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E’ una sensazione
strana. Ti prende all’improvviso. Ti chiede attenzione, e se non gliela
dai, se la prende lo stesso. E’ come quando guardi un tramonto, senza
vederlo veramente, e non appena realizzi la sua bellezza, rimani senza
fiato e devi costringerti a respirare. Per non morire. Una sensazione
odiosa, perché percepisci la forza della sua necessità. Una forza a cui
non ti puoi sottrarre, non puoi contrapporti, perché sai che ne usciresti
malconcia, zoppa, sconfitta.
E’ un tarlo che
scava nella mente. Un chiodo piantato in una mano. E’ un’ulcera, che
insidiosa decide di darti noia e sofferenza è lei a deciderlo. Il pensiero
subdolo e urgente di quello che gli faresti, se lo avessi lì accanto, e
foste soli, ti invade e non ti abbandona fino a che, in qualche modo, non
si sente soddisfatto. Un pensiero tanto più invasivo quanto più
inaspettato. E ti chiedi perché proprio lui, che magari non avevi visto
fino al giorno prima. Non lo avevi notato, presa da altre faccende, da
altri uomini, da altre possibilità. Non è il tuo tipo. Non ce l’hai
nemmeno un tipo ideale, ma questo non lo prenderesti in considerazione,
proprio mai. Eppure una prima volta c’è sempre, per tutto. Anche per uno
come lui.
E così, cerchi il
suo sguardo. Inizi a chiedere di lui, quando non c’è. Sogni, di lui. Fino
ad arrivare a chiederti se stai diventando pazza. L’uomo che hai accanto
non sa niente. Condivide con te la vita di tutti i giorni, ma non sospetta
nulla. Non sa che, nella notte, nel vostro letto, ti accarezzi e lo fai
pensando a un altro, ma non a uno qualsiasi. Non sa che stai diventando
schiava di una fantasia, e che faresti di tutto per soddisfarla. Non sa
che ti svegli al mattino, ti alzi e gli prepari la colazione, come se
niente fosse, ma in realtà senti l’inguine che brucia, lo stomaco
sottosopra, e una biglia di fuoco che spinge nel tuo ventre. Non sa e non
deve sapere. La gelosia lo corroderebbe dall’interno, gli scioglierebbe le
interiora come soda caustica. E’ un segreto che hai con te stessa, e ti va
bene così.
Il tarlo scava. Il
chiodo spacca. L’ulcera grida. E ti ritrovi davanti allo specchio a farti
bella, perché quella sera a cena c’è anche lui. Ti guardi, dai l’ultimo
ritocco al trucco, indossi il gloss luminoso, il vestito scollato, e
cerchi di capire che cosa sia scattato. Il perché di tutto questo. Il
motivo dell’urgenza, della frenesia, del desiderio. Ti domandi che cosa
sia successo. Che cosa manca nella tua vita che ti porta a volerlo con
tutte le tue forze. Escludi tutte le possibilità, una dopo l’altra. E ti
accorgi, senza quasi rendertene conto, che non ti manca nulla,
assolutamente nulla. Capisci che forse il problema è quello: hai tutto,
cosa puoi volere di più. Eppure, è evidente, capisci che qualcosa di altro
da desiderare c’è sempre.
Vuoi sentirti viva.
Vuoi amarlo. Vuoi vederlo senza vestiti addosso. Vuoi conoscere il suo
sapore. Vuoi mordere i suoi fianchi e affondare le unghie nella sua
schiena. Vuoi avvinghiare le tue gambe attorno a lui, tenerlo stretto,
addosso a te. Vuoi farti schiacciare. Vuoi farti prendere. Vuoi farti
scopare. Da lui. Lui, che fino al giorno prima vedevi come un semplice
amico, e nulla più. E che, se più ci pensi, più ti sfugge il meccanismo.
L’ingranaggio si cela ai tuoi occhi. La molla diventa mistero. E rimani
col dubbio, col tarlo, con la solita, fottuta domanda. Perché?
Ma non importa, in
fondo. Vuoi conoscere. Vuoi che quella sensazione di necessità ti
abbandoni, ti lasci in pace. Vuoi che il pensiero martellante di lui,
sedotto, che ti prende senza inibizioni né remore, ti abbandoni, perché
non ne puoi più. Ti serve una tregua. Sei sull’orlo della follia, stai per
scoppiare, ti serve una scusa, in fretta. Lo chiami sul cellulare, hai il
suo numero da un po’ di tempo, è tuo amico. Gli chiedi un aiuto, per la
cena, lo inviti a casa tua mentre il tuo uomo non c’è. Ci mette poco,
suona il campanello, tu gli apri e lo fai entrare. E lui capisce dal tuo
sguardo che qualcosa non torna. Che non è per il vino che è lì, e nemmeno
per il dessert. E’ lì per te. Perché lo desideri, glielo fai capire
chiudendo la porta con un movimento da gatta, inarcando la schiena e
spingendo in alto il sedere. Non fa domande, e nemmeno tu. Hai già le
risposte in testa e non ti serve altro. Ti avvicini a lui, morbida,
insinui la tua lingua nella sua bocca, assapori quello che vai agognando
da tempo, non ricordi da quanto. Sai quello che vuoi. Gli sfili la giacca
senza pudore, lo tocchi, sfrontata, in mezzo alle cosce. Lo spingi sul
divano, ti alzi il vestito, sei nuda sotto, e ti fai prendere. Ti fai
godere. Ti lascia godere.
Hai conosciuto.
Rimani in silenzio, in ascolto. Qualche secondo. Lui fa per parlare, ma
gli metti il dito sulle labbra, decisa, a chiudergli la bocca. Senza dire
nulla, lo guardi negli occhi, ma non lo vedi. Ascolti, e all’improvviso,
dopo tanto, non senti nessun rumore. L’ulcera non grida più. Il chiodo ha
smesso di battere e pulsare nella mano. Il tarlo è svanito. E’ stato più
veloce di quello che avevi immaginato, l’intensità e l’eccitazione di quel
momento hanno bruciato in fretta i minuti. Non ti importa. Il tarlo tace,
ormai. E mentre lo osservi rivestirsi, mentre tu ti ricomponi, ti chiedi
all’improvviso come diamine hai fatto. Dopotutto, anche se non hai un tipo
ideale, tra tanti, proprio lui: ci deve essere qualche motivo oscuro. Così
oscuro, che non lo saprai mai. Ma capisci che, dopotutto, non te ne
importa più.
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