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ROMANZO

Dunklenacht - I vespri sepolti

UNDICESIMO CAPITOLO

Inseguimento lungo il lago

 

 
 



Una volta, mentre andava a spasso con un cesto sottobraccio, Arabelle incontrò il suo amato bracconiere, che portava il fucile in spalla. Accadde davanti al monumento ai Caduti della Montagna.
- Franz, forse questo non è il luogo, né il momento per discuterne - gli disse lei, aggrappandosi al suo braccio. - Ma siamo tanto soli, io e te! Così soli, che tutta la vita mi sembra soltanto neve e gelo!
- Che cos'hai, stavolta? Ti ha morso una vipera, per caso? - le rispose lui, con tono burbero.
- No, che dici mai? È solo che ho voglia di te, delle tue premure, anche se tu non vuoi concedermele...
- Ti avevo detto di non cercarmi in paese o nei suoi dintorni! In questi giorni io sono come fuggiasco e vago per il mondo come uno spettro, sperando che nessuno posi il suo sguardo su di me...
- Ma... Mio caro, niente può ostacolare il mio amore, che tu continui a rifiutare, a disprezzare!
- A rifiutare? Hai un bel dire, però... Che vuoi? Avanti, lasciami il braccio, che non ho tempo da perdere! Va' lungo il tuo sentiero, che io vado per il mio! Non voglio che ci vedano qui! Siamo sospetti...
- Tutte le scuse sono buone... Tutte le scuse sono buone per trascurarmi, per non parlarmi, per dimenticarmi! E io, che volevo augurarti che l'Amore del Cielo fosse con te, illusa! Franz, io voglio avere un figlio da te! È di questo che desidero parlarti!
- Di questo? Allora hai proprio sbagliato uomo. Un figlio? Da me? Tu sei matta! Riprendi il tuo cammino, buona donna! Se invece vuoi che ti faccia l'elemosina, non hai che da chiedermela!
- Franz, abbiamo bisogno di una creatura da amare! Abbiamo bisogno di dare amore a qualcuno! La vita è così triste... La morte è così triste!
- Io ho bisogno di soldoni, di selvaggina e di barbera!
- No, non è così, Franz! Spero di riuscire a farti cambiare idea... Franz, io amo! Io non sono innamorata soltanto del vento, della neve, dei monti e dell'inverno! E tu lo sai! Lascia che ti abbracci, che ti stringa, che ti rivolga ancora una volta la mia preghiera!
- Mollami! Mollami, ti dico!
- Non te l'ho mai chiesto prima, non con tanta intensità, ma... Oh, mio caro, io ho bisogno di un angelo da cullare sul mio grembo, da portare a passeggio lungo questi sentieri, parlandogli di monti, di fiori e capinere!
- Io preferisco le pernici, a cui sparo con la doppietta!
- Franz, si vede che tu non hai un cuore e non sai cogliere il desiderio di dare affetto che germoglia dentro una giovane donna! Franz, io voglio un bambino da te! Voglio un bambino da te! Te lo sto chiedendo in ginocchio, qui, davanti al mondo!
- Ma va' a fare una passeggiata!
A quel punto, il bracconiere, divertito, prese a canticchiarle un'aria da montanari:
- O cara bella montanara innamorata! Monti, pascoli, agnelli io auguro al tuo grembo, sempre caro quanto i sentieri del bosco degli augelli!
- Allora, non mi ascolti più? È come se parlassi al vento, perché tu sei il fuoco del nulla! - mormorò la languida montanara, rattristata.
- Ehi, c'è qualcosa che non va nella tua testolina! - fece l'altro, battendole sbadatamente il pugno chiuso sulla fronte.
- Amico mio, concepiamo insieme! Io voglio un figlio, frutto del mio grembo e del desiderio del mio uomo... Franz, tu non vuoi darmelo! Dillo, avanti, dillo che non vuoi darmelo! Se è così, aver vissuto insieme a te e averti dato tutta la mia tenerezza, non avrà significato nulla!
- Io me ne vado! Non voglio più sentirti! Mi stai annoiando, bella mia! Arrivederci!
Detto questo, il bracconiere le fece un cenno con la mano e s'incamminò lungo una salita, senza nemmeno voltarsi indietro e non prestando più attenzione alla sua bella. Era come se fosse diventata uno spirito errante!
Lei lo seguì, anzi, lo rincorse, ma fu tutto inutile... Gli ripeteva, quasi inginocchiandosi, pregando e supplicando:
- Franz, io voglio un figlio da te! Fosse almeno un ricordo da amare!
Ma l'altro non si voltava, no, non si voltava. Il monumento ai Caduti della Montagna s'innalzava al cielo, alle spalle dei due amanti... Arabelle rivolse l'animo suo agli spiriti di quei defunti. Poi si allontanò, intonando amaramente un canto amoroso, degno della sua tenerezza di giovane donna.
- Franz, che l'amore dell'inverno sia con te! - gli mormorò alla fine, mentre pensava a lui.
Erano parole cabalistiche, misteriose quanto i lampioni antichi di quel villaggio in mezzo ai monti, dove di rado saliva una Bugatti o una Fiat da gran signori e c'erano i fienili.

In prossimità di quei luoghi ameni, sotto le fronde d'estate verdeggianti, sorgeva una sorta di collegio dedicato alla pietà dei fanciulli, che tutti chiamavano la Scuola del Lago. Si chiamava così perché l'avevano costruita nel bel mezzo di un paesaggio lacustre, dove c'erano le conifere e, d'inverno, non c'era quasi nessuno. La direttrice era una signora arcigna, che portava gli occhialetti, mentre i piccoli allievi portavano delle divise nere, dai colletti bianchi, ornati di grandi fiocchi d'egual colore.
Si giungeva alla Scuola del Lago attraverso un sentiero ripido, erto, che tutti dicevano fosse infestato dalle vipere.

Quando la neve ricopriva i sentieri e gli alberi spogli, nonché i pini maestosi, gli allievi mettevano sulle loro divise delle lunghe mantelle e, poco dopo il mezzogiorno, andavano a passeggiare e giocare lungo il lago. C'era un non so che di malinconico nel loro chiasso vago, così come in quell'edificio fatiscente, dai muri color crema e dal tetto e dalle imposte marroni, che li ospitava. Sembrava fosse stato costruito in stile Austro-Ungarico. Alcune finestre avevano le sbarre e le soffitte erano, a quel che si diceva, abitate dai fantasmi. Una volta, uno degli allievi si era affacciato da uno di quegli abbaini e si era messo a urlare, come un ossesso, minacciando di buttarsi di sotto. Poi, l'aveva fatto.
Altri allievi si erano smarriti lungo i sentieri che costeggiavano il lago e non si erano più visti.
Arabelle andò a passeggiare in prossimità di quella scuola, nell'ora in cui suonava la campana grande e c'era la ricreazione. Vide uno stuolo di fanciulli, venirle incontro... Erano così carini e graziosi, nelle loro divise nere dai fiocchi bianchi... Schiamazzavano allegramente.

- Chi sei, bella signora? Chi sei? - le chiesero. - Uh, come sei bella, vestita da montanara! Da dove vieni?
- Da lontano - rispose lei, sussurrando e accarezzando le teste di quanti le stavano intorno.
Tra quei fanciulli, avrebbe potuto scegliere quello che sarebbe stato suo figlio, si ripeteva. Glielo diceva il vento delle montagne, lo stesso che, durante l'autunno, aveva scosso i rami e le foglie gialle delle conifere del lago.
- Chi vuole essere mio figlio? - sussurrò. - Chi vuole essere il mio bambino e ubbidirmi? Ho tanto amore da dare... Chi vuole venire con me?
La voce sua sembrava verde smeraldo, come l'acqua fredda di quel lago.
- Vuoi venire tu, mio bel fiore? - chiese Arabelle, rivolta al pargolo dai lunghi capelli castani che le stava accanto. - Ti sta tanto bene quel fiocchetto! Dammi la mano, vieni con me lungo il sentiero... Ti regalerò le caramelle!
- Dici davvero, signora? - le chiese lo scolaro, guardandola con i suoi occhi grandi e meravigliati.
- No, sto solo scherzando. Voglio raccontarti le favole del lago... Sono belle, sai? Belle, ma tanto fredde, come l'acqua in cui si specchia la scuola vecchia, costruita dagli svizzeri...
Lo prese per mano e volle fare una passeggiatina con lui. Gli cantava non so quale aria... Era come se fosse stato suo figlio.
Poco dopo, quell'incanto fu rotto da una folata di vento, che portava con sé il rumore di uno sparo. Erano il guardiacaccia e il bracconiere, che correvano a gambe levate lungo l'altra sponda del lago, uno dietro l'altro, sotto una luce d'oro, ma fredda, tanto quanto quella di un mezzogiorno d'inverno.
- Ah, mascalzone! Me la pagherai una buona volta! Una le paga tutte!
- Vecchio marpione, non riuscirai a beccarmi!
E si rincorrevano, si rincorrevano, in una sorta di girotondo senza fine.
 

continua

 
 

 

 
 

 

I Racconti di Dunklenacht 

 
 

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