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Nei giorni che seguirono, il bracconiere fu molto
cattivo nei confronti della sua bella innamorata e
certamente non ricambiava il suo affetto con dei baci.
Oh, egli non faceva che dirle:
- La vita non continua dopo la morte! Non resta nulla,
soltanto cenere e polvere! Siamo vivi e coscienti a
causa di una fatale coincidenza dell'universo! Non siamo
nulla e tu lo sai! Non c'è nessuno che ama te, me o
chiunque altro! Tutti odiano, a questo mondo! E chi non
uccide, non vive!
Ma Arabelle gli rispondeva, con gli occhi bagnati di
pianto:
- Io lo so, saranno le tue parole a farmi morire, ma
quando accadrà, ti scriverò lettere d'amore dall'Aldilà,
te lo prometto!
- L'Aldilà non esiste! Né io, né tu, né gli altri
mortali esistevano, prima di nascere a questo mondo! Per
lo stesso motivo, non saremo nulla dopo la morte!
- Franz, puoi saperlo: è venuto il falsario e voleva
ucciderti! Stai attento! Io non so come si manifesterà
l'energia negativa della quale ti ho parlato, ma... Stai
attento!
- Finiscila! E non mi seccare, che devo bere! Devo
attaccarmi a una bottiglia di barbera! Dammi un fiasco
di quello buono, su!
- Franz, il falsario è un uomo molto cattivo e potrebbe
farti del male...
- Allora? Voglio bere!
- Franz, in nome del Cielo, ha una pistola!
- Dammi da bere, che devo andare a cacciare le volpi!
In paese
correvano delle voci cupe, che parlavano di un brutto
affare tra il bracconiere, il contrabbandiere ed il
falsario. Qualcosa era trapelato, chissà attraverso
quale bocca! Ad ogni modo, vi furono altre occasioni in
cui il contrabbandiere ebbe modo di consegnare a Franz
dei sacchetti di juta colmi di denaro, in cambio di
pelli e selvaggina pregiata, abbattuta dal suo fucile.
Il falsario, però, non era soddisfatto di quegli scambi,
di quegli affari loschi, tanto che giocò dei tiri
mancini al gradasso bracconiere.
Questi, un brutto giorno, trovò una lettera misteriosa,
dimenticata su uno dei tavolini della casa del rovere
vecchio. Nessuno sapeva chi l'avesse recapitata; era
rimasta come abbandonata, accanto ad un fiasco di
barbera mezzo vuoto e alla macchina da cucire
arrugginita di Arabelle. Era scritta con inchiostro
nero, su una carta giallina e sembrava firmata con il
sangue.
Mio caro Franz,
voi siete tutto preso dalla vostra passione per i
fagiani di monte, le pernici e le volpi, ma non vi
accorgete che, nel frattempo, qualcuno trama di
assassinarvi. Vi ho avvisato appena in tempo. Noi due ci
conosciamo, ci siamo già visti, una volta, nei pressi
della Cima dei Tre Falsari. Ricordate? Fu una sorta di
apparizione. Voi eravate caduto nel torrente e
chiamavate aiuto con tutta la forza della vostra voce.
Fui io a salvarvi, a porgervi una corda, prima che la
corrente vi trascinasse via con sé. Stavate per sbattere
la testa contro le rocce, vi rammentate? Io però vi
chiesi qualcosa in cambio, sì, vi dissi che d'allora in
poi, la vostra vita mi apparteneva, così come i rami
spogli degli alberi d'inverno appartengono al vento, o
meglio, al pari di come le fascine di rovi falciati
appartengono ai roghi che s'accendono nella valle,
durante la stagione fredda. Oh, come divampano le
fiamme! Io sono più forte di quel fuoco, delle grida
ardenti dei fagiani, delle vipere che sibilano nei
boschi, del mistero delle volpi, più furbe della morte!
Io sono più forte dei vostri nemici e se vorrete, ve lo
dimostrerò. Se volete che vi liberi del contrabbandiere
e del falsario, non avete che da chiedermelo ed io vi
esaudirò. A proposito: non vi ho ancora detto che cosa
voglio in cambio... D'altronde, non vi ho nemmeno detto
come voglio essere pagata per avervi salvato la vita.
Forse con il sangue o con il denaro? Non vi rispondo,
perché dovete capirlo da voi.
Io sono
più forte delle pernici, dei fucili fumanti, dei
cinghiali adirati e assetati di sangue, sono più forte
delle montagne...
Ho i capelli biondi, ricordate? Sono lunghi e morbidi.
Adoro passeggiare nel bosco con la gerla sulle spalle.
Le mie labbra fremono per voi. Sapete dove trovarmi;
potete venire domani, al mulino del Gobbo, nell'ora del
crepuscolo.
Se vi dimenticherete di me o mi farete del male, verrò a
dare fuoco alla vostra bella casetta.
Vi amo!
Un saluto appassionato.
Non c'era firma leggibile, solo una macchia rossastra.
La lettera sapeva di zolfo!
Arabelle non doveva leggere quelle righe. Perciò, il
bracconiere accese una candela ed avvicinò il foglio a
quella fiamma, fino a quando il fuoco non ne ebbe fatto
un sol boccone.
Il nostro Franz si recò all'appuntamento. Io non vi
narrerò di quell'incontro, perché fu troppo cupo e
misterioso.
Ricordo che una volta... Oh, una volta! Sembrava che la
primavera avesse stipulato un patto di sangue con
l'inverno, per poter sbocciare un solo giorno, nel bel
mezzo delle sue nevi. Faceva insolitamente caldo, era
come se un fuoco cattivo divorasse ogni cosa.
Arabelle passeggiava lungo chissà quale torrente, tutta
sola, quando vide passare una Bugatti, guidata da uno
sconosciuto... Il passeggero era il piccolo Jean-Claude!
L'automobile passava lungo la strada principale, quella
che fiancheggiava la montagna! La bella sentì un vivo
affetto risvegliarsi nel suo petto. Si mise a correre, a
correre, a correre... Dove? Non lo sapeva.
Ad un tratto, le parve di vedere Jean-Claude scendere
lungo il sentiero, con un gran cesto di vimini
sottobraccio.
- Oh, signora Arabelle! Io vado per funghi! Vado per
funghi!
Ma... Non era stagione! Cielo! Era pericoloso, sì!
La bella montanara si portò le mani agli angoli della
bocca, per gridargli, quasi singhiozzando:
- No, non venire, Jean-Claude! C'è una vipera! C'è una
vipera, lungo il sentiero!
Era vero.
Oh, Cielo, era troppo tardi, troppo tardi!
La vipera sbucò dai sassi maledetti, tra i quali si
nascondeva... Fu così che morse il pargolo, che aveva
indosso la sua divisa nera, dal fiocco bianco!
- Mamma! Mamma! - gridava il fanciullo, cadendo al suolo
e ruzzolando.
- Ti ha morso! Oh, povero piccolo! Ti ha morso... - così
gridò la montanara, correndo in suo soccorso. - Sono io
la tua mamma... Fa' come se lo fossi!
Arabelle lo soccorse, sì, lo soccorse... Lo amò
intensamente, gli disse di volergli bene follemente, ma
questo non bastava. Il tepore primaverile e maledetto di
quel giorno aveva fatto sì che una vipera delle rocce
sbucasse dalla sua tana e facesse male all'innocente!
- Aiuto, soccorso! - urlava la nostra protagonista. - E
pensare che eri venuto per funghi!
Il rumore sordo di uno sparo, in lontananza, soffocò la
voce sua e quella del pargolo, che piangeva disperato.
Poi, ne udirono un altro e un altro ancora.
continua |
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