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ROMANZO

Dunklenacht - I vespri sepolti

DODICESIMO CAPITOLO

Un fiore tra le rocce

 

 
 



Arabelle si portò una mano sulla bocca, mentre guardava il suo amato correre come una lepre lungo quel sentiero. Oh, e pensare, e pensare! Alla fine dell'autunno, le foglie di quegli alberi erano state dipinte di malinconia, dal pennello del destino! Quel giorno, però, non scintillavano più, perché erano morte e svanite, come per sempre, o forse, più probabilmente, fino alla prossima primavera.
- Franz! - gridò la bella montanara. - No, vi prego! Non sparate! No! Non fatelo! Vogliatevi bene...
Ma le parole sue erano inutili, perché i due non potevano sentirla.
Ecco, durante l'inseguimento, il bracconiere saltava una staccionata, ma l'altro gli stava dietro e... Oh!
- Mascalzone! Se ti prendo, ti ammazzo! - strillava il guardiacaccia, che aveva esaurito i colpi del suo fucile. - Ah, brigante! La smetterai una buona volta di uccidere gli animali!
- Uh, non t'illudere, che non mi preso! - rispondeva il bracconiere, badando bene di usare il suo fiato più per correre, che per rispondergli.
Alla fine, i due si abbracciavano, si stringevano, si davano degli spintoni e, fatalmente, il guardiacaccia ruzzolava giù, cadeva nel lago dall'acqua di smeraldo, ma tanto, tanto fredda! Che tuffo! Che spruzzi d'argento, in quella luce che sapeva di ricordi, di gioie perdute e di morti!
- Cielo! - esclamò Arabelle, voltandosi per non guardare. - Che ne sarà di quello, adesso? Che mai?

Ella decise di non preoccuparsene e si rimise in cammino lungo la via di casa, dicendosi che il suo selvaggio bracconiere aveva sicuramente trovato il modo di farla franca anche quel giorno.
- Accidenti, mi sembra già di sentirlo ridere a crepapelle, perché l'ha scampata anche stavolta!
Infatti, il furbastro si era messo a ridacchiare, per poi darsela a gambe.
Quel giorno passò... Arabelle era languida e triste, quanto i suoi monti! Oh, i suoi ricordi, i suoi ricordi, la sua fanciullezza perduta, i suoi fiori, le sue preghiere al vento, i suoi conforti!
- Ho bisogno di abbracciare un bambino, di amarlo, di coccolarlo... Voglio un figlio, da regalare al mondo, come un dono di colombe!
Ella ripeteva queste parole davanti a suo marito, nonché agli alberi che crescevano nei pressi della casa del rovere vecchio, ma era come se nessuno le sentisse!
Fu così che decise di fare ritorno alla Scuola del Lago, nell'ora in cui suonava la campana. Aveva litigato con il suo Franz e delle lacrime amare le erano rimaste sul volto!
Incontrò lo stesso pargolo col quale aveva parlato la prima volta.
- Che cos'hai? - le chiese lui. - Ma tu piangi... Perché mai?
- No, non è niente - mormorò l'altra, chinandosi sul suo piccolo interlocutore, mettendogli le mani sulle spalle e guardandolo negli occhi, per cercare di infondergli il suo amore. - Ho solo bisogno di un angelo da amare...
- Io ti ho già vista l'altra volta, io ti conosco!
- Chiamami Arabelle! Sei così carino, con questa divisa nera, dai bottoni dorati, con questo bel fiocco bianco e...

La voce di lei s'interruppe.
- Che cos'hai? - le chiese lo scolaro.
- Niente. È solo che la luce di quest'oggi mi rende triste. I miei occhi non riescono a guardarla, quasi m'acceca... È la luce delle Alpi, la luce dei morti... Come ci avvolge!
Erano davanti a una staccionata, lungo un viale piantato a faggi, se ben ricordo.
- Come ti chiami? - chiese la giovane.
- Jean-Claude - le rispose il pargolo.
- Vuoi venire via con me?
- Dove?
- Vuoi che sia io la tua nuova mamma?
- Ma tu non sei la mia mamma. Lei è partita per un lungo viaggio, dal quale non tornerà mai più!
- Ah, se solo avessi una Bugatti! A quest'ora lo avrei già fatto salire in macchina e lo starei portando a valle tra le mie braccia! - così mormorò la montanara, come tra sé.
Oh, quanto rimpianto, quanto desiderio c'era nelle parole sue!
- Che hai, bella signora? Che cosa stai dicendo? - le chiese il fanciullo, mentre lei gli accarezzava una guancia, come avrebbe fatto la sua mamma.
- Niente, mio caro - rispose lei. - Sono solo commossa! No, io non sono la tua mamma, ma vorrei tanto diventarlo... Tu non capisci queste mie parole e forse non le capirai mai!
E lo guardava come se avesse voluto abbracciarlo, coccolarlo... Ma lo stava già coccolando. Giocherellava con il suo bel fiocco bianco e...
- Mi chiamano, devo andare - disse Jean-Claude, poco dopo.
Detto questo, il pargolo si voltò e la lasciò.
Arabelle litigava spesso con suo marito per via dell'uomo dai baffi arricciati, il falsario, che non voleva vedere in casa. Ella aveva fatto un brutto sogno, che però non desiderava raccontare a nessuno.

Un giorno, faceva più caldo del consueto, tanto che sembrava che il sole volesse sciogliere le nevi perenni. Illusioni! Era una giornata stregata, sì. La dolce montanara bisticciava stretta al braccio del suo bracconiere, lungo un sentiero. Non erano lontani dalla Scuola del Lago. Jean-Claude, il pargolo che lei avrebbe voluto adottare come figlio, s'era avventurato tutto solo lungo una salita maledetta. Arabelle lo vide, lo chiamò, gli gridò, disperata:
- Non andare lì! Vi è sbocciato il fiore della morte! Io lo so! Non lo cogliere, non farlo! Non toccarlo, in nome del Cielo!
Ma egli fu attratto da quel fiore, dai petali giallastri, dallo stelo lungo, dall'aspetto giocoso.
- Non è primavera - mormorò il pargolo. - Com'è possibile che un così bel fiore sbocci in questa stagione?
Purtroppo non sapeva che era stato il Male a farlo sbocciare e che chiunque lo cogliesse era destinato a morire di lì a breve. Era come se le fiamme bruciassero la neve...
- Non farlo! - gli strillava la dolce montanara, correndo verso di lui e tendendogli le braccia.
Ma un'ombra nera si proiettava sul piccolo Jean-Claude, che si chinò, attratto dai petali brillanti di quel fiore e poi lo colse!
- No! - gridò la donna, disperata, strappandosi i capelli. - No! Troppo tardi! Troppo tardi!
Ella sapeva che era un fiore velenoso, tanto che per morire bastava toccarlo. L'aveva già visto in sogno e... Jean-Claude l'aveva toccato, l'aveva colto!
Oh, l'amore di Arabelle, l'amore di Arabelle! Forse, poteva tutto! Io non so... Ma lei lo abbracciò, lo strinse, lo curò, lo amò, mentre chiamava, con tutta la forza della sua voce:
- Aiuto! Soccorso! Soccorso!
 

continua

 
 

 

 
 

 

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