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C’era
festa giù al paese. Nuvole di coriandoli si alzavano in volo. Nel cielo
salivano vorticosamente centinaia di palloncini, multicolori e allegri.
Oh, sì sì sì sì: ce n’erano di bianchi, di gialli, di arancioni… Pareva un
arcobaleno. Di tanto in tanto si sentiva risvegliarsi la voce della
trombettina, qualcuno la suonava, nascosto forse dietro le grandi casse di
legno, piene di coriandoli. Oh, sì, quanti coriandoli, quanti coriandoli!
Ne prendevano a manciate, che correvano dappertutto: dentro i colletti,
nelle scarpe, io non so proprio dove non ce ne fossero. E si sentiva
sempre il rullo della grancassa. Oh, sapete chi la suonava? Un allegro
clown, dal viso dipinto di bianco, di rosso e di blu… Portava un cappello
a cilindro, nero nero, ed era tutto vestito con abiti a colori vivaci,
tanto che sembrava un Arlecchino triste. Oh, sembrava triste, sì, perché
sul viso si era disegnato una lacrima azzurra, grande, assai grande… E
pareva che piangesse, sempre, sempre, sempre. Io non lo so se quel pianto
fosse di allegria, o di tristezza. Proprio non lo so, no. Ma il pagliaccio
dalla lacrima dipinta voleva fare di tutto per rallegrare la gente, oh,
sì, voleva che al mondo ci fosse molta meno malinconia. Era per questo che
si sforzava di sorridere.
Aveva
organizzato lui la grande festa, nel paese. Aveva pensato a tutto lui. Ad
un certo punto smise di suonare la sua grancassa, e tirò fuori un’altra
cosa. Sì, trasse di tasca una gran pistola ad acqua, che faceva davvero
paura. Voleva sparare sulla gente, si fingeva un bandito… Ma le sue
pallottole non facevano altro che infradiciare tutti quanti. Le persone si
arrabbiavano. Ma nessuno rideva. Oh, no, nessuno, proprio nessuno. Perché
mai? Il clown non faceva che chiedersi questo, la sua pistola ad acqua
ormai era scarica, e nessuno più lo degnava di uno sguardo. Intorno a lui
c’era un forte tintinnio di campanelli, ma l’allegria sembrava morta. Che
fare? Si mise su di un piedistallo, dipinto a strisce rosse e bianche, di
lassù vedeva il mondo intero. Fu allora che si mise a fare dei gran segni
alla folla, voleva raccontare delle barzellette, sì, delle barzellette,
per fare ridere tutti, intorno a lui. Uh! E raccontava di sconsolati che
inciampavano su bucce di banana, di asini dalle ali bianche, che volevano
nel cielo ragliando, di alberi che crescevano al contrario, con le radici
rivolte verso il cielo e i rami verso il suolo. Oh, possibile? Poi, fece
una cosa ridicola. Cominciò a salutare tutti quanti, usando i suoi guanti
bianchi e i suoi fazzoletti colorati, sì, quelli del Giovedì Grasso… Alla
fine, si tolse il cappello a cilindro. Questo conteneva una gran quantità
di coriandoli, che ricaddero a neve sulla folla.
Oh,
quanta contentezza avrebbe dovuto portare tutt’intorno questo gesto! Ma
nessuno ascoltava. Oh, no, nessuno… Gli uomini avevano dei volti tristi,
che quasi facevano paura. Le donne non alzavano lo sguardo, sembrava che
neppure si accorgessero dello spettacolo. Sembrava non ci fossero. Allora…
Oh, allora, arrivò una scimmia, che faceva le capriole e voleva mettersi
sul piedistallo rosso e bianco, per esibirsi davanti a tutti. Faceva le
pernacchie! Prrrt! Prrrt! Che gesti sconci! Che boccacce! Tutti la
guardavano stupiti, era impossibile resistere alla tentazione di ridere.
Poi… Oh, poi, la scimmia volle prendere la sua trombetta colorata, da cui
pendevano le stelle filanti. E si mise a sonare, a sonare, a sonare…
Nessuno la fermava più, pareva di stare al circo, e la signorina
arricciava la coda, perché non voleva che la disturbassero, no. Ma poi…
Patapùmfete! Che mai? Qualcuno l’aveva fatta cadere dal suo piedistallo.
Era stato il pagliaccio, invidiosi della sua bravura: diamine, voleva un
po’ di posto anche lui nello show! La scimmia era venuta a rubargli la
parte.
E fu
allora che i due cominciarono a litigare… Il clown prese la trombetta
della scimmia e la ruppe, sì, la ruppe, maleducato! Lei, per tutta
risposta, lo tirò per la parrucca bianca, e lo sventurato rimase senza
capelli. Non c’era niente da fare: i due pazzi erano nati per azzuffarsi.
Si abbracciarono e si rotolarono per terra. E ricordo che le stelle
filanti ricadevano su di loro, in gran quantità… Erano rosse, gialle,
turchine, verdi, arancioni… Alla fine, il pagliaccio e la sua amica
scimmia si rialzarono. Caspita, erano tutti e due ricoperti di polvere! Da
buoni compagni di giochi, si diedero la mano. Alzarono lo sguardo. Si
guardarono intorno, per vedere se qualcuno ridesse, se mai un sorriso
fosse comparso sui volti dei passanti. Nulla… Uh, possibile? Nemmeno un
sorrisetto furtivo furtivo? Nemmeno un riso? Ma va’! Il grigiore tornava a
calare sulle cose lì intorno, non c’era niente da fare, non si riusciva a
mandarlo via. Allora la scimmia prese a fare le capriole, poi riprese il
suo fardello, e se ne andò, così. Ahimè! Cominciava a far freddo, il sole
si era nascosto dietro le nubi grigie grigie, i rumori della festa si
tacevano, uno ad uno.
Dunque,
per questa volta il nostro eroe non era riuscito nel suo intento! Ricordo
che si era seduto su un sasso, per terra. Il vento sollevava mucchi di
coriandoli usati, che facevano tristezza, e nascondevano quel viso dipinto
come una nube. Aveva avuto ragione, sì, a disegnarsi una lacrima azzurra
sulla guancia. Tutto il mondo era triste, sob! Ed egli si stringeva il
volto tra le mani, perché non ne poteva più di restare lì. Faceva freddo,
faceva freddo… Tutti avevano cominciato a fargli le boccacce e a prenderlo
in giro. Era un buffone, sì! Questa volta, dagli occhi del clown scesero
due lacrime vere, non dipinte… Tutti i palloncini erano scoppiati! Tutti
quanti, tutti quanti, sì. Non ne era rimasto neppure uno. Alcuni se
n’erano volati, lassù nel cielo, altri se li era portati via il vento
gelido.
La
festa era morta! E nessuno la poteva risuscitare più. Allora il clown
prese una tremenda decisione, trasse di nuovo di tasca la sua pistola
grigia, che aveva fatto tanta paura alla gente. Se la portò alla tempia.
Oh, stava per premere il grilletto, davvero! Cosa voleva fare? Cosa voleva
fare? Oh, forse, fu allora che la sorte lo soccorse, sì, nel momento più
terribile. Sì, perché gli sembrò di vedere una grande mongolfiera
multicolore, che scendeva verso di lui, a gran velocità. Forse, era
l’allegria, che veniva a prenderlo! Il clown applaudiva, contento. E del
resto, con che cosa avrebbe voluto spararsi? Con una pistola ad acqua, che
lo poteva soltanto infradiciare un poco! Figuriamoci!
La
mongolfiera era scesa dal cielo ed era atterrata accanto a lui. Egli poté
così salirvi. Poi, sciolsero gli ormeggi, mollarono la zavorra, e
cominciarono a salire in alto in alto, in alto in alto, vi giuro, davvero…
E il sole splendeva di nuovo, di lassù, tutto assumeva un colore diverso,
la mongolfiera era dipinta a colori tanto vivaci, tanto vivaci, sapete?
Rosso, bianco, giallo, verdone… E si poteva suonare la trombetta! Di lassù
si vedevano tante cose… Ma dove andava il bel pagliaccio? Dove lo
portavano? Oh, io certo non lo so. So solo che da quel giorno cancellò la
lacrima di malinconia che si era dipinto sul viso. Adesso avrebbe potuto
far ridere proprio tutti. Proprio tutti, sì.
P.S. Ho
conosciuto il clown personalmente, una volta, al parco divertimenti, sotto
la volta stellata del cielo. Era notte e mi prese per mano, dopo avermi
fatto sorridere con i suoi scherzi e le sue boccacce. Corremmo affiatati
tra la folla, sotto una pioggia di coriandoli, e mi condusse nella sua
tenda. Fu allora che, al lume di candela, si spogliò davanti a me, e si
tolse la maschera allegra che gli copriva il volto. Dietro le parvenze del
clown si celava una giovane donna, dai lunghi capelli biondi, gli occhi
azzurri, la bocca rossa come il fuoco, sulla quale apparve per la prima
volta un sorriso malizioso, allorché mi disse: - Vuoi fare l’amore con me?
Si tolse anche i guanti bianchi, che nascondevano due mani di fata, dalle
unghie dipinte di celeste. Anche le unghie dei piedi erano dipinte dello
stesso colore, ormai nuda, si sedette su uno sgabello, davanti a me, e
accendendosi una sigaretta accavallò le belle gambe. Tenevo il suo costume
da clown tra le mani. Si era messa in testa una vecchia feluca
napoleonica, ornata con una piuma, per farmi ridere. Aveva anche chiuso a
chiave. No, non me ne sarei andato prima dell’alba, prima di aver
consumato con lei il fuoco della passione. Mi sdraiai nudo sul tappeto e
la feci accomodare sopra di me, la feci sedere sopra; mentre lo facevamo,
la bella portava indosso soltanto i suoi bei sandaletti in vernice rossa,
col tacco a spillo. Nient’altro… Nella foga, le ginocchia nude quasi le
lambivano il mento, ed era lei quella che si lamentava più forte.
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