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Blu notte, viola
opalescente, bianco perlaceo. I miei colori, gli stessi che ami anche tu.
Li indossavo anche quella volta. Una rosa a fermare il foulard di seta
attorno al collo. Eri così orgoglioso di me che non ti rendevi conto che
mi stavi perdendo. Così preso dal tuo egoismo, non capivi quello che
realmente stava succedendo. Quanto può essere ironica, la vita.
Doveva essere la tua
notte. Quella del trionfo del maschio che insegue una vita e finalmente
corona il suo sogno proibito. Due donne solo per lui. Due donne a
disposizione del suo piacere. Due donne che si accarezzano, si baciano,
fanno l’amore per e con lui. Doveva essere tua, quella notte.
Titubante, io. Mi
tranquillizzavi e mi dicevi “è un’amica, non preoccuparti, vedrai ti
piacerà”. Mi rassicuravi e mi ripetevi “le parlo sempre di te, lei già ti
adora”. E ancora “questo non toglierà nulla, a noi, aggiungerà soltanto,
vedrai”. Mi raccontavi di quanto fosse naturale, per un uomo, una fantasia
come quella. Mi dicevi che mi avresti amato anche di più, dopo. Avevi
impiegato un mese di martellante, pressante opera di convincimento. Io ero
così dubbiosa, avevo il timore che un’altra nel letto potesse portarti via
da me. Rosicchiata dai morsi velenosi della gelosia, ero piena di pensieri
cupi e traboccavo di paura. Ma non lo davo a vedere. Avevo deciso di
compiacerti, perché sono fatta così. Quando amo sono pronta a qualsiasi
prova, ed era il momento giusto per provare a me stessa il mio coraggio.
Avevo messo più cura
del solito nel prepararmi, quella sera. L’abito corto viola per mettere in
mostra il mio pezzo forte, le gambe lughe e abbronzate. Per sentirmi più
sicura. La giacca corta e alla moda, di un blu che si intonava in modo
perfetto, così particolare col bianco dei polsini e del collo che faceva
capolino, regalando riflessi perlacei al mio viso. Un trucco leggero, ma
curato, evidenziava i miei occhi di ambra e le mie labbra carnose. I
capelli, lunghi e sciolti, una cascata di riccioli castani per
sottolineare la mia femminilità. Nella mente, la mia voce interiore,
impaurita e superba, si faceva sentire. Mi parlava e diceva “sei tu la
regina, ricordalo, non puoi sfigurare”. Com’è semplice minare la sicurezza
di una donna. A volte è anche troppo facile.
Doveva essere la tua
occasione. Arrivati al ristorante, il direttore di sala ci ha accolto con
un largo sorriso, quasi sapesse, avesse già intuito tutto. Ha indicato il
luogo dove lei stava aspettando. Una donna puntuale, la tua amica, ti sono
sempre piaciute le donne così. Non come me, che ci metto sempre secoli tra
bagno e armadio. Mi sentivo scrutata da tutti, mi sentivo derisa. Mi
sembrava che i camerieri smettessero di servire e i presenti si fermassero
di mangiare, lasciando nel piatto avanzi di cibo, solo per guardare me e
giudicare se ero o no all’altezza della situazione, per fare pronostici e
scommettere sulla cavalla vincente. E mi inducevano a chiedermi se sarei
riuscita a tenermi il mio uomo, o sarei stata sconfitta dall’altra,
l’amica sconosciuta, a causa del mio stupido modo di amare e di accettare
le sfide, inconsapevole del valore della mia avversaria. Volevo scappare.
Ma la curiosità era più forte di tutto, anche dei miei demoni
Il tavolo era un po’
discosto, in un angolo, attorno ad esso un separè per renderlo più intimo.
Avevi fatto le cose davvero in grande. Celata agli sguardi, seduta di
spalle, colei che con me avrebbe avuto l’onore di rendere realtà la tua
fantasia più proibita e bramata. I miei passi si erano fatti più incerti
mano a mano che ci avvicinavamo a lei, e sentivo il bisogno di bere
dell’acqua: la mia gola era diventata secca, come un pozzo svuotato da
secoli di siccità.
Ti ho visto
sorriderle, compiacente, malizioso, pregustando il momento in cui
l’avresti avuta a tua disposizione, per vederci nude e avvinghiate sulle
lenzuola. E poi, ho guardato lei, incrociando il suo sguardo. Ed è stato
come se non avessi visto mai nulla di più bello, fino a quel momento. Non
l’ho realizzato subito. Come un fulmine a ciel sereno, che ti attraversa
lasciandoti in vita per miracolo, e ti abbandona, stordito e senza fiato,
ci ho messo qualche istante a capire. E più trascorrevano le ore, più
intuivo che quella che doveva essere la tua serata, sarebbe stata la mia.
Mia di Nicole.
Nicole, mi era
piaciuto subito anche il suo nome. Una cena magnifica. Inaspettata.
Dovevi vederti.
Gongolavi come un bambino in un negozio di cioccolato quando io e lei ci
sfioravamo le mani. E innocente come un bambino, credevi che io lo facessi
per te, che finamente mi fossi rilassata e avessi capito il gioco,
accettandone le regole con consapevolezza. Dovevi vederti com’eri
compiaciuto, ogni volta che i nostri sguardi si incontravano e inviavano
l’una all’altra messaggi inequivocabili di desiderio. Tutto di lei mi
rapiva. Lo sguardo da gatta, le labbra mobili, e quelle fossette che
sottolineavano il suo sorriso ogni volta che le fioriva sul viso. I
capelli biondi, fini, talmente luminosi che sembravano fili d’oro puro.
Quel fisico scolpito e tonico, femminile, che Venere avrebbe mortalmente
invidiato. E la sua voce, sensuale, calda, che modulava parole e frasi mai
banali.
L’hai avuta, la tua
serata. Ti sei sentito maschio fino alla fine. Ci siamo spogliate dei
nostri orpelli, ci siamo accarezzate e baciate, regalandoci piacere
vicendevolmente e appagando i tuoi desideri voyeuristici. Hai potuto
prendermi mentre la leccavo, beandoti della mia capacità di adattamento e
godendo del fatto che un mese di convincimento valeva bene una notte come
quella. E hai potuto prenderla mentre spingeva le sue dita dentro di me,
amplificando il tuo orgasmo con quella visione così oscenamente
celestiale. Ti sei svegliato tra le braccia di due donne, il mattino
seguente, e hai preparato loro la colazione come un moderno sultano nel
suo harem.
Non hai capito che
ogni sua carezza, ogni suo soffio sulla mia pelle, ogni tocco delle sue
mani sul mio corpo, quella volta, mi portavano sempre più lontano da te,
dai tuoi desideri, dalle tue esigenze. Non hai capito che quelle carezze e
quei baci mi stringevano sempre di più a lei, costringendomi ad amarla.
Non l’hai capito ma, dopotutto, non importa: la tua serata, in fondo,
l’hai avuta. E, ora che mi hai perso, puoi sempre serbarne il ricordo. Non
è ironica, la vita?
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