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Ricordo che i miei occhi videro ancora la donna della
gerla, la videro nel bosco, mentre saliva un sentiero
fiancheggiato da fiori di primavera; i fringuelli dalle
piume variopinte saltellavano, svolazzavano e
cinguettavano tutt'intorno a lei.
Uno scampanio lontano annunziava una festività, forse
era per la Pasqua, non rammento...
- Che felicità! - diceva la bionda della gerla. - Che
felicità, trallallà! Scoppio di primavera, proprio come
ne scoppiano i fiori dai petali delicati, i fili d'erba,
gli alberi maestosi del bosco, gli uccelli canori, che
cinguettano senza sosta, senza mai stancarsi di ripetere
al vento il loro canto di giovinezza e di giocondità!
Ad ogni
modo, in quell'occasione la giovane non portava sulle
spalle la sua gerla, ma recava con sé una cornamusa,
che, di tanto in tanto, suonava meravigliosamente,
traendone dei suoni languidi, appassionati, misteriosi,
quanto il canto delle upupe ed il verso secco delle
gazze ladre.
- La, la la, lalalalaaaa... - canticchiava, tenendo le
sue belle labbra rosse semiaperte e lasciando che la sua
voce melodiosa fluisse attraverso di esse.
- Io sono amica dei picchi neri, dei briganti, degli
uccelli che abitano i rovi, dei vagabondi che s'aggirano
in questi boschi! Io sono amica delle vipere, dei gufi,
delle civette dalle voci maledette! Io amo il sole, la
luna e le vette antiche che brillano al sommo di questi
monti!
Questo andava ripetendo al vento. La sua cornamusa aveva
un suono così dolce, che... Oh, avrebbe incantato tutto
il mondo! Sembrava flautata...
Eppure,
c'era qualcosa di strano, di vago, nella sua lunga
lingua rossastra, che di tanto in tanto passava sui suoi
denti lucenti, sulle sue labbra grandi e morbide,
vermiglie, che risaltavano alquanto sulle sue guance
eburnee, perfette, fatte per essere accarezzate da mille
mani virili.
- La mia cornamusa è fatta di legno... - mormorava la
donna della gerla. - O animali del bosco, ascoltatene il
suono! È un incantesimo! Canto alle vipere, ai fagiani
maestosi, ai pavoni delle fattorie della valle!
Ricordo che in quei paraggi si trovava una sorta di
stamberga isolata, accanto alla quale era stata
costruita una piccola stalla. Da questa, era fuggito un
maialino rosa, che grugniva e pascolava su di un prato.
Aveva la coda arricciata, che sembrava disegnare
nell'aria chissà quale segno di punteggiatura.
La bionda dai lunghi capelli gli si avvicinò, gli
mormorò non so quali parole in un orecchio e il maialino
si mise a fare dei versi lamentosi, era come se
piangesse. Poi, la donna lo toccò con le sue dita dalle
unghie lunghe e fu come se lo graffiasse con degli
artigli.
Cielo!
Fu come se lo sgozzasse vivo...
Poi, la
giovane riprese il suo cammino, saltellando e
canticchiando.
Questo accadeva mentre in paese si piangeva, per la
morte della povera Arabelle.
Oh, la dolce montanara se n'era andata, sì, era vero,
era tutto vero quello che la donna della gerla aveva
scritto nella lettera! Le vedove del borgo piangevano,
vestite di nero, i fazzoletti bianchi alla mano,
profumati di malinconia! Piangevano i fanciulli, che
facevano dei girotondi, piangevano i montanari dalle
facce stanche, dalle guance rugose, dagli occhi
afflitti! Gli uccelli dei monti accompagnavano con i
loro canti di mestizia i passanti assorti, che
diffondevano la terribile notizia, con la voce, con i
gesti, con il pianto! Oh, quanto, quanto affanno!
Arabelle era morta, l'avevano trovata senza vita lungo
il torrente, in prossimità della Locanda Abbandonata,
luogo di fantasmi, del quale già sapete! Non si sapeva
se era ammalata, se l'avevano uccisa, se era rimasta
ferita!
Era stato un montanaro a trovarla lì, l'aveva vista con
gli occhi chiusi, la testa adagiata su di un sasso, la
voce del torrente aveva inghiottito l'ultimo suo
sospiro!
Non si
sapeva se si era spenta là o altrove... Non si sapeva,
no, non si sapeva! I merli le avevano cantato intorno,
l'avevano salutata per l'ultima volta, sbattendo le loro
ali nere e maestose, schiudendo i loro becchi, gialli
quanto i girasoli che d'estate allietavano la valle!
Ben presto, Franz si disperò follemente, prese a
sbattersi i pugni sul capo, poi mise mano al suo fucile
e, accecato da una crudeltà che nemmeno si può
raccontare, cominciò a sparare delle fucilate a destra e
a manca, ad uccidere tutti i passerotti e gli animali
che incontrava lungo il suo cammino e che abitavano
vicino alla casa del rovere vecchio!
- Morite tutti! - gridava, pazzamente. - Morite tutti!
Morite con lei, insieme a lei, per lei! Forse, morirò
anch'io con voi! Il mio fiore è morto!
E pensare che andava dicendo di non amarla più da tanto
tempo!
Bum! Bum! Bum!
Che colpi tristi...
Ricordo
che al funerale c'era anche il sindaco di quel piccolo
borgo, fece un lungo discorso...
Franz, il bracconiere, non morì e sopravvisse al suo
dolore.
La campana della chiesa del villaggio suonava a morto,
quel giorno, allorché il vedovo incontrò la donna della
gerla, dinanzi al vecchio campanile gotico.
- Grazie, mi sei di conforto! - diceva Franz, giungendo
le mani.
- Non sai quanto desideravo guardarti negli occhi! Per
me, vivere questo momento è sognare - sussurrò la
bionda, accarezzandogli dolcemente le guance con le sue
mani dolci e bianche. - Ma come mi dicevi, ci sono delle
persone che ti odiano, è così?
- Sì, sono il contrabbandiere ed il falsario, dei quali
ti ho già parlato...
- Povero piccolo... Povero caro! Io amavo tanto Arabelle,
l'amavo quanto te e l'avrei sicuramente soccorsa, se
avessi potuto, ma quel giorno mi trovavo a caccia, con
il mio fratellastro e... Quel contrabbandiere e quel
falsario ti fanno piangere? Presto smetteranno di
farlo...
- E perché mai? - le chiese il bracconiere, come per
canzonarla.
L'altra non rispose. Sorrise di un sorriso cupo e
diabolico, strinse gli spallacci della sua gerla e gli
voltò le spalle, prima di andarsene. Trasportava delle
mele, rosse come il fuoco; durante il suo tragitto, ne
prese una e si mise a morderla e a divorarla con un
impeto indicibile.
La campana suonava sempre a morto. Nessuno li aveva
visti, nessuno...
continua |
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