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Aveva salutato i mulini di Frisia per l’ultima volta. Ora,
gli occhi suoi contemplavano quelli di Danimarca, sperduti tra le campagne
di papaveri e fiori perduti, in una regione di fuoco, dove soffiava il
vento freddo. I cattivi avevano squarciato la bandiera della sua patria.
Le avevano strappato gelide lacrime dagli occhi, oh, sì, quei grandi
occhi, azzurri come il mare, che continuava a udire sempre, sempre,
sempre. Quella voce bianca e spumeggiante non faceva che vagare su quella
terra di fantasmi. La carrozza correva veloce, e portava lontano. La
tiravano cavalli bianchi, ornati di paraocchi neri, e sferzati da una
frusta color della pece, che di tanto in tanto spandeva nell’etere il suo
suono sinistro. La brughiera era svanita nelle nebbie. A tratti, tra le
fronde lievi delle betulle (era la fine di Settembre) spuntava una visione
di mare e di cielo, e si poteva contemplare un isolotto lontano, dal quale
s’innalzava un mulino a vento, come un gigante del mistero.
La bella si sporse dalla carrozza. I suoi lunghi capelli
biondi volarono nel vento di Danimarca, volle abbassare le lunghe ciglia
nere, e posarsi un dito sulle labbra, come per regalare un bacio ai suoi
castelli, i magici e fatati castelli, che le avevano tenuto compagnia un
tempo, e ora ritornavano nei suoi sogni. Era vestita con un lungo manto
turchino, indossava dei guanti bianchi, di seta pura, e al medio della
mano sinistra portava un anello, dove brillava uno smeraldo, stella
perduta del Nord. Sarebbe arrivata presto, lo sentiva, oh, sì, sarebbe
arrivata presto. Si posò la bella mano bianca sul seno nudo, che si alzava
e si abbassava per la passione. Ricordava l’ultima volta che si erano
incontrati, era stato d’inverno, dalla finestra appannata, dai vetri
all’inglese, si vedeva la vecchia scuderia abbandonata e la Copenaghen
lontana, con i suoi magici palazzi d’oro, sul tavolino di legno c’era una
candela accesa, una teiera di porcellana, i dolcetti danesi, su una
guantiera d’argento. I loro corpi erano nudi, intrecciati l’uno all’altro,
le loro mani si stringevano forte, lei gridava, di piacere. Lo sgabello
scricchiolava sempre… Ariel sospirò.
Sapeva che i cavalli del silenzio, i cavalli bianchi del
Nord avrebbero cavalcato i suoi sogni, e galoppato forte, nel cuore della
notte stellata, fino all’ultimo suo bacio. Erano i cavalli del piacere. Le
venivano in mente i ricordi della battaglia… C’era stata anche lei, sì,
anche lei, ed aveva visto tanti uomini che amava, cadere infelici, gli
occhi suoi avevano visto il fuoco dei cannoni, il luccichio delle sciabole
e delle divise decorate d’oro e d’argento, l’esplosione delle granate, le
battaglie all’arma bianca. Quel giorno, un soldato le aveva slacciato il
corsetto con un colpo di spada, i suoi seni grandi e bianchi erano rimasti
nudi, al vento… Non era stato per ucciderla, no, ma soltanto per far
l’amore con lei, non importava se con la violenza o con l’inganno. La
bella aveva acconsentito, per un pezzo di pane, ed era rimasta nuda
sull’erba, le labbra rosse semiaperte, per sospirare di piacere. Ricordi!
La carrozza fatata, intanto, era passata tra mille ponti levatoi, grate e
passaggi segreti, attraverso i castelli ed i parchi di Danimarca. Ariel si
riscosse dal suo sogno di principessa.
Guardò il suo orologio d’oro, che le aveva regalato suo
padre, si accorse di essere arrivata, e scese. Le andarono incontro i
domestici e i grandi cani dal manto bianco a pois neri, che facevano le
feste. Il parco era ingombro delle fragranze degli ultimi fiori del Nord,
che una brezza marina spandeva all’intorno. Per arrivare sull’isola,
avevano attraversato il lungo ponte di legno… Ariel desiderava fare il
bagno. Le dissero che il cavaliere sarebbe giunto all’ora del tramonto.
Rimase sola con le domestiche, che le offrirono una grande tinozza piena
d’acqua cristallina, sulla quale nuotavano rose appena sbocciate. -
Lasciatemi sola – disse, nel suo danese suadente. Si tolse così i bei
guanti di seta bianca, lasciando scoperte le favolose mani dalle dita
lunghe, fatte per toccare, e dalle unghie d’argento. Poi fu la volta dei
bottoni, quei bei bottoni dorati che le ornavano il corsetto scollato, che
lasciava nudi i suoi seni grandi, e si tolse infine la lunga gonna di
raso. Aveva belle gambe, portava scarpe argentee, con il tacco alto, e una
sorta di reggicalze di pizzo, a mezza coscia, che però non serviva a
nulla, poiché non portava calze.
Si tolse ogni indumento, rimase soltanto con un bracciale
d’oro, e l’anello, il magico anello al dito. E si immerse così nella
tinozza, cominciando dalla punta dei piedi, e spruzzando a poco a poco il
resto del corpo. L’acqua era fredda, e la bella gemeva sommessamente, per
il piacere che le davano quei tocchi. E il cavaliere venne, quasi
all’improvviso. Aprì con veemenza l’uscio di legno, e si precipitò su di
lei. No, non era cambiato, dall’ultima volta. Le avrebbe concesso
ospitalità in cambio dei favori della sua bellezza. Ariel gettò un grido,
perché lui aveva cominciato a toccarla, dopo aver chiuso la porta a
chiave. Faceva parte del gioco. Dopo le mani, fu la volta della lingua,
rossa, lunga, che prese a succhiare dolcemente i capezzoli di lei, le
scese sul ventre, e infine giunse tra le belle gambe. Lo facevano nella
tinozza, nell’acqua profumata e fredda, che bruciava come il fuoco.
La bella volle mostrargli anche il bel marchio giallo e
turchino che portava su di una spalla: raffigurava una fata, era stato lui
ad imprimerglielo, due anni prima, servendosi di un ferro che aveva
riscaldato nelle sue fucine. - Credevo fossi un fantasma – disse Ariel. –
E invece no, sei ancora di carne, come allora, me ne accorgo così, mentre
ti sazio con i miei baci… Ma egli non gliene diede il tempo. Le aveva
rimesso le belle scarpe d’argento, e, quasi improvvisamente, la penetrò,
facendole sentire in grembo tutta la sua virilità. Era frenetico, e quasi
violento, le strappava delle grida dolcissime, di cui solo una donna può
essere capace. Poi fu la volta dell’ano, glielo allargò con ambo le mani,
per poi spingerglielo dentro con tutte le sue forze. La bella urlò di
piacere e di dolore, ma lo supplicò di continuare, sempre piangendo per il
fuoco che la divorava, a ogni sua spinta. Ariel, ti ricordi? Avevi perso
il controllo, come gridavi, oh, come ti lamentavi! E gli spiriti volavano
come aironi bianchi tra le betulle e i castelli di Danimarca, avvolti da
nebbie turchine. A tratti, una folata improvvisa, che toccava la
brughiera, mostrava la spiaggia, il mare, e un mulino a vento sperduto su
di un isola lontana.
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