| |
- Non sarà mai più come prima! - esclamò il bracconiere,
non appena vide svanire davanti a sé quella sorta di
miraggio, del quale vi ho narrato or ora. - Lasciami,
voglio uccidermi!
- No, che dici, mio caro Franz! - gli mormorò l'altra,
tutta accorata. - Devi pensare al bene ed all'amore...
Ora ti leggerò un appunto che mi fece scrivere Arabelle,
con la calligrafia dell'Aldilà!
Dobbiamo essere nell'amore, dobbiamo vivere nell'amore,
pensare all'amore, lasciare che l'amore possegga ogni
particella dei nostri corpi e delle nostre anime...
L'amore non uccide, l'amore non muore mai, l'amore è
vita e non si stanca mai di amare...
Dopo che la donna della gerla gli ebbe letto queste
parole, con voce tremante, il bracconiere scoppiò a
piangere come avrebbe fatto un bambino. Le sue lacrime
furono così copiose, che la sua compagna fu costretta a
prendere un fazzoletto, per asciugargli il volto
consunto.
- Non devi fare così! Devi credere nell'amore! - gli
disse la bionda. - Anche se l'amore, a volte, uccide.
Proprio allora, dinanzi ai due passava un gruppo di
cacciatori, con i fucili in spalla ed i carnieri colmi
di pernici, di fagiani di monte, di lepri abbattute
chissà dove. Uno di loro recava un cervo morto sulle
spalle. Cantavano in coro. Un cacciatore portava un gran
corno da caccia sulla spalla ed intonava non so quale
melodia. Faceva il solista.
- Per fortuna che tu non puoi vederli - sussurrò la
donna della gerla. - Susciterebbero in te talmente tanta
malinconia, che nessuno riuscirebbe a trattenere la tua
mano, pronta a commettere suicidio, pronta all'uccisione
di te stesso...
- Chi sono costoro? - le chiese il bracconiere. - E dove
vanno? Dimmelo, o donna! Dimmelo, prima che io lo sappia
dalle labbra altrui!
Ma l'altra gli rispose fischiettando chissà quale aria
di montagna. I suoi fischi vaghi si spensero nel vento
dei monti, nel sospiro lontano dei laghi alpini, sui
quali si affacciavano i rifugi costruiti nell'Ottocento,
le scuole abbandonate, i villaggi fantasma, le
malinconie del mistero.
Un giorno,
il guardiacaccia andò a bussare all'uscio della casa del
rovere vecchio.
- Sono venuto per parlare con Franz! - gridò, con la
voce di un buontempone che giocava a fare la guardia. -
Se c'è qualcuno in casa, deve sapere che è meglio per
lui che venga ad aprire, altrimenti saranno guai!
Fu la donna della gerla ad aprirgli l'uscio.
- Me lo chiami, per favore! - disse il guardiacaccia. -
Sono qui solo per lui! È ora di dirgli che è arrivato il
momento di mettere fine a questa faccenda!
La lunga chioma d'oro di quella giovane abbagliò quel
vecchio marpione. Fu come se lo incantasse, di un
incantesimo in grado di far restare senza bocca e senza
parole.
- Un istante, glielo chiamo - rispose la donna.
- Ah, sei venuto nella tana del lupo! - gridò Franz,
all'improvviso. - Aspetta che prendo un fiasco di vino,
per rompertelo sulla testa!
Ma stava solo scherzando.
- Ehilà, vecchio, non scaldarti tanto, sono venuto per
dirti che è ora di finirla e di fare pace, da buoni
amici!
Questo esclamò il guardiacaccia.
Era vero, egli aveva deciso di fargli visita soltanto
per riappacificarsi. Poi aggiunse:
- Dammi la mano, che te la stringo, facciamola finita
una volta per tutte! Beviamo alla tua salute!
E così fecero.
I due
bevvero, si ubriacarono, cantarono, ballarono,
saltarono, ma l'allegria non riusciva più a fare ritorno
sul volto del bracconiere.
- Ehi, non ti sono bastati i guai con la giustizia che
hai avuto una volta? Ne vuoi ancora? - gli chiese il
guardiacaccia.
- Ma quali guai? Nessuno è mai riuscito a prendermi! -
rispose l'altro.
- Eh, dai, lo sanno tutti che sei un bracconiere di
mestiere! Stringiamoci la mano, siamo finalmente amici,
dopo tante battaglie!
Detto questo, il guardiacaccia prese per mano il suo
compare e i due, fatta amicizia, uscirono a fare una
passeggiata nel bosco.
La donna della gerla li guardò svanire oltre la
finestra, mentre un sorriso cupo le infestava il volto,
come un fantasma. Io non so che cosa le fosse balenato
in mente, chissà, chissà quali pensieri, quali
sentimenti la dominavano!
Dovete sapere che, sull'altro versante della giogaia di
monti in cui si trovava il borgo in cui abitava il
bracconiere, era stata costruita la Diga Grande. Grigia,
altissima, serviva a contenere un lago dalle acque
verdastre, malinconiche, ove guizzavano le trote e si
specchiavano boschi di faggi. In prossimità della casa
del guardiano, c'era una chiesetta abbandonata, chiusa,
non ancora diroccata, che si specchiava confusamente
sopra quelle acque verdastre, tristi, quanto una vita
che si spegne vagamente dopo una successione di immagini
di pianto ed una malattia che brucia, consuma ed arde,
come la fiamma di una candela.
- Oh, sì,
sì! La vita di molti montanari assomiglia all'acqua di
questo lago - disse la donna della gerla. - All'inizio è
fanciullezza, è giovinezza, sei pronto a illuderti di
sogni felici, ma nessuno li realizza e svaniscono come
nubi davanti ai tuoi occhi, con il passare inesorabile
degli anni... Il fuoco del tempo trasforma la giovinezza
e la vita umana in cenere, la felicità diventa
illusione, non restano che volti deturpati dalla
vecchiaia, i capelli biondi diventano grigiastri, i
morti ti circondano, finché la morte non viene a bussare
anche alla tua porta! Anche i ragazzi piangono, gli
animali del bosco, gli alberi e le piante piangono,
piangono, piangono! Baci di tristezza, palpiti,
lusinghe... Parole d'addio, lacrime, scintille!
Il guardiano della diga era un uomo non più giovane, che
s'appoggiava al bastone e portava indosso non so quale
divisa. La donna della gerla andò a bussare alla sua
garitta, finché l'altro non le aprì e le permise di
entrare a salutarlo.
- Bella giornata, oggi, vero? - gli chiese lei.
- Ha bisogno di qualcosa? Lo sa che è pericoloso venire
soli da queste parti? - le disse il guardiano della
diga.
- La luce del sole è così amena, quassù... Illumina i
miei occhi, riscalda la mia anima, nutre i miei sogni...
Oh, quanto amo questo paesaggio di montagna! Sono venuta
qui soltanto per vederlo!
- Che cos'ha in quella gerla?
- Niente, sono qui per raccogliere funghi. Ah, i
porcini, i chiodini, le strofarie! Non bisogna
confondere i funghi buoni con i funghi cattivi. Lei sa
che c'è anche il porcino del diavolo...
- Non l'ho mai sentito nominare. Forse se lo è inventato
lei?
- No, affatto...
A quel punto, la donna della gerla scoppiò a ridere
fragorosamente.
- Ma quanto è grande la diga? - chiese poi al suo
interlocutore. - E quanto è profondo il lago?
- Perché me lo chiede? - le disse il guardiano.
- Pura curiosità!
L'altro le
rispose e le mostrò altresì una grande carta geografica,
anzi, una mappa, che la bionda scrutò con profondo
interesse. Poi, la vidi chinarsi sull'orecchio del
guardiano della Diga Grande, che stava seduto davanti a
lei... Gli sussurrò parole affettuose, parole d'amore,
che non desidero riportare. Forse, tentava di sedurlo.
- Ma sì, sì... - disse poi la donna della gerla. -
Parliamo ancora di questo lago dalle acque verde
smeraldo, dei faggi che dimorano lungo le sue sponde,
dell'imbarcadero che, d'estate, permette di sbarcare
sull'isolotto... C'è un isolotto, vero?
Poi la bionda appoggiò le mani sugli spallacci della sua
gerla, avvicinò le sue labbra alle guance di lui, come
per dargli un bacio e gli sussurrò languidamente:
- Ma lo sai che a me piace giocare col fuoco?
Non gli disse altro. Si voltò, lo salutò con un cenno
della mano ed uscì dalla sua garitta, con la gerla sulle
spalle. Cantava chissà quale canto di montagna.
- O amici boschi, selve e valli brune... O amici faggi,
sentieri in fiore e laghi verdeggianti! O amici boschi,
selve e valli brune... O amiche nebbie, sulle acque, le
rocce e gli stambecchi! Ho visto i picchi dai lunghi
becchi. Erano neri e giocavano con i merli. O amici
boschi, selve e valli brune... O amiche brume, lassù,
dove abitano gli orsi!
Ella accompagnava il suo canto con dei fischi melodiosi,
dolci, che avevano la stessa tenerezza delle sue labbra
e sembravano provenire da chissà quali cori angelici.
Passando lungo la diga, si affacciò al parapetto. Sotto
di lei si apriva un abisso. Poi contemplò le acque
verdastre del lago. Era come se ne fosse stata la
padrona.
Ricordo confusamente che, poco prima, la bionda aveva
chiesto al guardiano, con voce annoiata:
- Ma che cosa mai succederebbe se si rompesse la diga?
La
risposta era stata tragica, poiché tutti i borghi vicini
sarebbero stati sommersi.
Ad ogni modo, il guardiano non ebbe modo di raccontare a
molti quel suo incontro con la donna della gerla.
Infatti, pochi giorni dopo lo ritrovarono insanguinato e
senza vita nella sua garitta. Teneva sulle ginocchia una
bottiglia di Dolcetto del Monferrato, tutta rotta... I
più si spaventarono e dissero che gli era venuto un
colpo. Era stato come se un'ombra nera fosse scesa su di
lui. Ah, il mistero di quella morte! Io non so...
continua |
|