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ROMANZO

Dunklenacht - I vespri sepolti

TREDICESIMO CAPITOLO

I baci del bracconiere

 

 
 



La buona donna carezzava con le sue labbra la mano con cui il pargolo aveva toccato il fiore maledetto, ma non riusciva, no, non riusciva a fermare il destino, ne era certa in cuor suo.
- Franz! Aiuto! Chiama qualcuno! Chiama gente!
Così gridava.
Il bracconiere, stravolto, la ascoltò e si mise a sparare delle fucilate in aria, per chiamare soccorso. Ma era come se nessuno udisse gli spari e le loro voci.
Poco dopo, giunsero non so quanti vecchi, quanti popolani, quante donnacce, che bisbigliavano chissà che, sparlavano e maledicevano ogni cosa.
Per fortuna, Jean-Claude non morì, io non so bene come accadde. Ad ogni modo, la malinconica Arabelle non riuscì a realizzare il suo sogno e non divenne la sua mamma. E come sarebbe stato possibile riuscirci?
Suo marito aveva un cuore di pietra e non faceva che minacciarla di mandarla via dalla casa del rovere vecchio.

La Scuola del Lago svanì, tra le nebbie fredde che salivano da quelle acque. Fu come se le brume l'avessero avvolta, insieme ai piccoli scolari ed a quanti vi abitavano.
- E passa l'inverno, passa - mormorava Arabelle, giungendo le mani ed affacciandosi alla finestra appannata. - Passa la neve, il gelo, la bufera, passano i rami spogli, il canto dei boscaioli davanti al fuoco, passano i rovi, che viandanti senza volto danno alle fiamme! Passa la luna fredda, turchina, oltre le montagne bianche, passano processioni di cacciatori, dai fucili neri, che abbattono i fagiani di monte! Passano i camini e le voci cupe delle vedove, che maledicono le bufere ed il giorno in cui sono nate!
Una volta, la bella montanara si precipitò su suo marito e lo riscaldò tra le sue braccia, perché si era accorta che aveva tanto freddo.
- Franz! - lo supplicò. - Perché tu non vuoi più fare l'amore con me? Perché tu non mi degni più di un solo sguardo affettuoso da tanto tempo?
- Basta! - le rispose lui. - Sono ubriaco! Non mi seccare! Vattene!
- No, non me ne andrò, non ti lascerò... La mia tenerezza non ti abbandonerà mai... Franz, perché tu non vuoi più fare l'amore con me? Lascia che te lo ripeta per un'ultima volta! Lascia che te lo chieda ancora!
- Mi stai annoiando! Torna a parlare con i tuoi spiriti, torna dal tuo Jean-Claude!
- No, non tornerò da lui... Forse, non tornerò nemmeno da te! Me ne andrò, raminga, per i boschi, sulle nevi deserte e... Oh!

Erano soli nell'orto, quel piccolo orto dove crescevano le verze fredde; era cinto da una staccionata di legno vecchio e non vi si zappava più da tanto tempo. La neve lo ricopriva come un tenero mantello. Nel bel mezzo di una delle aiuole, era rimasto uno spaventapasseri, fatto di paglia e di stracci.
- No, io non ti amo più, Franz... - sussurrò la donna della montagna. - Non so se sto mentendo, oppure no, mentre dico questo. Ma io desideravo da te un dono della carne e tu non me l'hai dato.
Uno stormo di passeri le si era radunato intorno; ella trasse di tasca delle briciole di pane e se ne servì per sfamare quegli uccelli senza dimora e senza nome.
- Franz, sono le anime reincarnate di orfani, morti nel Settecento - sussurrava Arabelle.
- Ancora con queste storie? Ti avevo detto di farla finita! - brontolò lui, voltandole le spalle ed andandosene.
Ricordo che, in quei giorni, la mente viziata del bracconiere era piena di fantasie erotiche, che a malapena si possono raccontare.

Egli immaginava di recarsi in un ostello sperduto in mezzo alle montagne, canticchiando, con il fucile in spalla. Gli andava ad aprire una giovane donna, che sembrava la padrona e invece era una schiava. Fuori c'era la neve ma in quell'edificio vecchio, quasi cadente, c'erano molti focolari, nei quali bruciavano dei rovi secchi. Le pareti erano tutte adorne di teste di cervo.
In una stanza c'era una lunga ottomana, sulla quale amoreggiavano due donne, che si baciavano sulla bocca e si scambiavano delle frasi amorose. Dicevano di essere innamorate... Avevano le labbra colme di rossetto, che macchiava i loro abiti e le loro guance, la loro pelle e forse anche le loro anime.
- Ti voglio, ti voglio... Sei mia, sei la più bella giovane del bosco... Ci siamo incontrate vicino al frassino grande, poi ci siamo promesse amore davanti ad un fuoco di tiglio...
Queste erano le parole che si scambiavano.
Un vapore affettuoso, grigiastro, avvolgeva tutto...
La padrona aveva i capelli rossi, era vestita di nero e, dopo averlo fatto entrare, cominciava subito ad amoreggiare con il bracconiere. Poi, tenendolo per mano, lo conduceva su per una scala di legno.
- Buongiorno, signore, ha fatto bene a cercare ospitalità in questo ostello sperduto tra i monti! Ha visto? L'insegna e le lanterne sono visibili da lontano!

Così gli diceva la donna, baciandogli la mano.
Ed era vero... L'ostello sembrava un rifugio isolato, un paradiso felice in mezzo al deserto selvaggio e bianco, in cui abitavano le volpi e forse anche i lupi.
- Ah, venga, bel signore! - gli diceva la padrona.
Nella penombra, gli appariva un quadro, che raffigurava una giovane donna del Settecento, vestita con un abito color crema.
Egli immaginava di fare l'amore con la padrona, di toccarle le cosce, sulle scale, di vedere decine di stanze, nelle quali uomini nudi e dai lunghi falli erano impegnati in rapporti sessuali bollenti con giovani donne, più desiderabili dell'ambrosia.
- Ah, io ti amo, ti desidero, anche se ti parlo con la voce di un fantasma!
Questo si sentiva dire il bracconiere.
Poi, posava il fucile e la sua verga diventava più dura di un bastone, mentre due donne gigantesche e nude si mettevano l'una alla sua destra, l'altra alla sua sinistra.
- Togli la tua giubba, bel cacciatore! - udiva l'uomo dei boschi, nelle sue fantasticherie.

E gli sembrava di accoppiarsi, di fremere di ardori inenarrabili, sopra una donna, che si dimenava sotto di lui, stringendogli entrambe le mani; lo facevano come due animali e, alla fine, gli pareva che una sorta di artiglio aguzzo ed invisibile gli strappasse via i testicoli, le vescicole seminali e, soprattutto, la prostata, incendiandogliela. Erano sensazioni bollenti! I due amanti erano stati zitti, prima di scoppiare di piacere e lamentarsi alla follia.
- Come ti chiami? - gli chiedeva una delle donne dell'ostello, alla luce di una lanterna.
- Franz - rispondeva lui, lusingato, rimettendosi i calzoni e la camicia.
Ma erano soltanto fantasie, sì, fantasie, fantasie, fantasie...
Un giorno, l'uomo dai baffi arricciati andò a parlare con Arabelle. I due s'incontrarono dinanzi alla casa del rovere vecchio e non fu piacevole. La bella montanara stava spaccando della legna, per scaldarsi e...
- Dica a suo marito che sono stanco di lui! - disse il falsario, senza alcun ritegno. - Credevo che il bracconiere fosse in casa, ma mi sbagliavo. Ho trovato la sua sguattera...
- Ma perché parla così? - esclamò Arabelle, portandosi le mani al volto. - Chi è lei? Io non parlo con gli sconosciuti! Lasci in pace mio marito! Lei non ha più nulla a che fare con la nostra casa!
- Ah sì?
- Che cosa fa? Mi lasci! Mi sta facendo paura... Se ne vada, per favore!

Il falsario aveva estratto dalla sua tasca un'arma tutta arrugginita, che faceva paura e gliela mostrava.
- Guardi che chiamo aiuto! - disse Arabelle, singhiozzando.
- La vede questa pistola? - mormorò il falsario, cupamente. - Lei e suo marito dovete fare quello che dico io, tutto quello che dico io, altrimenti ve ne pentirete amaramente!
Cielo! Il perfido la puntava contro Arabelle, per farle paura! La dolce montanara tremava come una foglia e non osava parlare.
Il vento rapì i suoi singhiozzi.
- Io non ce l'ho con lei, signora - bisbigliò l'uomo dai baffi arricciati. - Io ce l'ho con suo marito!
- La prego, la supplico! - gridò l'altra, giungendo le mani. - Non gli faccia del male! Si dimentichi persino che esiste! Spari a me, spari agli animali del bosco, spari agli alberi, ai torrenti, se vuole, ma non faccia piangere Franz, no!
Il suo interlocutore le rispose sghignazzando, per poi andarsene, lasciandola nella tristezza e nello spavento. Con lei, erano rimasti soltanto i passerotti che volavano di ramo in ramo e le cinciallegre di montagna!
- Tutti sono contro di me! - diceva la montanara, rimasta sola. - I falsari sono contro di me, il destino è contro di me, le montagne sono contro di me e l'amore che provo per Franz!



 

continua

 
 

 

 
 

 

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