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Una volta, mentre andava a spasso con un cesto
sottobraccio, Arabelle incontrò il suo amato
bracconiere, che portava il fucile in spalla. Accadde
davanti al monumento ai Caduti della Montagna.
- Franz, forse questo non è il luogo, né il momento per
discuterne - gli disse lei, aggrappandosi al suo
braccio. - Ma siamo tanto soli, io e te! Così soli, che
tutta la vita mi sembra soltanto neve e gelo!
- Che cos'hai, stavolta? Ti ha morso una vipera, per
caso? - le rispose lui, con tono burbero.
- No, che dici mai? È solo che ho voglia di te, delle
tue premure, anche se tu non vuoi concedermele...
- Ti avevo detto di non cercarmi in paese o nei suoi
dintorni! In questi giorni io sono come fuggiasco e vago
per il mondo come uno spettro, sperando che nessuno posi
il suo sguardo su di me...
- Ma... Mio caro, niente può ostacolare il mio amore,
che tu continui a rifiutare, a disprezzare!
- A rifiutare? Hai un bel dire, però... Che vuoi?
Avanti, lasciami il braccio, che non ho tempo da
perdere! Va' lungo il tuo sentiero, che io vado per il
mio! Non voglio che ci vedano qui! Siamo sospetti...
- Tutte le scuse sono buone... Tutte le scuse sono buone
per trascurarmi, per non parlarmi, per dimenticarmi! E
io, che volevo augurarti che l'Amore del Cielo fosse con
te, illusa! Franz, io voglio avere un figlio da te! È di
questo che desidero parlarti!
- Di questo? Allora hai proprio sbagliato uomo. Un
figlio? Da me? Tu sei matta! Riprendi il tuo cammino,
buona donna! Se invece vuoi che ti faccia l'elemosina,
non hai che da chiedermela!
- Franz, abbiamo bisogno di una creatura da amare!
Abbiamo bisogno di dare amore a qualcuno! La vita è così
triste... La morte è così triste!
- Io ho bisogno di soldoni, di selvaggina e di barbera!
- No, non è così, Franz! Spero di riuscire a farti
cambiare idea... Franz, io amo! Io non sono innamorata
soltanto del vento, della neve, dei monti e
dell'inverno! E tu lo sai! Lascia che ti abbracci, che
ti stringa, che ti rivolga ancora una volta la mia
preghiera!
- Mollami! Mollami, ti dico!
- Non te l'ho mai chiesto prima, non con tanta
intensità, ma... Oh, mio caro, io ho bisogno di un
angelo da cullare sul mio grembo, da portare a passeggio
lungo questi sentieri, parlandogli di monti, di fiori e
capinere!
- Io preferisco le pernici, a cui sparo con la
doppietta!
- Franz, si vede che tu non hai un cuore e non sai
cogliere il desiderio di dare affetto che germoglia
dentro una giovane donna! Franz, io voglio un bambino da
te! Voglio un bambino da te! Te lo sto chiedendo in
ginocchio, qui, davanti al mondo!
- Ma va' a fare una passeggiata!
A quel punto, il bracconiere, divertito, prese a
canticchiarle un'aria da montanari:
- O cara bella montanara innamorata! Monti, pascoli,
agnelli io auguro al tuo grembo, sempre caro quanto i
sentieri del bosco degli augelli!
- Allora, non mi ascolti più? È come se parlassi al
vento, perché tu sei il fuoco del nulla! - mormorò la
languida montanara, rattristata.
- Ehi, c'è qualcosa che non va nella tua testolina! -
fece l'altro, battendole sbadatamente il pugno chiuso
sulla fronte.
- Amico mio, concepiamo insieme! Io voglio un figlio,
frutto del mio grembo e del desiderio del mio uomo...
Franz, tu non vuoi darmelo! Dillo, avanti, dillo che non
vuoi darmelo! Se è così, aver vissuto insieme a te e
averti dato tutta la mia tenerezza, non avrà significato
nulla!
- Io me ne vado! Non voglio più sentirti! Mi stai
annoiando, bella mia! Arrivederci!
Detto questo, il bracconiere le fece un cenno con la
mano e s'incamminò lungo una salita, senza nemmeno
voltarsi indietro e non prestando più attenzione alla
sua bella. Era come se fosse diventata uno spirito
errante!
Lei lo seguì, anzi, lo rincorse, ma fu tutto inutile...
Gli ripeteva, quasi inginocchiandosi, pregando e
supplicando:
- Franz, io voglio un figlio da te! Fosse almeno un
ricordo da amare!
Ma l'altro non si voltava, no, non si voltava. Il
monumento ai Caduti della Montagna s'innalzava al cielo,
alle spalle dei due amanti... Arabelle rivolse l'animo
suo agli spiriti di quei defunti. Poi si allontanò,
intonando amaramente un canto amoroso, degno della sua
tenerezza di giovane donna.
- Franz, che l'amore dell'inverno sia con te! - gli
mormorò alla fine, mentre pensava a lui.
Erano parole cabalistiche, misteriose quanto i lampioni
antichi di quel villaggio in mezzo ai monti, dove di
rado saliva una Bugatti o una Fiat da gran signori e
c'erano i fienili.
In
prossimità di quei luoghi ameni, sotto le fronde
d'estate verdeggianti, sorgeva una sorta di collegio
dedicato alla pietà dei fanciulli, che tutti chiamavano
la Scuola del Lago. Si chiamava così perché l'avevano
costruita nel bel mezzo di un paesaggio lacustre, dove
c'erano le conifere e, d'inverno, non c'era quasi
nessuno. La direttrice era una signora arcigna, che
portava gli occhialetti, mentre i piccoli allievi
portavano delle divise nere, dai colletti bianchi,
ornati di grandi fiocchi d'egual colore.
Si giungeva alla Scuola del Lago attraverso un sentiero
ripido, erto, che tutti dicevano fosse infestato dalle
vipere.
Quando la
neve ricopriva i sentieri e gli alberi spogli, nonché i
pini maestosi, gli allievi mettevano sulle loro divise
delle lunghe mantelle e, poco dopo il mezzogiorno,
andavano a passeggiare e giocare lungo il lago. C'era un
non so che di malinconico nel loro chiasso vago, così
come in quell'edificio fatiscente, dai muri color crema
e dal tetto e dalle imposte marroni, che li ospitava.
Sembrava fosse stato costruito in stile Austro-Ungarico.
Alcune finestre avevano le sbarre e le soffitte erano, a
quel che si diceva, abitate dai fantasmi. Una volta, uno
degli allievi si era affacciato da uno di quegli abbaini
e si era messo a urlare, come un ossesso, minacciando di
buttarsi di sotto. Poi, l'aveva fatto.
Altri allievi si erano smarriti lungo i sentieri che
costeggiavano il lago e non si erano più visti.
Arabelle andò a passeggiare in prossimità di quella
scuola, nell'ora in cui suonava la campana grande e
c'era la ricreazione. Vide uno stuolo di fanciulli,
venirle incontro... Erano così carini e graziosi, nelle
loro divise nere dai fiocchi bianchi... Schiamazzavano
allegramente.
- Chi sei,
bella signora? Chi sei? - le chiesero. - Uh, come sei
bella, vestita da montanara! Da dove vieni?
- Da lontano - rispose lei, sussurrando e accarezzando
le teste di quanti le stavano intorno.
Tra quei fanciulli, avrebbe potuto scegliere quello che
sarebbe stato suo figlio, si ripeteva. Glielo diceva il
vento delle montagne, lo stesso che, durante l'autunno,
aveva scosso i rami e le foglie gialle delle conifere
del lago.
- Chi vuole essere mio figlio? - sussurrò. - Chi vuole
essere il mio bambino e ubbidirmi? Ho tanto amore da
dare... Chi vuole venire con me?
La voce sua sembrava verde smeraldo, come l'acqua fredda
di quel lago.
- Vuoi venire tu, mio bel fiore? - chiese Arabelle,
rivolta al pargolo dai lunghi capelli castani che le
stava accanto. - Ti sta tanto bene quel fiocchetto!
Dammi la mano, vieni con me lungo il sentiero... Ti
regalerò le caramelle!
- Dici davvero, signora? - le chiese lo scolaro,
guardandola con i suoi occhi grandi e meravigliati.
- No, sto solo scherzando. Voglio raccontarti le favole
del lago... Sono belle, sai? Belle, ma tanto fredde,
come l'acqua in cui si specchia la scuola vecchia,
costruita dagli svizzeri...
Lo prese per mano e volle fare una passeggiatina con
lui. Gli cantava non so quale aria... Era come se fosse
stato suo figlio.
Poco dopo, quell'incanto fu rotto da una folata di
vento, che portava con sé il rumore di uno sparo. Erano
il guardiacaccia e il bracconiere, che correvano a gambe
levate lungo l'altra sponda del lago, uno dietro
l'altro, sotto una luce d'oro, ma fredda, tanto quanto
quella di un mezzogiorno d'inverno.
- Ah, mascalzone! Me la pagherai una buona volta! Una le
paga tutte!
- Vecchio marpione, non riuscirai a beccarmi!
E si rincorrevano, si rincorrevano, in una sorta di
girotondo senza fine.
continua |
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