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The end – One
La luce si propaga a una velocità finita. Questa velocità è una costante
fisica, indicata da una lettera. La c. Amanti del latino, questi fisici
snob. C come celeritas, velocità. La velocità della luce nel vuoto è
costante e viene misurata con c uguale a 299.792.458 metri al secondo. Il
suono non è così veloce. Non è nemmeno lontanamente paragonabile. La
velocità del suono nell’aria è di circa 340 metri al secondo. Se poi si
calcolano tutti i fenomeni annessi e connessi con la propagazione delle
onde sonore, la loro velocità si riduce notevolmente. Rifrazione,
assorbimento, diffrazione, risonanza, interferenze, battimenti. E così,
quando arriva un temporale, vediamo prima il lampo e poi, solo dopo lunghi
secondi, sentiamo il rombo del tuono. Mi avevano rotto le palle per un
anno intero di liceo, io che odiavo fisica e la ritenevo una materia
perfettamente inutile alla mia presenza (casuale) e sopravvivenza
(difficile) su questa terra. Non mi entrava in testa niente, ero
impermeabile a tutte le informazioni, formule, regole, calcoli e il mio
cervello non ne voleva sapere. Non si ricordava niente. Per questo motivo,
ancora mi domando come mai, quando è successo, mi è tornato in mente
tutto. La prima cosa che mi sono chiesta è stata: «Non è così che
funziona. Perché prima il suono, poi la luce?».
Ho sentito prima il rumore secco, lo schianto della lamiera che si
accartocciava su se stessa. Lo schiocco violento del vetro che andava in
mille pezzi, sgretolandosi come zucchero. Frammenti e schegge addosso a
me, a chi mi sedeva di fianco. Luca. Avevo la cintura che mi teneva
stretta e mi sembrava di soffocare. Ero schiacciata sul seggiolino e il
volante mi premeva sullo sterno. Soltanto dopo ho visto la luce. Un fanale
che non era il mio mi puntava dritto sulla faccia e non potevo vedere
altro che quello. Un fascio potente di particelle luminose illuminava il
mio viso e io non capivo. Non capivo nulla. Sentivo dolore alla spalla
sinistra, alle braccia, alla testa. Tutto qui. In quei momenti non sai
come reagisce il cervello per impedire al corpo di soffrire. Per non
impazzire. Il mio per difendersi mi ha inondato di leggi, nozioni e
formule fisiche. Sono riaffiorate come un fiume in piena. Mi hanno
travolto. Ma ho continuato a non capirci nulla. Avevo appena scoperto che
il mondo gira al contrario rispetto a quello che sta scritto sui libri di
scuola.
Non aveva il benché minimo senso. Doveva arrivare prima la luce, poi, solo
dopo, il suono. È più lento.
Non ricordavo cosa diavolo avevo fatto per trovarmi lì. Che cosa mi aveva
portata su quella strada. Lunga e dritta e accompagnata ai lati da pioppi
altissimi. Scivolosa. Non ricordavo il motivo per cui mi ritrovavo
prigioniera in una lamiera accartocciata. Ancora viva, non sapendo per
quanto ancora. Non ricordavo perché avevo Luca vicino. È strano come, in
determinati momenti della tua vita, sei costretto a fermarti e a chiederti
come sei arrivato nel punto in cui ti trovi. Come hai fatto a ridurti
così. Ti blocchi un istante che sembra interminabile e ti capita di
pensare: «Come cazzo ci sono finito, qua?» e sei stranito, confuso,
smarrito, e anche un po’ imbarazzato, e ti rendi conto che non sei più tu.
Non sei più a tuo agio con la vita che ti eri cucito addosso. Quella che
ti piaceva tanto. Ecco. Io nell’auto, dopo lo schianto, prima il suono poi
la luce. Per me è stato uno di quei momenti. Che cosa ci facevo, lì? Ma
soprattutto, perché?
Il racconto è tratto da:
Eliselle
Ecstasy Love
pp. 252
ISBN 978-88-89378-30-1
Prefazione di Matteo B.Bianchi
Collana "Rooms - Stanze"
Eumeswil Edizioni
http://www.eliselle.com
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