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L’autunno baciava i ligustri tristi. Il vento asciugava il
loro pianto, fatto di lacrime bianche, che solcavano delle guance fatte di
foglie e di fiori appassiti. Le case delle vedove dormivano nell’ombra:
erano cupe, incappucciate, addormentate in una nuvola di fogliame sparso,
che si levava dal nulla ed evocava ogni istante felice del passato. Qua e
là, si vedeva brillare una lanterna.
Una giovane donna, dal volto celato da una retina nera,
piangeva sotto uno dei tigli tristi. Teneva un fazzoletto di seta tra le
mani, lo usava per nascondersi il volto, oltre che per celare il suo
affanno. Lei era bella, sapete? I capelli suoi erano morbidi, tanto
morbidi, che… Oh! Pensate che il vento si appressò alla dolce sconosciuta,
le chiese cosa avesse, perché piangesse, la toccò, la accarezzò, tentò
invano di consolarla! Poi, giocò un poco con i suoi capelli, prima di
involarsi di nuovo ed andarsene.
Nella bettola c’era appena stato un omicidio. Purtroppo si
trattava di un evento abbastanza comune in quel Medioevo misterioso e
spettrale, in cui si uccideva anche nelle cattedrali e, quando non si
riusciva a scoprire il colpevole, si diceva che erano state le streghe o
gli spiriti maligni. La vittima era una ragazza, l’unica sorella di colei
del cui pianto or ora vi ho narrato. L’avevano trovata sgozzata, con un
pugnale dalla lunga lama vicino al collo, i biondi capelli bagnati di
sangue, dinanzi ad una botte sfondata.
E pensare che, la sera prima, c’erano stati schiamazzi e
grida, scherzi, imprecazioni e voci vane d’ignoranti e bestemmiatori. Un
delitto simile era stato consumato dieci anni prima nella cattedrale di
M., dove avevano trovato una giovane bionda senza vita e in un lago di
sangue, dinanzi all’altare maggiore. Allora, il vescovo s’era adirato
alquanto, perché nessuno aveva avuto modo di scoprire il colpevole e i
calunniatori avevano detto che erano stati i preti neri, che s’erano
venduti l’anima al diavolo dopo aver ricevuto l’ordine sacerdotale.
Dovete sapere che in quel tempo, nella cittadina di M., un
borgo ricco di guglie e di edifici in stile gotico, s’aggirava una donna
pericolosa, dalla pelle diafana, che amava travestirsi da frate o da
prete, per commettere delitti e perpetrare furti. Non ricordo bene il suo
nome, tanto che saremo costretti a chiamarla Ladra. Gli sbirri avevano
fatto il possibile per averla tra i loro artigli, ma non c’erano mai
riusciti e la perfida era sempre riuscita a farla franca, forse, grazie a
qualche oscuro sortilegio, come diceva il volgo.
E il popolo mormorava, sogghignava, vociferava,
spettegolava di lei, delle sue gesta, di come avesse rubato una cantina
piena di botti e di bottiglie in una sola notte, dopo aver addormentato
l’oste con uno dei suoi baci malefici. - L’avete vista? L’avete vista
passare? – dicevano i bifolchi e gli ignoranti, davanti al Palazzo del
Comune. – Era lei, ne sono sicuro! Era la perfida! Ah, se potessi metterle
le mani addosso! La strangolerò senza pietà! Sono sicuro che è stata lei
ad ammazzare la bionda dell’osteria! E’ stata lei a far fuori la donzella
della cattedrale! Impiccatela! Bruciatela viva, se la trovate!
Ma la Ladra non si lasciava prendere. Era amica dei
pipistrelli, che la accompagnavano sempre nelle sue imprese notturne,
volando nel cielo dipinto degli ultimi fuochi del tramonto. Dicevano di
averla vista fornicare con un frate, no, con un chierico vestito di
bianco. Era riuscita a sedurlo e a travolgerlo nei piaceri della carne,
per poi svanire nella notte, come uno spettro.
Nella cittadina era costume che la gente perbene si
chiudesse in casa poco dopo il crepuscolo. Allora, gli usci venivano
sprangati, le imposte erano chiuse dall’interno, si pregava affinché il
diavolo non passasse sui tetti e non entrasse nelle case scendendo dai
camini. Se si sentiva un cane abbaiare, voleva dire che c’erano i briganti
o le streghe. Tutti credevano in Dio e temevano di incontrare gli spiriti
maligni. Era quello il motivo principale per cui ci si chiudeva in casa,
poco dopo il calar del sole.
La Ladra si divertiva a bussare agli usci allo scoccare
della mezzanotte, per spaventare i popolani paurosi. La sentivano
sghignazzare, mentre passava. Dicevano che avesse preso l’abitudine di
accoppiarsi con i maiali. Forse, conosceva i nomi di tutti i dannati che
avevano abitato a M. nell’ultimo secolo e parlava con loro. Tutto questo
era fantasia. La Ladra, infatti, aveva degli amori segreti ed usava
innumerevoli travestimenti per consumarli nel cuore della notte. Io la
vidi con il figlio del bottaio, mezza nuda, sul selciato. Erano frementi e
aggrovigliati, tutti intenti a consumare un accoppiamento bestiale. Si
discernevano i piedi grandi e scalzi di lei, il lungo fallo di lui, che
scorreva su e giù, quattro natiche sode, alcune lisce, altre pelose. I
versi della femmina e i grugniti sordi del maschio quasi facevano paura,
nel silenzio nebbioso che veniva dalla campagna.
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