|
L’ho uccisa. Sì, l'ho uccisa con le mani. Quelle che la
facevano bagnare così in fretta. Ma ho poco da dire, sa avvocato, poco
davvero. Non c’era una ragione, forse ce n’eran troppe. E forse non ha
senso dirle a lei, adesso. Lei non mi conosce, è qui per obbligo
d’ufficio, vero? Non posso e non ha senso. E in fondo non mi frega anche
del suo.. patteggiamento. Non ho patti da fare con nessuno, con lei o con
altri, men che meno. Ho chiuso con le mie dita una storia .. anche se voi
vi ostinate a dire che era una vita.
Lei è cortese e non posso essere villano, adesso,.. ma non
ho scuse da inventare.. soltanto…è successo. Insiste per dovere? La pagano
lo stesso anche se taccio, vero? Piuttosto sarebbe bene che mettessero
dell’acqua e un bicchiere in questa stanza, su questo tavolo da ufficio.
Sa, se parlo, riempio tutto lo spazio del colloquio e la gola mi secca
solo a pensarci, indietro, ancora. Se vuole.. allora.. ma non conta
niente. L’ho uccisa. Motivo? L’ho uccisa perché l’amo. E non perché
l’amavo. Ma le racconto tutto, proprio tutto…? Senza guardarla in viso,
però… se no io non ci riesco.
La prima volta che l’ho vista… la prima volta era d’estate.
Aveva storia piu’ breve della mia alle spalle. E una gonna nera e corta e
quella camicetta bianca. Appena sbottonato sul seno acerbo da ragazza. La
camicetta, sì quella che poi ha indossato spesso, nei nostri due anni, a
me piaceva, tanto, quella che ha visto credo nelle foto, ma lì era
strappata. Sopra la camicetta gli occhi. Il resto quel mattino non l’avevo
neanche notato. Gli occhi sì. Verdi smeraldo, coi riflessi del sole a
disegnare tracce, come pagliuzze d’oro, un po’ cangianti. Vivevo allora,
solo. Poi, dettagli che non dico adesso, di un corpo che gridava. Un corpo
ed un invito. Sapeva che scrivevo, a volte, quasi per gioco. Se guarda in
rete, avvocato, e cerca bene, forse mi trova ancora, nascosto in qualche
luogo. E gli amici comuni su quello ci han giocato. Eccome. ….non
raccontargli storie…dopo ci ricama…mette in piazza segreti tuoi… disegna
la puttana… Lei era incuriosita.
E’ strano come sentir parlare e raccontare di parole
scritte agiti spesso più che ascoltare quelle dette direttamente. …non
confessargli voglie.. curiosità, pensieri, azioni e desideri… …non
raccontare amori e tradimenti.. li scriverebbe poi anche sono tuoi e sono
veri… E’ grazie alle parole dette quasi per gioco da amici comuni sotto un
ombrellone che il giorno dopo lei viene a casa, propone una gita in
barca…sai, con quegli amici.. quelli di ieri.. ti va l’idea.. vieni?
In mare, al largo, l’ho toccata. La prima volta, l’ho
toccata. Non c’erano intenzioni né premeditazione. Voglia senz’altro,
quella sì. E così è successo.. Urtata nuotando, lei mi spinge e gioca, la
mano mia sul seno però l’ho subito lasciata. E l’ho toccata. Il seno
giovane e forte, un bozzo tondo e duro, ragggrinzito per l’acqua ancora
fredda, sotto il palmo della mano. Sembrava un chiodo teso ad inchiodare
la mia mano. Sono finito a bere, con lei avvinghiata ai fianchi, duro
dentro il costume che poco ormai copriva: ho bevuto..col naso,.. sì non
rida, …la bocca era incollata all’altra e il fiato era finito… Capisce
perché l’amo? Almeno un poco lo capisce, adesso? In questo parlatorio,..
si puo’ fumare? Mi offra una sigaretta allora, per favore. L’ho uccisa
perché l’amo. Questo è sicuro.
Quel bagno inaugurale so, adesso, era una sfida. Curiosità
la sua soprattutto, poi l’ho capito. Se ti innamori capisci poche cose. E
spesso, anche tardi Allora mi piaceva pensare fosse altro, attrazione,
fascino, l’età mia così strana per lei, irresistibile delirio di potenza
di maschio puttaniere, strano innamoramento. Mi passa il portacenere? Ha
voluto leggere, quella sera a casa mia. Tutto. Non ho scritto poi così
tanto, in poche ore, veloce, vorace, con ansia mal celata, anzi direi
affatto celata, era finito. Anche quelle cose solo abbozzate e magari
accantonate.
Nuda sul letto, solo con quella camicia, gli occhi sui
fogli e una mano sul mio grembo. Si è sdraiata sui fogli sparpagliati, e
si è allargata. Mi ha trascinato dentro lei, mi ha preso tra le dita e
usato come un mestolo, là dentro. Sì come un mestolo, mi ha mosso estratto
reinfilato scosso. La carta stropicciata sotto che cantava. La camicetta
bianca e gli occhi, gialli adesso nel sesso piu’ che verdi. Ha lasciato la
presa e il controllo solo alla fine. Mi ha permesso di scomparirle dentro
e di svuotarmi. Violentemente e come urlando. Io l’ho guardata. Aveva gli
occhi semiserrati allora e la camicetta che ansimava. Un’altra
sigaretta…posso? Si puo’ chiedere dell’acqua? E inizia il gioco. Allora. ..dai
giochiamo. Di cosa vuoi scrivere? Proviamo? Io faccio la lavagna… tu
disegni e scrivi… Anzi, facciamo così.. tu sei il Maestro e io sono
Margherita. No, non va bene, è storia triste quella tu sarai il Maestro e
io l’Allieva… Giochiamo?
I giochi? In mezz’ora di colloquio? Non basta a ricordarli.
A raccontarli poi.. La cosa che però ho chiara in mente è che di quei
giochi io mi sono innamorato. Ho una donna, moglie, nel passato e altre
donne. Ho capito, con lei, che non avevo mai giocato. Strano per la sua
età e strano per la mia, vero? Vedo che non risponde…non era una domanda.
Vero. Il culo. Mi scusi, sì il culo era perfetto. Staccato netto sulle
cosce se era in piedi, pesca spaccata in ginocchio sul letto, matura e
tesa. La prendevo così, spesso, le ginocchia nostre sprofondate in un
materasso troppo molle oppure sulla terra o l’erba o sabbia o sopra un
pavimento. Le piaceva giocassi col suo culo mentre la scopavo. Le
piacevano i baci ed ogni esperimento. …prova…fallo……poi.. scrivi? Paradiso
del cazzo un po’ più in basso. E, sopra, chiuso tra i due spicchi, lui,
piccolo sorriso. Il culo suo l’ho colto per regalo. Una mattina che altro
non si poteva. ..provaci, ho voglia, ma non farmi male.. non spingere
così, così non entri, aspetta.. sì, adesso fermati pero’, brucia davvero,
non fermarti,.. ti dico quel che provo, ti racconto mano mano.. poi tu
scrivi.. vero? A me faceva male ma spingevo. Poi si è aperta come
d’incanto. Passata la mia testa, era di burro anche lì. Ma burro ancora
piu’ viscoso e caldo.
Avvocato, mi scusi, non devo continuare? Me l’ha chiesto
lei di spiegare.. se l’imbarazzo.. smetto.. Non pensi che per me fosse
comunque cosa così normale. Donne che apprezzano.. questo trattamento e ne
gioiscono credo siano poche… lei ne ha fatto dopo un rito, un premio
condiviso, da consumare come si gusta un dolce a fine pasto, la domenica,
a casa, a mezzogiorno. Dicevo che per me allora non era gioco abituale..
forse solo sfortuna nelle mie cose precedenti. Giocavamo e poi, quando
tornava a casa dai suoi genitori, l’ho detto vero ancor molto piu’ giovane
di adesso, vero? Quando tornava a casa, o mentre lei dormiva o anche
studiava, io scrivevo. Se trova le mie cose nella rete… saprà altro di
lei, che ora non racconto. Il nome della donna cambia spesso, quando
scrivo, ma so che non farà così fatica, adesso a ritrovarlo.
I giorni della sfida e del “belgioco”, come lo chiamavamo
in codice tra noi, erano marcati nella sua disponibilità a giocare, da
quella camicetta. bianca. Quando voleva provare un gioco nuovo e spingermi
alla scrittura, la indossava. E io sapevo che era ora di inventar
qualcosa. Nel frattempo io mi ero anche licenziato da un lavoro che mi
andava stretto. Coi soldi risparmiati ci vivevo, senza lussi, ma bastavano
e scrivevo. Finalmente, dopo quei giochi, trovavo nuove parole e ne
scrivevo. La prima volta in mezzo ad altri? E’ un ricordo sconvolgente.
…proviamo anche quello, ci giochiamo?
Sceglilo tu il locale, andiamo, magari solo guardiamo..
comunque, dopo, ..scrivi? L’allieva stimola e scuote il Maestro. Inventi
tu il gioco, adesso? Sì, giochiamo Il locale era una delusione veramente.
Nome pomposo, promessa di esotismo ed erotismo. Uno stanzone di cattivo
gusto con divani e un po’ di gente. Direi anche qualche puttana a fare
ambiente e aumentar la sensazione di.. cosa un poco strana. Aperitivo,
compreso nell’ingresso, musica che non amo, lei con la camicetta bianca e
una gonna corta a coprire sotto le mutande appena. Calze che non riescono
a restare sotto quella gonna, corta volutamente anche un po’ troppo. Gioca
con quelle gambe, si siede su un divano, mi guarda mentre si lascia
guardare. Accavalla e scavalla, mostra la coscia sopra l’orlo della calza…
fa balenare piu’ volte e poi lascia in mostra la sua mutandina.
Molta gente fa finta altri guardano apertamente, uno su una
poltrona si strofina ostentamente e ci guarda. Gli occhi suoi virano
sempre più all’oro e sono un po’ più stretti del normale…è il suo sguardo
di gatta che conosco. Quando lancia una sfida o vuole un nuovo gioco.
Balliamo. Mi dice…proviamo ad andar di là… a curiosare? Andiamo. Nella
stanza tre letti, accostati ma non adiacenti. Siamo appoggiati all’uscio,
a quella tenda e all’occhio che si abitua al buio, la tenda ora si è
chiusa dietro di noi, vediamo. Due letti occupati, ..il terzo vuoto. Sui
due letti due coppie, scopano parallele. Si guardano a vicenda, a sprazzi,
dagli sguardi capisci, o è solo fantasia per quel racconto scritto dopo,
che non solo gli sguardi erano incrociati. C’è odore tangibile, lo puoi
fiutare a naso, di sesso in quella stanza. Di sudore e di sesso. La prima
coppia è bella, molto bella. Scopano come statue di un museo. Lei è come
rovesciata su quel letto, la testa buttata oltre l’orlo del materasso. Lui
ha le gambe di lei. Sulle sue spalle. E in ginocchio , la tiene per i
fianchi e pompa, batte con rumore, come a far burro il latte che la bagna
sotto. Mi guarda con quegli occhi stretti e un poco gialli…io capisco gli
occhi. La bocca sua è socchiusa per piacevole emozione. Gli occhi sono
giallo d’oro e dicono, loro, prima e dopo ribadiscono le parole…giochiamo,
ho voglia di giocare…proviamo,..tu dopo scrivi?
Si toglie gonna, mutande slaccia la camicetta bianca,
sipario aperto sul seno e su capezzoli già duri. Poi spoglia me e mi
accompagna al terzo letto. Strano, ricordo solo adesso, mi ci porta per
mano. Però la stretta della mano non era stretta solita, di affetto, era
molto più forte, più serrata, mi guidava, come se comandasse e non
chiedesse come soleva fare, e non mi accompagnava. Mi fa sdraiare, nudo,
sotto quegli sguardi. Si china su di me. Mi sfiorano i capelli, le ante
aperte della camicetta. I capelli sul petto, mi sfiorano i capezzoli
appena, ora i miei son come i suoi, grinza dura e rugosa, nervi scoperti e
all’erta sotto quella cascata. La camicia sfiora prima in petto, il ventre
ora le cosce. Mi prende in mano e poi, appena acquisto consistenza, in
bocca. Sento la lingua: E i denti intorno all’orlo fatto a casco, e sotto,
dove il triangolo si avvolge e poi si punta e taglio, sfregano appena,
come un cancello socchiuso e poi lasciano correre la lingua a avvolgere e
cullare. Non guardo gli altri, dal rumore so che si sono fermati. Mi
guardano scopato dalla bocca come io li avevo guardati. Non guardo. E’ una
sensazione strana. Chiudo gli occhi e mi ci lascio andare. Con gli occhi
chiusi sento solamente il rumore della bocca e il respiro di altri
intorno. Poi non piu’ la bocca, resto teso nell’aria, bagnato di saliva e
teso, lei si muove, poi mi cala attorno. E sale e scende. Ritma con
sussulti. Esco rientro, mi fermo perché lei si ferma, affondata sopra di
me e spinge. Cerco di sgroppare, di cambiar ritmo, di imporre movimenti,
non vuol mollare, accelera di colpo e poi mi svuota. Forse gli altri
guardano ancora o hanno riallacciato i loro giochi. Non so,.. i miei li
apro adesso. Lei ha altre mani sul corpo. Due sono forti e tozze, una con
dita lunghe e affusolate. Sono a serrare i seni. I suoi. La baciano sul
collo mentre mi ha ancora dentro.
Ho bisogno di un'altra sigaretta, mi perdoni. Qui non mi
hanno ancora permesso di comprarle. Capisce adesso, un poco almeno, perché
dico che l’amo? Quella donna occhiverdiecamicetta? Quella donna che mi ha
superato? Salto mesi adesso, se no la lascio con troppe domande. L’altro
giorno. Erano giorni che era un po’ distaccata. .. i genitori rompono, ..oggi
non posso…forse domani.. dai cosa sarà mai.. tu intanto scrivi.. A casa
degli amici. Due di loro sono dei residui vecchi di quell’estate… so che
sanno della mia firma in rete e che hanno letto. E tutto in quella casa,
forse per quello, ha sapore un poco strano. Il discorso, dovevo
immaginarlo cade lì.
Sono poche persone per fortuna son presenti, ma quello che
me l’aveva presentata, tira fuori qualche foglio da una giacca…. Forse
vuole soltanto una piccola ripicca, le stava dietro, io non lo sapevo
allora, da due estati. Corte serrata, baci e poi nulla, meta non
conseguita..e poi rubata Arriva uno, che scrive di giochi e di donne forse
strane e via…fine delle sue estati. All’epoca però non lo sapevo, me l’ha
raccontato lei un giorno, fumando a letto, sdraiati al pomeriggio. Di un
uomo che le stava dietro, lei ci sarebbe stata se quel giorno,..se.. Apre
i fogli e legge dei miei giochi ..i nostri giochi. E tutti sanno chi sono
i giocatori. Reggo la sfida e ostento sicurezza.. sono racconti, sono
giochi, scrivo e basta, lei è un’ispirazione, i giochi sono.. giochi della
testa scritti per divertire e magari un po’ eccitare..
Ma leggere fa male e vengono le idee. Ed una sfida, un
gioco, alcool e fumo aiutano alle volte. E se…? E se…tu.. provassi a
scrivere altre emozioni? Hai il coraggio di alzare la posta e anche la
sfida? Hai mai pensato a lei insieme a un altro? Come ne scriveresti, con
quali parole? Devi scoprire, esplorare per trovarle, ma non oserai mai,
noi lo sappiamo.. lei giocherebbe, vedi, tu non puoi. Giocate sempre ma
rischiate poco. Lei ha più coraggio, vero? Perché non provi,.. non
provate? E lei su quel divano, occhi giallo oro e camicetta spalancata. Io
e altri quattro seduti a terra, anfiteatro umano. Le mani del bastardo sui
suoi seni, sotto la camicetta spalancata. La bocca a soffocar la sua. Poi
la gonna per terra e le sue mutandine. E a lui è lei a togliere anche
quelle. E le gambe allargate in un invito, una posata sopra la spalliera.
Il labbro morso suo a soffocare un grido e un cazzo, non il mio che si fa
strada dentro, senza tenerezza o gioco di preavviso. Spinge come un
dannato, si esibisce. Lui.
Lei rantola e ha il respiro come un treno. Spinge, lei
morde ancora il labbro.. non cerca di dare tenerezze, spinge. Spinge.
Tutti guardano loro, nessuno osa guardarmi. E penso.. è un nuovo gioco..
dopo ne scrivo sopra.. qualche cosa.. Penso e non credo. E spinge sempre
più deciso. Lei ha occhi gialli di fessura, la camicetta è strappata da
lui che ci si è impuntato con le mani mentre le sale dentro, teso fin mei
muscoli del collo, a scioglierne i pensieri. Lei ha un piccolo urlo, poi
lui chiude a taglio stretto gli occhi, erano stati sempre aperti, ora lo
noto, e viene. Un poco di imbarazzo, dopo. Degli amici e mio soltanto.
Loro bevono qualcosa, lei lamenta lo strappo alla camicetta, lui le
stuzzica il collo con le dita. Lei è chiusa in quell’abbraccio. Non mi
guarda. Muove il collo un poco rabbrividito sotto quelle carezze in passo
di formica. La riaccompagno a casa, dopo.
Dopo non so. Provo a ricordare. Sarà perché lei non aveva
detto.. è un gioco? Perché non mi chiesto, nemmeno in auto di scriverci su
un poco. Perché il suo orgasmo non era da racconto o esperimento? Per la
camicetta che si era lasciata rovinare, forse per quello. Perché sono
bambino e se si rompe un gioco piango. Le ho stretto al collo le mani nel
parcheggio. Le mani. Quelle che la facevano bagnare così in fretta. E’ un
gioco pensavo.. dopo ci scrivo su e pubblico, magari.. Stringevo forte.
Non so quanto a lungo io abbia stretto. So che è bastato poco per non
sentirla più divincolare. Mai io stringevo ancora. Credo di avere pianto,
non ricordo.
All’alba all’auto si è accostato un metronotte di ritorno a
casa dal lavoro. Dormivamo sul sedile. La polizia mi ha svegliato dopo, mi
hanno portato qui. Lei è andata via dopo, sotto un lenzuolo, Bianco.
L’ultima sigaretta.. grazie.. Vede..? .. l’avevo detto che era storia
lunga, quella della donna che amo e di occhi verdi e camicette bianche. Se
torna per la visita prima del processo le racconto altro, forse ricordo
meglio qualche cosa. Ho cambiato idea tra l’altro, accetto la difesa.. lei
sa ascoltare ..racconti lei per me, però non chieda scusa. Racconti di un
amore che ho forte dentro e di occhi verdi e pagliuzze d’oro e di una
camicetta bianca. Racconti non per chiedere uno sconto ma per fare capire
a loro, se lei ha capito. Torni allora. Mi farebbe due favori,.. posso?
Mi porti quando torna un po’ da bere e una stecca di Camel
senza filtro, la rimborseranno, le ho fumato mezzo pacchetto oggi e me ne
scuso. Poi, per favore, ancor più personale ... oso?…? Mi porti tanta
carta bianca, quella che vuole, quaderni, fogli ..e qualche penna morbida
e buona. E… Se non le dispiace,…metta, quando verrà a trovarmi ancora, la
stessa gonna nera e la stessa camicetta. L’ho osservata tutto il tempo
senza fermarmi mentre parlavo.. questa sua camicia bianca. Le sta davvero
bene…la rimette per me? Dona davvero coi suoi occhi verdi. Ha schegge
d’oro in quegli occhi ..gliene hanno mai parlato? Scusi la confidenza ma
ha proprio occhi belli. Adesso poi che sembrano fessure.. sono ancor più
gialli. D’oro quasi direi… Ricordi i fogli, glielo raccomando…mi sa
che…dopo…scriverò qualcosa…
|
|