prima e quelle dopo,
erano i sacchetti del supermercato. E i capelli che sembravano parrucche.
Nei sacchetti il cambio di vestito per trasformare la Nera che parlava con
le amiche, nella donna in vendita al bordo della strada. Ventiquattrore
povera la loro, valigia di cartone quotidiana, per la metamorfosi
obbligata da donna in schiava. Viaggiavano come ragazze, chiacchieravano,
parlavano lingue strane. Sorridevano e ridevano. Poi in città, in un
angolo, avrebbero scambiato d'abito coi loro sacchetti e chiuso in essi
anche il sorriso e la risata.
I pochi passeggeri del treno evitavano accuratamente quegli
scompartimenti.. diciamo.. riservati. Ad ogni fermata di paese o cittadina
sul percorso del treno ne salivano di nuove. Ho provato fastidio vero e
senso di panico. Non erano puttane da canzone e da poesia. Erano donne
costrette anche a nascondersi lontano. Erano la faccia scura dell'amore,
quella dell'obbligo e della costrizione, quella che violenta e che
costringe, quella un po' infame che perpetua l'asservimento e schiaccia,
soffoca, soddisfa ipocrisie e si nasconde pure. Pendolari di Milano. Che
lo sporco non si veda nel giorno di Milano. Dedico a loro. A loro e alla
loro libertà di sorridere e ridere, di essere solo ragazze libere alla
ricerca della vita, di potere un giorno buttare via lontano i sacchetti da
supermercato, allora. Presto. Dovunque. Anche a Milano.
(Seconda parte, dopo Il
Colloquio della mia raccolta in tre più una parte dedicate agli "amori
malati". la raccolta ha titolo I Miei Vampiri e comprende, oltre a Il
Colloquio e Succhiotto, La Signora Maria e,a chiuder, come nota a margine,
Io Scrivo)
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