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ROMANZO

Dunklenacht - I vespri sepolti

VENTICINQUESIMO CAPITOLO

L'orologio a cucù

 

 
 



Non vi narrerò altro di quanto accadde nel Rifugio degli Stambecchi. Ad ogni modo, fu come se la languida montanara defunta prendesse per mano il suo marito terreno, per condurlo con sé lungo le sponde amene del Lago delle Capinere.
Poi, tutto si dissolse nella nebbia, la stessa che avvolgeva le più alte vette ed i pendii.
Al calar del sole, il Rifugio degli Stambecchi era visibile da lontano, persino dal confine. Le sue poche finestre illuminate, il suo tetto spiovente, che allora si tingeva di nero, quella sorta di lampione grande, che avevano appeso tra il primo ed il secondo piano, lo facevano assomigliare ad una casa di impiccati. Si sarebbe detto che vi abitassero soltanto dei vecchi, dalle lunghe barbe incolte e dai lunghi capelli grigiastri, in attesa che scoccasse la loro ultima ora.

Attraverso quelle finestre che brillavano di luce giallastra, tra le rade nevi perenni, sembrava di discernere delle figure nude, che consumavano chissà quali amplessi bollenti, chissà quali accoppiamenti violenti, bestiali, al suono di grida che non si possono narrare. Pareva di assistere a scene di delitti, fatte di figure nere, arcigne, che tenevano in mano pugnali e bastoni, vittime che portavano le mani al volto, per gridare tra gli spasimi dell'agonia, immagini di giovani, che avevano le gole strette da catene di ferro gelido.
Ricordo che la donna della gerla volle caricarsi il bracconiere sulle spalle e così lo riportò a valle. Lui appoggiò affettuosamente, teneramente la testa sul dorso della sua compagna. Lungo il sentiero, la giovane non fece che raccontargli delle favole, delle storie di cacce ed inseguimenti attraverso le Alpi. Qua e là, a tratti, si vedeva qualche averla capirossa, volatile dagli occhi marrone scuri, dal becco nero bluastro; i maschi hanno il capo e la nuca rossi, il dorso nero, con aree bianche sulle ali, mentre il groppone propriamente detto è bianco, la coda è nera, bordata di bianco, il ventre è candido. Le femmine di quella specie sono simili ai maschi, ma più sbiadite. I loro nidi sono fatti come delle coppe di rametti, riempite con materiale più soffice e si trovano su alberi o cespugli alti. Vi erano altresì delle cince dal ciuffo, delle cince bigie alpestri, nonché dei gracchi alpini, che riempivano l'etere vago con i loro fischiati e acuti "crrii", "crru", emessi in volo, da quegli uccelli radunati in stormi volteggianti.

Si distinguevano inoltre delle nocciolaie, uccelli che devono il proprio nome alla golosità per le nocciole. I loro becchi apparivano neri, lunghi e robusti, i sessi erano simili, i piumaggi erano marrone cioccolato, punteggiati di bianco. Le teste sembravano, per contro, senza punteggiature. Le ali erano nere. Ricordo che le voci delle nocciolaie risuonavano alquanto rumorose, i loro versi assomigliavano a quelli delle ghiandaie, i loro canti erano fatti di note sommesse e gracchianti.
- Ti riporterò a casa tra le mie braccia, come se fossi il mio bambino - disse la donna della gerla a colui che portava sulle spalle.
- Ah, davvero io non so dove tu possa trovare tanta forza! - mormorò Franz, sorpreso dalla resistenza fisica della bionda.
- Se non erro, ho già avuto modo di dimostrarti che nascondo in me qualcosa di magico, di soprannaturale...
L'ombra di lei, che si disegnava al suolo, faceva paura. Il bracconiere credette di discernere un lungo pugnale appuntito, appeso alla cintola della sua dolce amica... Non lo avrebbe usato nemmeno per fare del male ad una mosca, si disse lui. Forse, i suoi occhi lo ingannavano, perché non erano più in grado di vedere che fantasmi, da tanto tempo! Io non so se al Rifugio degli Stambecchi egli era stato in grado di vedere veramente Arabelle o aveva più semplicemente avuto una visione!

Rammento che, pochi giorni dopo, il bracconiere e la donna della gerla si trovavano insieme, nella cantina della casa del rovere vecchio, in mezzo alle damigiane. La stanza era ingombra di vapori e lui protestava...
- Mi avevi promesso che il mio volto avrebbe riacquistato lo splendore di un tempo! Mi avevi promesso la vista, la giovinezza, i sogni! Mi avevi promesso tutto questo e non ho avuto nulla! Il mio viso è rimasto quello dell'incidente!
Questo ripeteva Franz.
Ma l'altra gli rispondeva cantando chissà quale canto di montagna.
- Finiscila! - gridò il bracconiere, infuriato. - Rispondimi, una buona volta!
A quel punto, la donna della gerla gli rispose sghignazzando.
- Ah, bella mia! Io non conosco il tuo vero nome, ma ti auguro che tu non mi stia ingannando! Se fosse così, meglio sarebbe per te essere inghiottita dai burroni più cupi delle Alpi! - tuonò il bracconiere.
- Prova a prendermi... - gli disse allora la sua amica. - Su, prova a prendermi, avanti! Coraggio, sono davanti a te! Vedi se ci riesci!
Ella stava giocando con lui come un gatto può fare con un topo. L'aveva fatto arrabbiare e si faceva beffe della sua cecità, dei suoi occhi che vedevano soltanto ombre e fantasmi, lo faceva correre su e giù per la cantina della casa del rovere vecchio, si divertiva a vederlo inciampare, cadere, urtare le damigiane, le botti, i salami e i prosciutti appesi alle pareti, i muri. La bionda sghignazzava, applaudiva, battendo le mani, si complimentava con quella goffaggine disperata.
- Uh! Guarda, sei a un soffio da me! Non mi vedi? Povero piccolo! Avanti, su! Acchiappami! Dammi il castigo che merito!
- Ah, maledetta! Sei più maledetta di queste montagne! Più maledetta dei cinghiali, assetati di sangue! Più infida dei corvacci di monte, delle tortore dai canti disperati, degli alberi dai tronchi scavati, che ospitano le vipere! Ah, sì, tu sei la maledetta della gerla!
- Prendimi, prendimi, prendimi!
Così si parlavano i due.

A quel punto, il bracconiere cadde e si fece male al naso, che divenne insanguinato.
- Smettila di gracchiare! Guarda che mi hai fatto! - le gridò l'infortunato.
Ma la maliarda gli voltò le spalle e lasciò la casa del rovere vecchio in men che non si dica.
Le campane del villaggio suonarono di nuovo a morto. Questa volta, era toccato ad un montanaro che costruiva gerle. L'avevano trovato senza vita davanti al calderone del suo focolare. Non era stata una disgrazia, perché aveva una catena tutta arrugginita che gli serrava la gola.
- Chi è stato? - gridavano le vecchie, agitando al vento i loro fazzoletti neri. - Chi è stato? Ah, quale demonio si aggira nel villaggio! Chi è stato... Ah! Quanto sangue!
Ma le loro maledizioni svanirono, nel silenzio delle vette e dei pendii.
Ricordo che in paese c'era un bravo orologiaio, giunto da poco. La donna della gerla entrò nella sua bottega, tutta decorata di pendole di varie forme e dimensioni, lo salutò come se fosse stata una sua vecchia amica e lo guardò a lungo negli occhi. Il suo interlocutore portava degli occhialetti rotondi ed aveva indosso una sorta di camice bianco.
- Io sono stato in Svizzera, ad imparare l'arte di costruire gli orologi - le sussurrò l'uomo.
- Interessante - gli rispose lei.

Poi, però, l'orologiaio afferrò la bionda per i capelli e le disse con violenza:
- Ma dove credi di andare? So tutto di te! So chi sei e quali delitti hai commesso! Ti conviene lasciare il paese, finché sei in tempo, perché tra poco andrò dalla polizia a denunziarti! Allora, tutti sapranno chi sei e contempleranno il tragico fardello delle tue malefatte! Ti sputeranno sul viso e per te sarà inutile coprirti il volto con le mani!
- Ah, ma chi sei tu? Chi sei? - gli chiese la donna della gerla.
- Andrò dai gendarmi... Andrò a denunziarti! Sei stata tu ad uccidere mio fratello, il costruttore di gerle! Ora ne ho la certezza. Se così non fosse, i tuoi occhi non brillerebbero in modo tanto sinistro! Sei tu il demonio di questo paese!
- Buon Dio, no! Non è vero...
L'altra rantolava. L'orologiaio l'aveva afferrata per la gola e la stava quasi soffocando, davanti alle pendole ed agli orologi di varie forme e dimensioni. Alcuni erano decorati con delle bambole, che segnavano le ore. Altri recavano delle statuette e delle figure di cacciatori, guardiacaccia, contrabbandieri, briganti, vecchie che portavano dei sacchi di juta sulle spalle.
- Ah, lasciami! Lasciami, me ne vado! - rantolò la donna della gerla, cercando di sfuggire a quelle mani di ferro, che le stringevano il collo.
Poi si liberò da quella stretta ed uscì dalla bottega dell'orologiaio, correndo come una disperata e senza mai voltarsi indietro.

Una di quelle notti, il bracconiere non fece altro che girarsi e dimenarsi nel suo letto... Una voce gli parlò nel sonno. Egli si sentì dire:
- Franz... Devi venire da me, fa' presto! Sali lungo il sentiero che costeggia il torrente, lascia alla tua destra la Locanda Abbandonata, imbocca il troi delle vipere, poi quello delle noverche canute ed in men che non si dica sarai da me... Il mio spirito ti guiderà!
Era la voce della donna della gerla.
Franz non poté resisterle ed obbedì a quell'ordine, impartitogli nel sonno dalla voce del mistero. Ricordo che egli si fece guidare da un'anziana del villaggio, tutta vestita di nero, perché da solo non sarebbe mai riuscito a trovare la strada. Poi la congedò, regalandole una moneta.

La casa era poco più che una capanna nel bosco. Al bracconiere parve disabitata e forse lo era. L'uscio rimaneva sempre semiaperto, sbilenco e cigolante. Alle pareti erano appese molte gerle, di varie forme e dimensioni. Alcune erano fatte di viburno, altre di legno, altre ancora di vimini. Tutte erano munite di spallacci o di cinghie. Alcune erano state dipinte di nero, altre di verde erba, altre ancora erano rimaste del colore dei materiali con cui maestri artigiani d'altri tempi le avevano costruite. Vi erano altresì dei bastoni, di noce o di frassino, delle piccozze, delle mannaie per spaccare la legna, dei bauli che contenevano dei costumi da montanari ed altre mercanzie.
La mia fantasia fu catturata soprattutto dalla vista di un orologio a cucù, che sembrava tutto di legno, era dipinto di bianco e di verde bottiglia e ticchettava senza sosta.
- C'è nessuno in casa? - gridò il bracconiere, che aveva il suo fucile in spalla.
Poi sussurrò:
- Anche se ho con me il mio schioppo, non potrei sparare che alla cieca! Non sono più quello di una volta, i miei occhi non fanno che tradirmi...
Non gli rispose che il vento del bosco.
- Ah, faggi e frassini maledetti, al pari dello spirito di colei che mi ha condotto in questo luogo! - brontolò Franz.
Egli trovò una lettera sul tavolo. Era scritta con la calligrafia dell'Aldilà. Riuscì a leggere solo poche parole, come per miracolo. Riporto di seguito il contenuto dell'epistola.

Dal Lago delle Capinere, 11 Febbraio dell'anno astrale ***.
Mio caro Franz,
guardati dalla donna della gerla, dalle sue parole e dalle sue gesta. Ella è bionda e senza cuore, ha stipulato un sordido patto di sangue con gli spiriti del Male e si finge un angelo della carità. Lascia questa capanna nel bosco non appena ti è possibile. Sii amico dei cervi, dei caprioli e dei camosci, ma, in nome del Cielo, guardati da quella donna, dalla gerla bagnata di sangue!
Brucia questa lettera nel fuoco, subito dopo averla letta!
Baci affettuosi.
La tua Arabelle.

Fu allora che l'orologio a cucù si mise suonare e ad annunziare che ora fosse. Era l'ora del destino.
Il bracconiere avvicinò quel foglio ad una candela accesa. Mentre le fiamme lo divoravano, dapprima tra le sue mani, poi sul pavimento, sul quale lo lasciò cadere, egli sentì l'uscio richiudersi alle sue spalle e qualcuno che sghignazzava. Si voltò e credette di vedere lei, la donna della gerla.
- Sì! Hai indovinato! Sono io, io, io! - gli disse l'altra.
Non gli diede il tempo di risponderle, perché gli si avvicinò, lo strinse tra le sue braccia e prese a baciarlo ardentemente sulla bocca. Sembrava che volesse mangiarselo. Poi si spogliò nuda davanti a lui, si fece toccare le cosce, le caviglie, che sembravano scolpite nel marmo, i piedi grandi, le guance e la schiena giovanile. Poco dopo, ella si distese su una panca, lo mise sopra di sé, come un caprone, quindi i due consumarono un rapporto sessuale di fuoco. Furono come due bestie selvatiche, due stambecchi o due fagiani di monte, durante l'accoppiamento.
- Ahi! Fammi soffrire! Così! Così! - diceva lei, eccitata, verso la fine.

Poco dopo, mentre si rivestivano, la bionda diede fuoco ad una delle gerle, dopo averla riempita di paglia e di fieno.
Alla luce di quelle fiamme, disse:
- Sì, sì, sì! Fui io, io e nessun'altra ad uccidere Arabelle, per non averla come rivale in amore! Io la stordii con del Dolcetto del Monferrato avvelenato, per averla alla mia mercé! Poi la trascinai lungo il torrente, tenendola per un braccio, mentre lei rantolava nell'agonia. Sapevo che a quell'ora, in quei luoghi, nessuno ci avrebbe viste. Passammo accanto alla Locanda Abbandonata, là dove l'acqua muggiva forte. La finii a colpi di pietre, dopo averla calpestata con i miei stivali! Poi morirono tutti gli altri... Fui io ad ammazzarli, compreso il guardiano della Diga Grande!
Ah, che confessione disperata! Era lei il mostro di quel paese di montagna! E come sorrideva maliziosamente, mentre proferiva le parole sue!
Il bracconiere la aggredì, afferrò bruscamente le sue spalle, la prese per il collo, gridandole:
- Sei stata tu! Sei stata tu! Allora, sei tu la colpevole di tutte le mie disgrazie!
- Ah, bello mio - aggiunse la donna della gerla, mostrandogli i suoi denti bianchissimi con un sorriso che faceva paura. - Tutte le lettere che credevi fossero scritte dalla tua amata Arabelle, non provenivano affatto dall'Aldilà. Esse non erano che un inganno! Fui io, soltanto io, a scriverle, per sedurti e consumare con te ardenti rapporti amorosi! L'Aldilà non esiste! Arabelle non vive più. Ella è morta per sempre!
- Maledetta! Assassina! Che mi hai fatto!
- I cervi sono miei fratelli, li seguirò lungo i sentieri dei merli, come ho sempre fatto, con la gerla sulle spalle.

Detto questo, la giovane bionda si scostò dal bracconiere, si liberò dalla sua stretta e s'incamminò nel bosco, portando la sua gerla addosso. Franz la rincorse, la rincorse, tentò persino di spararle, ma fu tutto inutile, perché lei si gettò in un burrone, ove svanì, dopo avere lanciato un grido cupo.
- Ah, io non so se l'Aldilà esiste o no - mormorò Franz, rimettendosi il fucile a tracolla. - So solo che tu eri la donna della gerla, colma di vipere e paglia!
Quando fece ritorno in paese, il bracconiere trovò la casa del rovere vecchio in fiamme. Qualcuno le aveva dato fuoco, per bruciare quel fabbricato e tutto ciò che conteneva. I vecchi del borgo le correvano intorno urlando, ma non si poteva più far niente.
- Ah, per fortuna che il padrone non è in casa! Buon per lui! Ma per una volta, si sarebbe meritato di trovarsi là dentro e finire bruciato! - diceva un bifolco, senza farsi vedere.
Passò così il tempo delle gerle.
Ricordo che, molti giorni dopo, vidi salire lungo il sentiero maestro una comitiva di montanari, che portavano dei vecchi zaini sulle spalle, indossavano delle casacche verdastre e cantavano:
- Andiamo, andiamo su per la montagna... Cantiam di boschi, di selve, di foreste e poi si magna... Cantiam di storie belle, di giovani e di prati in fiore... Non c'è la guerra, su per i monti della terra... Andiamo, andiamo su per la montagna... Qualcun si bagna...
I vespri eran sepolti, sepolti per sempre.
Un orologio a cucù, vecchio e un po' stonato, suonava le ore in una delle case di quel villaggio in mezzo ai monti.



FINE

 

 

 
 

 

 
 

 

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