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Non vi narrerò altro di quanto accadde nel Rifugio degli
Stambecchi. Ad ogni modo, fu come se la languida
montanara defunta prendesse per mano il suo marito
terreno, per condurlo con sé lungo le sponde amene del
Lago delle Capinere.
Poi, tutto si dissolse nella nebbia, la stessa che
avvolgeva le più alte vette ed i pendii.
Al calar del sole, il Rifugio degli Stambecchi era
visibile da lontano, persino dal confine. Le sue poche
finestre illuminate, il suo tetto spiovente, che allora
si tingeva di nero, quella sorta di lampione grande, che
avevano appeso tra il primo ed il secondo piano, lo
facevano assomigliare ad una casa di impiccati. Si
sarebbe detto che vi abitassero soltanto dei vecchi,
dalle lunghe barbe incolte e dai lunghi capelli
grigiastri, in attesa che scoccasse la loro ultima ora.
Attraverso
quelle finestre che brillavano di luce giallastra, tra
le rade nevi perenni, sembrava di discernere delle
figure nude, che consumavano chissà quali amplessi
bollenti, chissà quali accoppiamenti violenti, bestiali,
al suono di grida che non si possono narrare. Pareva di
assistere a scene di delitti, fatte di figure nere,
arcigne, che tenevano in mano pugnali e bastoni, vittime
che portavano le mani al volto, per gridare tra gli
spasimi dell'agonia, immagini di giovani, che avevano le
gole strette da catene di ferro gelido.
Ricordo che la donna della gerla volle caricarsi il
bracconiere sulle spalle e così lo riportò a valle. Lui
appoggiò affettuosamente, teneramente la testa sul dorso
della sua compagna. Lungo il sentiero, la giovane non
fece che raccontargli delle favole, delle storie di
cacce ed inseguimenti attraverso le Alpi. Qua e là, a
tratti, si vedeva qualche averla capirossa, volatile
dagli occhi marrone scuri, dal becco nero bluastro; i
maschi hanno il capo e la nuca rossi, il dorso nero, con
aree bianche sulle ali, mentre il groppone propriamente
detto è bianco, la coda è nera, bordata di bianco, il
ventre è candido. Le femmine di quella specie sono
simili ai maschi, ma più sbiadite. I loro nidi sono
fatti come delle coppe di rametti, riempite con
materiale più soffice e si trovano su alberi o cespugli
alti. Vi erano altresì delle cince dal ciuffo, delle
cince bigie alpestri, nonché dei gracchi alpini, che
riempivano l'etere vago con i loro fischiati e acuti "crrii",
"crru", emessi in volo, da quegli uccelli radunati in
stormi volteggianti.
Si
distinguevano inoltre delle nocciolaie, uccelli che
devono il proprio nome alla golosità per le nocciole. I
loro becchi apparivano neri, lunghi e robusti, i sessi
erano simili, i piumaggi erano marrone cioccolato,
punteggiati di bianco. Le teste sembravano, per contro,
senza punteggiature. Le ali erano nere. Ricordo che le
voci delle nocciolaie risuonavano alquanto rumorose, i
loro versi assomigliavano a quelli delle ghiandaie, i
loro canti erano fatti di note sommesse e gracchianti.
- Ti riporterò a casa tra le mie braccia, come se fossi
il mio bambino - disse la donna della gerla a colui che
portava sulle spalle.
- Ah, davvero io non so dove tu possa trovare tanta
forza! - mormorò Franz, sorpreso dalla resistenza fisica
della bionda.
- Se non erro, ho già avuto modo di dimostrarti che
nascondo in me qualcosa di magico, di soprannaturale...
L'ombra di lei, che si disegnava al suolo, faceva paura.
Il bracconiere credette di discernere un lungo pugnale
appuntito, appeso alla cintola della sua dolce amica...
Non lo avrebbe usato nemmeno per fare del male ad una
mosca, si disse lui. Forse, i suoi occhi lo ingannavano,
perché non erano più in grado di vedere che fantasmi, da
tanto tempo! Io non so se al Rifugio degli Stambecchi
egli era stato in grado di vedere veramente Arabelle o
aveva più semplicemente avuto una visione!
Rammento
che, pochi giorni dopo, il bracconiere e la donna della
gerla si trovavano insieme, nella cantina della casa del
rovere vecchio, in mezzo alle damigiane. La stanza era
ingombra di vapori e lui protestava...
- Mi avevi promesso che il mio volto avrebbe
riacquistato lo splendore di un tempo! Mi avevi promesso
la vista, la giovinezza, i sogni! Mi avevi promesso
tutto questo e non ho avuto nulla! Il mio viso è rimasto
quello dell'incidente!
Questo ripeteva Franz.
Ma l'altra gli rispondeva cantando chissà quale canto di
montagna.
- Finiscila! - gridò il bracconiere, infuriato. -
Rispondimi, una buona volta!
A quel punto, la donna della gerla gli rispose
sghignazzando.
- Ah, bella mia! Io non conosco il tuo vero nome, ma ti
auguro che tu non mi stia ingannando! Se fosse così,
meglio sarebbe per te essere inghiottita dai burroni più
cupi delle Alpi! - tuonò il bracconiere.
- Prova a prendermi... - gli disse allora la sua amica.
- Su, prova a prendermi, avanti! Coraggio, sono davanti
a te! Vedi se ci riesci!
Ella stava giocando con lui come un gatto può fare con
un topo. L'aveva fatto arrabbiare e si faceva beffe
della sua cecità, dei suoi occhi che vedevano soltanto
ombre e fantasmi, lo faceva correre su e giù per la
cantina della casa del rovere vecchio, si divertiva a
vederlo inciampare, cadere, urtare le damigiane, le
botti, i salami e i prosciutti appesi alle pareti, i
muri. La bionda sghignazzava, applaudiva, battendo le
mani, si complimentava con quella goffaggine disperata.
- Uh! Guarda, sei a un soffio da me! Non mi vedi? Povero
piccolo! Avanti, su! Acchiappami! Dammi il castigo che
merito!
- Ah, maledetta! Sei più maledetta di queste montagne!
Più maledetta dei cinghiali, assetati di sangue! Più
infida dei corvacci di monte, delle tortore dai canti
disperati, degli alberi dai tronchi scavati, che
ospitano le vipere! Ah, sì, tu sei la maledetta della
gerla!
- Prendimi, prendimi, prendimi!
Così si parlavano i due.
A quel
punto, il bracconiere cadde e si fece male al naso, che
divenne insanguinato.
- Smettila di gracchiare! Guarda che mi hai fatto! - le
gridò l'infortunato.
Ma la maliarda gli voltò le spalle e lasciò la casa del
rovere vecchio in men che non si dica.
Le campane del villaggio suonarono di nuovo a morto.
Questa volta, era toccato ad un montanaro che costruiva
gerle. L'avevano trovato senza vita davanti al calderone
del suo focolare. Non era stata una disgrazia, perché
aveva una catena tutta arrugginita che gli serrava la
gola.
- Chi è stato? - gridavano le vecchie, agitando al vento
i loro fazzoletti neri. - Chi è stato? Ah, quale demonio
si aggira nel villaggio! Chi è stato... Ah! Quanto
sangue!
Ma le loro maledizioni svanirono, nel silenzio delle
vette e dei pendii.
Ricordo che in paese c'era un bravo orologiaio, giunto
da poco. La donna della gerla entrò nella sua bottega,
tutta decorata di pendole di varie forme e dimensioni,
lo salutò come se fosse stata una sua vecchia amica e lo
guardò a lungo negli occhi. Il suo interlocutore portava
degli occhialetti rotondi ed aveva indosso una sorta di
camice bianco.
- Io sono stato in Svizzera, ad imparare l'arte di
costruire gli orologi - le sussurrò l'uomo.
- Interessante - gli rispose lei.
Poi, però,
l'orologiaio afferrò la bionda per i capelli e le disse
con violenza:
- Ma dove credi di andare? So tutto di te! So chi sei e
quali delitti hai commesso! Ti conviene lasciare il
paese, finché sei in tempo, perché tra poco andrò dalla
polizia a denunziarti! Allora, tutti sapranno chi sei e
contempleranno il tragico fardello delle tue malefatte!
Ti sputeranno sul viso e per te sarà inutile coprirti il
volto con le mani!
- Ah, ma chi sei tu? Chi sei? - gli chiese la donna
della gerla.
- Andrò dai gendarmi... Andrò a denunziarti! Sei stata
tu ad uccidere mio fratello, il costruttore di gerle!
Ora ne ho la certezza. Se così non fosse, i tuoi occhi
non brillerebbero in modo tanto sinistro! Sei tu il
demonio di questo paese!
- Buon Dio, no! Non è vero...
L'altra rantolava. L'orologiaio l'aveva afferrata per la
gola e la stava quasi soffocando, davanti alle pendole
ed agli orologi di varie forme e dimensioni. Alcuni
erano decorati con delle bambole, che segnavano le ore.
Altri recavano delle statuette e delle figure di
cacciatori, guardiacaccia, contrabbandieri, briganti,
vecchie che portavano dei sacchi di juta sulle spalle.
- Ah, lasciami! Lasciami, me ne vado! - rantolò la donna
della gerla, cercando di sfuggire a quelle mani di
ferro, che le stringevano il collo.
Poi si liberò da quella stretta ed uscì dalla bottega
dell'orologiaio, correndo come una disperata e senza mai
voltarsi indietro.
Una di
quelle notti, il bracconiere non fece altro che girarsi
e dimenarsi nel suo letto... Una voce gli parlò nel
sonno. Egli si sentì dire:
- Franz... Devi venire da me, fa' presto! Sali lungo il
sentiero che costeggia il torrente, lascia alla tua
destra la Locanda Abbandonata, imbocca il troi delle
vipere, poi quello delle noverche canute ed in men che
non si dica sarai da me... Il mio spirito ti guiderà!
Era la voce della donna della gerla.
Franz non poté resisterle ed obbedì a quell'ordine,
impartitogli nel sonno dalla voce del mistero. Ricordo
che egli si fece guidare da un'anziana del villaggio,
tutta vestita di nero, perché da solo non sarebbe mai
riuscito a trovare la strada. Poi la congedò,
regalandole una moneta.
La casa
era poco più che una capanna nel bosco. Al bracconiere
parve disabitata e forse lo era. L'uscio rimaneva sempre
semiaperto, sbilenco e cigolante. Alle pareti erano
appese molte gerle, di varie forme e dimensioni. Alcune
erano fatte di viburno, altre di legno, altre ancora di
vimini. Tutte erano munite di spallacci o di cinghie.
Alcune erano state dipinte di nero, altre di verde erba,
altre ancora erano rimaste del colore dei materiali con
cui maestri artigiani d'altri tempi le avevano
costruite. Vi erano altresì dei bastoni, di noce o di
frassino, delle piccozze, delle mannaie per spaccare la
legna, dei bauli che contenevano dei costumi da
montanari ed altre mercanzie.
La mia fantasia fu catturata soprattutto dalla vista di
un orologio a cucù, che sembrava tutto di legno, era
dipinto di bianco e di verde bottiglia e ticchettava
senza sosta.
- C'è nessuno in casa? - gridò il bracconiere, che aveva
il suo fucile in spalla.
Poi sussurrò:
- Anche se ho con me il mio schioppo, non potrei sparare
che alla cieca! Non sono più quello di una volta, i miei
occhi non fanno che tradirmi...
Non gli rispose che il vento del bosco.
- Ah, faggi e frassini maledetti, al pari dello spirito
di colei che mi ha condotto in questo luogo! - brontolò
Franz.
Egli trovò una lettera sul tavolo. Era scritta con la
calligrafia dell'Aldilà. Riuscì a leggere solo poche
parole, come per miracolo. Riporto di seguito il
contenuto dell'epistola.
Dal Lago delle Capinere, 11 Febbraio dell'anno astrale
***.
Mio caro Franz,
guardati dalla donna della gerla, dalle sue parole e
dalle sue gesta. Ella è bionda e senza cuore, ha
stipulato un sordido patto di sangue con gli spiriti del
Male e si finge un angelo della carità. Lascia questa
capanna nel bosco non appena ti è possibile. Sii amico
dei cervi, dei caprioli e dei camosci, ma, in nome del
Cielo, guardati da quella donna, dalla gerla bagnata di
sangue!
Brucia questa lettera nel fuoco, subito dopo averla
letta!
Baci affettuosi.
La tua Arabelle.
Fu allora che l'orologio a cucù si mise suonare e ad
annunziare che ora fosse. Era l'ora del destino.
Il bracconiere avvicinò quel foglio ad una candela
accesa. Mentre le fiamme lo divoravano, dapprima tra le
sue mani, poi sul pavimento, sul quale lo lasciò cadere,
egli sentì l'uscio richiudersi alle sue spalle e
qualcuno che sghignazzava. Si voltò e credette di vedere
lei, la donna della gerla.
- Sì! Hai indovinato! Sono io, io, io! - gli disse
l'altra.
Non gli diede il tempo di risponderle, perché gli si
avvicinò, lo strinse tra le sue braccia e prese a
baciarlo ardentemente sulla bocca. Sembrava che volesse
mangiarselo. Poi si spogliò nuda davanti a lui, si fece
toccare le cosce, le caviglie, che sembravano scolpite
nel marmo, i piedi grandi, le guance e la schiena
giovanile. Poco dopo, ella si distese su una panca, lo
mise sopra di sé, come un caprone, quindi i due
consumarono un rapporto sessuale di fuoco. Furono come
due bestie selvatiche, due stambecchi o due fagiani di
monte, durante l'accoppiamento.
- Ahi! Fammi soffrire! Così! Così! - diceva lei,
eccitata, verso la fine.
Poco dopo,
mentre si rivestivano, la bionda diede fuoco ad una
delle gerle, dopo averla riempita di paglia e di fieno.
Alla luce di quelle fiamme, disse:
- Sì, sì, sì! Fui io, io e nessun'altra ad uccidere
Arabelle, per non averla come rivale in amore! Io la
stordii con del Dolcetto del Monferrato avvelenato, per
averla alla mia mercé! Poi la trascinai lungo il
torrente, tenendola per un braccio, mentre lei rantolava
nell'agonia. Sapevo che a quell'ora, in quei luoghi,
nessuno ci avrebbe viste. Passammo accanto alla Locanda
Abbandonata, là dove l'acqua muggiva forte. La finii a
colpi di pietre, dopo averla calpestata con i miei
stivali! Poi morirono tutti gli altri... Fui io ad
ammazzarli, compreso il guardiano della Diga Grande!
Ah, che confessione disperata! Era lei il mostro di quel
paese di montagna! E come sorrideva maliziosamente,
mentre proferiva le parole sue!
Il bracconiere la aggredì, afferrò bruscamente le sue
spalle, la prese per il collo, gridandole:
- Sei stata tu! Sei stata tu! Allora, sei tu la
colpevole di tutte le mie disgrazie!
- Ah, bello mio - aggiunse la donna della gerla,
mostrandogli i suoi denti bianchissimi con un sorriso
che faceva paura. - Tutte le lettere che credevi fossero
scritte dalla tua amata Arabelle, non provenivano
affatto dall'Aldilà. Esse non erano che un inganno! Fui
io, soltanto io, a scriverle, per sedurti e consumare
con te ardenti rapporti amorosi! L'Aldilà non esiste!
Arabelle non vive più. Ella è morta per sempre!
- Maledetta! Assassina! Che mi hai fatto!
- I cervi sono miei fratelli, li seguirò lungo i
sentieri dei merli, come ho sempre fatto, con la gerla
sulle spalle.
Detto
questo, la giovane bionda si scostò dal bracconiere, si
liberò dalla sua stretta e s'incamminò nel bosco,
portando la sua gerla addosso. Franz la rincorse, la
rincorse, tentò persino di spararle, ma fu tutto
inutile, perché lei si gettò in un burrone, ove svanì,
dopo avere lanciato un grido cupo.
- Ah, io non so se l'Aldilà esiste o no - mormorò Franz,
rimettendosi il fucile a tracolla. - So solo che tu eri
la donna della gerla, colma di vipere e paglia!
Quando fece ritorno in paese, il bracconiere trovò la
casa del rovere vecchio in fiamme. Qualcuno le aveva
dato fuoco, per bruciare quel fabbricato e tutto ciò che
conteneva. I vecchi del borgo le correvano intorno
urlando, ma non si poteva più far niente.
- Ah, per fortuna che il padrone non è in casa! Buon per
lui! Ma per una volta, si sarebbe meritato di trovarsi
là dentro e finire bruciato! - diceva un bifolco, senza
farsi vedere.
Passò così il tempo delle gerle.
Ricordo che, molti giorni dopo, vidi salire lungo il
sentiero maestro una comitiva di montanari, che
portavano dei vecchi zaini sulle spalle, indossavano
delle casacche verdastre e cantavano:
- Andiamo, andiamo su per la montagna... Cantiam di
boschi, di selve, di foreste e poi si magna... Cantiam
di storie belle, di giovani e di prati in fiore... Non
c'è la guerra, su per i monti della terra... Andiamo,
andiamo su per la montagna... Qualcun si bagna...
I vespri eran sepolti, sepolti per sempre.
Un orologio a cucù, vecchio e un po' stonato, suonava le
ore in una delle case di quel villaggio in mezzo ai
monti.
FINE
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