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*E’ un segreto che non appartiene a me. L’autore.
Avevo cominciato a corteggiarla per caso. Tutto era
iniziato con un biglietto smarrito, scritto con inchiostro blu, su carta
rosa. Lei lo aveva rinvenuto misteriosamente, sul suo comodino dorato.
Portava il suo stesso profumo. Mentre lo leggeva, era stato come se i suoi
occhi si fossero addormentati in un sogno. Aveva visto perle tuffate nello
smeraldo, castelli perduti, aveva letto parole di fuoco. Nulla di quel
messaggio era andato perduto. L’aveva riposto in seno, a perenne memoria
di quell’istante. Oh, chissà quante altre volte l’aveva letto! Mille. E
pensare che non avrei mai scommesso sul suo sì. Eppure, me lo concesse con
grande semplicità, la stessa con cui sapeva tirare un bacio con le sue
belle labbra rosse.
Abitavamo soli nella nostra bella casa di Parigi. Poche
persone venivano a farci visita, eravamo sempre stati intimi amici. A
volte, mi capitava di vedere la mia cara sorella affacciata alla finestra,
quella graziosa finestra dai vetri all’inglese che guardava verso
Montmartre, e, le belle chiome al vento, salutava i passanti con il
fazzoletto di seta ricamato. Era un passatempo che coltivava dalla prima
giovinezza. Salutava gli sconosciuti coi suoi baci e i suoi bei boccoli
biondi, e facendo cenni appassionati con il suo fazzoletto preferito,
nell’ora del tramonto, quando i raggi di rame dell’ultimo sole tingevano
di fuoco i tetti e le cupole della capitale di Francia. A volte passavo
sotto a quella finestra, di ritorno da una passeggiata al Louvre, e mi
capitava di vederla. Era una visione. Pareva piangesse lacrime di diamante
e di passione. No, forse, era una bambola, fatta per essere carezzata
soltanto dalle mie mani bianche.
Ricordo che possedevo una vecchia spada, che alcuni
dicevano essere appartenuta a Napoleone III: l’avrei usata contro chiunque
l’avesse strappata alle mie premure affettuose. Lei era la mia bambola e
nessuno doveva toccarla. A volte, andavamo a passeggio insieme.
Camminavamo tenendoci per mano e sussurrandoci mille tenerezze. Erano come
delle dichiarazioni d’amore, che soltanto il vento poteva ascoltare.
Andavamo insieme al Giardino Botanico, o verso Notre-Dame e le isole sulla
Senna. Guardavamo le barche che risalivano il fiume, a volte, facevamo
colazione sull’erba. Durante quelle favolose peregrinazioni condivise
sottobraccio, osavo carezzarle i lunghi capelli biondi, che così spesso la
brezza del mattino e della sera scompigliava.
A volte, capitava anche che le toccasi le spalle bianche,
le belle braccia carnose, o i seni lasciati quasi completamente nudi da un
vestitino forse troppo velato per lei. La bella lasciava fare. Si riparava
dal sole con l’ombrellino; a volte, mi strizzava l’occhio, o mi regalava
qualcuno dei suoi sguardi appassionati, che facevano battere il cuore. Una
volta eravamo presso i JARDINS DU LUXEMBOURG, e lei mi strinse forte il
braccio, si chinò per mormorarmi qualcosa all’orecchio, e carezzandomi con
i lunghi riccioli biondi mi sussurrò di amarmi. Poi, senza che nessuno ci
vedesse, avvicinò le sue labbra alle mie, e mi baciò con ardente affetto.
Ricordo che non smisi mai di corteggiarla. Ogni occasioni era buona per
giocare con lei, come si potrebbe giocare con una bambola.
Nel cortile interno alla nostra grande casa, che
assomigliava a una domus romana, giocavamo a rincorrerci. Lei rubava le
margherite e ne regalava i petali al vento. Io facevo il guastafeste e
facevo di tutto pur di rovinare i suoi bei giochi, pur di strapparle un
sorriso amoroso. Aveva delle labbra bellissime e dei denti d’avorio,
quando sorrideva, mi faceva impazzire. A volte, in quel giardino, che lei
chiamava il giardino delle stelle, giocavamo a Pinocchio e la Fata
Turchina, benché entrambi avessimo vent’anni. Altre volte, ci capitava di
abbracciarci forte e di ruzzolarci allegramente sull’erba. Lei si teneva
stretta a me, con tutte e due le mani, mi faceva sentire le belle braccia
nude sul mio corpo, mi stringeva anche con le gambe, lasciate scoperte da
una gonna a pieghe un po’ sopra il ginocchio.
Capitava anche che mi strappasse la camicia e che mi
mordicchiasse le spalle nude. Io stringevo forte le sue mani, quelle belle
mani dalle dita lunghe, che lei dipingeva avidamente di rosso, di celeste,
di fucsia, di turchese. Le piaceva graffiarmi leggermente. Io la lasciavo
fare, e ricambiavo baciandola teneramente sulla guancia. Non mi stancavo
mai di farlo, dopo che ci eravamo ruzzolati felicemente sul prato. Poi le
porgevo la mano e la invitavo ad alzarsi. - Sei la mia bambola, lo sai? –
le sussurravo con affetto. - Oh, lo so… Non coccolarmi troppo, però,
perché i miei riccioli si spettinano. - Lo sai che morirei, senza di te. -
La scorsa notte ho sognato. Eravamo abbracciati come adesso, e facevamo
ciò che si conviene a due giovani sposi. Era sotto il grande ippocastano,
LE MARRONIER D’INDE, su di un dondolo dorato, accanto al quale stava una
grande statua della dea Calliope. - Non di rado i sogni si avverano. - E
il mio si avvererà presto, lo sento – disse, prendendomi la mano e
portandosela sul cuore. Era talmente bella, in quell’istante, appena
truccata, il volto di perla, che rifletteva tutto lo splendore dei suoi
primi vent’anni. Era meravigliosa di tutto ciò che mormorava in lei. Amava
lasciarsi carezzare, come già vi ho accennato.
Si chiamava Vanessa, ed era un nome da farfalla. Mi piaceva
sussurrarlo mentre ero con lei nella sua stanza fatata. La pettinavo
piano, le arricciavo anche con le mani i bei capelli biondi, e mentre lo
facevo, lei chiudeva gli occhi. Le ciglia abbassate, le belle pupille
nascoste dietro le palpebre d’argento, sognava. - Fammelo ancora – diceva.
Le carezzavo le belle guance con la scusa della cipria. Ma soprattutto
amavo vedere quei bei capelli che ricadevano morbidamente sulle spalle,
ora nude, ora ricoperte da un leggero velo nero. Le passavo il rossetto
sulle labbra. E lei lo provava sul mio volto, sulla mia bocca, baciandola
teneramente. - Ne vuoi ancora? – mi diceva. E io rispondevo sempre di sì.
Sempre nella sua cameretta, in cui mi faceva entrare tanto volentieri
nell’ora del trucco, mi porgeva le belle mani da curare. Voleva che le
mettessi lo smalto, o che le massaggiassi tra le mie. Diceva che ero un
tesoro.
Ma mi piaceva soprattutto pettinarla, allora, lei chinava
la bella testa bionda all’indietro, sospirando, le labbra semiaperte, e mi
stringeva forte la mano libera. Il pettine scorreva morbidamente tra quei
fili d’oro puro, che dovevano essere miei, e già lo erano. In quegli
attimi, la bella sorellina sussurrava il mio nome, era innamorata di me.
Altre volte mi provocava. La bella Vanessa mi chiamava nella sua lussuosa
stanza col letto a baldacchino, solo per provarsi le calze davanti a me,
ed avere così un’occasione per mostrarmi le belle gambe, o il rossetto
nuovo.
Quando c’era il temporale veniva a rifugiarsi nel mio letto
e voleva che la stringessi forte, che la consolassi, perché malgrado i
suoi vent’anni aveva ancora paura dell’Uomo Nero. Ricordo di averla vista
con i seni nudi, mentre i suoi lunghi capelli volavano al vento, e le sue
labbra rosse sussurravano sospiri. Accadde sulla terrazza bianca,
all’ultimo piano, che guardava verso la Tour Eiffel. La luna e le stelle
sostituivano nell’etere turchino il sole del giorno, era Luglio. Lei,
bambola perduta dell’Oriente, portava indosso soltanto una grande gonna di
seta gialla, simile a una crinolina del Settecento, che la brezza d’estate
gonfiava e faceva volare forte.
Vidi i suoi capezzoli rosa, vidi il suo petto argenteo e
turgido, il suo ombelico decorato con un anello di platino, teneva le mani
sul collo, era come se l’ultimo raggio di sole del giorno la baciasse, la
baciasse, la baciasse… Nubi turchine velavano il cielo dietro la grande
torre dell’ingegner Eiffel, che s’innalzava come un gigante fatato alle
spalle di una dea. Non osai rompere il silenzio. Ma la toccai, sì, la
toccai, come avevo già fatto altre volte, e lei fu mia, mi disse ti amo, e
nulla più. Sfiorai anche le sue gambe, e i seni prorompenti, appena
imperlati di un sudore profumato. Poi, il sogno si avverò. Accadde mille e
mille volte che lei degnasse la mia lunga virilità delle sue labbra. Le
sentii infuocate, che scorrevano sull’asta, senza sosta. Ci sapeva fare.
Entrai nella sua camera e lei mi svelò il suo segreto.
Era una farfalla, una Vanessa, dalle ali viola, disegnata a
nord del suo monte di Venere, al fianco di una Tour Eiffel. Gliela baciai,
così come baciavo la sua femminilità di solito nascosta dietro il pizzo
nero, ma per me, oramai, nuda e svelata. Lei fremeva sotto la mia lingua
di fuoco, era di miele. La bella poteva trascorrere delle ore seduta a
cavalcioni su di me, nuda, o quasi, entrambi eravamo accomodati sulla
amata sedia in stile Primo Novecento, o Impero, che la passione e il
piacere facevano scricchiolare. Voleva che la prendessi in braccio, che la
prendessi in braccio. E leggevo nei suoi begli occhi lo splendore di una
Parigi sepolta, ma mai dimenticata, fatta dei tigli che si specchiavano
sulla Senna, delle torri di Notre-Dame, dei monumenti del Louvre, del
ricordo di Re Sole, che brillava nei giardini di Versailles. Voleva che le
toccassi le gambe, le belle gambe, e che le mettessi e le togliessi le
calze a rete che tanto amava.
Di tanto in tanto, le usava per regalarmi il piacere, sì,
l’orgasmo. Amavamo anche ballare il tango. Era un modo per abbracciarci,
per essere vicini l’uno all’altra, nessuno poteva sentirci, ne vederci.
Sentivo il corpo suo stretto al mio, era nuda, nuda, sotto i veli, e non
si staccava mai da me. L’avevamo ballato anche sul nostro terrazzo, quello
che guardava verso la torre. Non desiderava avere figli. E ricordo che una
volta, sul letto, la mia amata sorella mi regalò tutta se stessa. Entravo
e uscivo da lei affannosamente, e alla fine la bella svenne di piacere tra
le mie braccia.
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