23        23

ROMANZO

Dunklenacht - I vespri sepolti

VENTITREESIMO CAPITOLO

Il guardiano della Diga Grande

 

 
 




- Non sarà mai più come prima! - esclamò il bracconiere, non appena vide svanire davanti a sé quella sorta di miraggio, del quale vi ho narrato or ora. - Lasciami, voglio uccidermi!
- No, che dici, mio caro Franz! - gli mormorò l'altra, tutta accorata. - Devi pensare al bene ed all'amore... Ora ti leggerò un appunto che mi fece scrivere Arabelle, con la calligrafia dell'Aldilà!

Dobbiamo essere nell'amore, dobbiamo vivere nell'amore, pensare all'amore, lasciare che l'amore possegga ogni particella dei nostri corpi e delle nostre anime... L'amore non uccide, l'amore non muore mai, l'amore è vita e non si stanca mai di amare...

Dopo che la donna della gerla gli ebbe letto queste parole, con voce tremante, il bracconiere scoppiò a piangere come avrebbe fatto un bambino. Le sue lacrime furono così copiose, che la sua compagna fu costretta a prendere un fazzoletto, per asciugargli il volto consunto.
- Non devi fare così! Devi credere nell'amore! - gli disse la bionda. - Anche se l'amore, a volte, uccide.
Proprio allora, dinanzi ai due passava un gruppo di cacciatori, con i fucili in spalla ed i carnieri colmi di pernici, di fagiani di monte, di lepri abbattute chissà dove. Uno di loro recava un cervo morto sulle spalle. Cantavano in coro. Un cacciatore portava un gran corno da caccia sulla spalla ed intonava non so quale melodia. Faceva il solista.
- Per fortuna che tu non puoi vederli - sussurrò la donna della gerla. - Susciterebbero in te talmente tanta malinconia, che nessuno riuscirebbe a trattenere la tua mano, pronta a commettere suicidio, pronta all'uccisione di te stesso...
- Chi sono costoro? - le chiese il bracconiere. - E dove vanno? Dimmelo, o donna! Dimmelo, prima che io lo sappia dalle labbra altrui!
Ma l'altra gli rispose fischiettando chissà quale aria di montagna. I suoi fischi vaghi si spensero nel vento dei monti, nel sospiro lontano dei laghi alpini, sui quali si affacciavano i rifugi costruiti nell'Ottocento, le scuole abbandonate, i villaggi fantasma, le malinconie del mistero.

Un giorno, il guardiacaccia andò a bussare all'uscio della casa del rovere vecchio.
- Sono venuto per parlare con Franz! - gridò, con la voce di un buontempone che giocava a fare la guardia. - Se c'è qualcuno in casa, deve sapere che è meglio per lui che venga ad aprire, altrimenti saranno guai!
Fu la donna della gerla ad aprirgli l'uscio.
- Me lo chiami, per favore! - disse il guardiacaccia. - Sono qui solo per lui! È ora di dirgli che è arrivato il momento di mettere fine a questa faccenda!
La lunga chioma d'oro di quella giovane abbagliò quel vecchio marpione. Fu come se lo incantasse, di un incantesimo in grado di far restare senza bocca e senza parole.
- Un istante, glielo chiamo - rispose la donna.
- Ah, sei venuto nella tana del lupo! - gridò Franz, all'improvviso. - Aspetta che prendo un fiasco di vino, per rompertelo sulla testa!
Ma stava solo scherzando.
- Ehilà, vecchio, non scaldarti tanto, sono venuto per dirti che è ora di finirla e di fare pace, da buoni amici!
Questo esclamò il guardiacaccia.
Era vero, egli aveva deciso di fargli visita soltanto per riappacificarsi. Poi aggiunse:
- Dammi la mano, che te la stringo, facciamola finita una volta per tutte! Beviamo alla tua salute!
E così fecero.

I due bevvero, si ubriacarono, cantarono, ballarono, saltarono, ma l'allegria non riusciva più a fare ritorno sul volto del bracconiere.
- Ehi, non ti sono bastati i guai con la giustizia che hai avuto una volta? Ne vuoi ancora? - gli chiese il guardiacaccia.
- Ma quali guai? Nessuno è mai riuscito a prendermi! - rispose l'altro.
- Eh, dai, lo sanno tutti che sei un bracconiere di mestiere! Stringiamoci la mano, siamo finalmente amici, dopo tante battaglie!
Detto questo, il guardiacaccia prese per mano il suo compare e i due, fatta amicizia, uscirono a fare una passeggiata nel bosco.
La donna della gerla li guardò svanire oltre la finestra, mentre un sorriso cupo le infestava il volto, come un fantasma. Io non so che cosa le fosse balenato in mente, chissà, chissà quali pensieri, quali sentimenti la dominavano!
Dovete sapere che, sull'altro versante della giogaia di monti in cui si trovava il borgo in cui abitava il bracconiere, era stata costruita la Diga Grande. Grigia, altissima, serviva a contenere un lago dalle acque verdastre, malinconiche, ove guizzavano le trote e si specchiavano boschi di faggi. In prossimità della casa del guardiano, c'era una chiesetta abbandonata, chiusa, non ancora diroccata, che si specchiava confusamente sopra quelle acque verdastre, tristi, quanto una vita che si spegne vagamente dopo una successione di immagini di pianto ed una malattia che brucia, consuma ed arde, come la fiamma di una candela.

- Oh, sì, sì! La vita di molti montanari assomiglia all'acqua di questo lago - disse la donna della gerla. - All'inizio è fanciullezza, è giovinezza, sei pronto a illuderti di sogni felici, ma nessuno li realizza e svaniscono come nubi davanti ai tuoi occhi, con il passare inesorabile degli anni... Il fuoco del tempo trasforma la giovinezza e la vita umana in cenere, la felicità diventa illusione, non restano che volti deturpati dalla vecchiaia, i capelli biondi diventano grigiastri, i morti ti circondano, finché la morte non viene a bussare anche alla tua porta! Anche i ragazzi piangono, gli animali del bosco, gli alberi e le piante piangono, piangono, piangono! Baci di tristezza, palpiti, lusinghe... Parole d'addio, lacrime, scintille!
Il guardiano della diga era un uomo non più giovane, che s'appoggiava al bastone e portava indosso non so quale divisa. La donna della gerla andò a bussare alla sua garitta, finché l'altro non le aprì e le permise di entrare a salutarlo.
- Bella giornata, oggi, vero? - gli chiese lei.
- Ha bisogno di qualcosa? Lo sa che è pericoloso venire soli da queste parti? - le disse il guardiano della diga.
- La luce del sole è così amena, quassù... Illumina i miei occhi, riscalda la mia anima, nutre i miei sogni... Oh, quanto amo questo paesaggio di montagna! Sono venuta qui soltanto per vederlo!
- Che cos'ha in quella gerla?
- Niente, sono qui per raccogliere funghi. Ah, i porcini, i chiodini, le strofarie! Non bisogna confondere i funghi buoni con i funghi cattivi. Lei sa che c'è anche il porcino del diavolo...
- Non l'ho mai sentito nominare. Forse se lo è inventato lei?
- No, affatto...
A quel punto, la donna della gerla scoppiò a ridere fragorosamente.
- Ma quanto è grande la diga? - chiese poi al suo interlocutore. - E quanto è profondo il lago?
- Perché me lo chiede? - le disse il guardiano.
- Pura curiosità!

L'altro le rispose e le mostrò altresì una grande carta geografica, anzi, una mappa, che la bionda scrutò con profondo interesse. Poi, la vidi chinarsi sull'orecchio del guardiano della Diga Grande, che stava seduto davanti a lei... Gli sussurrò parole affettuose, parole d'amore, che non desidero riportare. Forse, tentava di sedurlo.
- Ma sì, sì... - disse poi la donna della gerla. - Parliamo ancora di questo lago dalle acque verde smeraldo, dei faggi che dimorano lungo le sue sponde, dell'imbarcadero che, d'estate, permette di sbarcare sull'isolotto... C'è un isolotto, vero?
Poi la bionda appoggiò le mani sugli spallacci della sua gerla, avvicinò le sue labbra alle guance di lui, come per dargli un bacio e gli sussurrò languidamente:
- Ma lo sai che a me piace giocare col fuoco?
Non gli disse altro. Si voltò, lo salutò con un cenno della mano ed uscì dalla sua garitta, con la gerla sulle spalle. Cantava chissà quale canto di montagna.
- O amici boschi, selve e valli brune... O amici faggi, sentieri in fiore e laghi verdeggianti! O amici boschi, selve e valli brune... O amiche nebbie, sulle acque, le rocce e gli stambecchi! Ho visto i picchi dai lunghi becchi. Erano neri e giocavano con i merli. O amici boschi, selve e valli brune... O amiche brume, lassù, dove abitano gli orsi!
Ella accompagnava il suo canto con dei fischi melodiosi, dolci, che avevano la stessa tenerezza delle sue labbra e sembravano provenire da chissà quali cori angelici.
Passando lungo la diga, si affacciò al parapetto. Sotto di lei si apriva un abisso. Poi contemplò le acque verdastre del lago. Era come se ne fosse stata la padrona.
Ricordo confusamente che, poco prima, la bionda aveva chiesto al guardiano, con voce annoiata:
- Ma che cosa mai succederebbe se si rompesse la diga?

La risposta era stata tragica, poiché tutti i borghi vicini sarebbero stati sommersi.
Ad ogni modo, il guardiano non ebbe modo di raccontare a molti quel suo incontro con la donna della gerla. Infatti, pochi giorni dopo lo ritrovarono insanguinato e senza vita nella sua garitta. Teneva sulle ginocchia una bottiglia di Dolcetto del Monferrato, tutta rotta... I più si spaventarono e dissero che gli era venuto un colpo. Era stato come se un'ombra nera fosse scesa su di lui. Ah, il mistero di quella morte! Io non so...



 

continua

 
 

 

 
 

 

I Racconti di Dunklenacht 

 
 

FOTO demonrat

 
 

 HOME

 
 

 

 
 

Condividi

 
 

LiberaEva Magazine Tutti i diritti Riservati  Contatti