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Fu così che il bracconiere fece ritorno nella casa del
rovere vecchio. Non appena lo vide sospingere l'uscio,
Arabelle gli corse incontro e lo abbracciò con
trasporto. Sembrava che in quegli istanti gli stesse
dando tutto l'amore che in cuor suo fosse capace di
provare.
Era così stretta a lui, così devota, buona e affettuosa,
che... Oh!
- Non vedevo l'ora che tornassi, ma è come se tutto
fosse perduto! - gli disse, sorridendogli amaramente.
Il suo sogno amoroso non durò che un istante.
Il cattivo la respinse con un brutto gesto, prese un
fiasco di vino e si mise a berlo davanti a lei, senza
bicchiere.
- Ah! - disse poi, pulendosi la bocca con la mano. - È
per festeggiare!
- Se è così che festeggi, allora sarebbe meglio non
festeggiare nulla - mormorò la bella sposa, abbassando i
suoi dolci occhi. - E pensare che mentre aspettavo il
tuo ritorno, mi sono vestita con il mio abitino da
montanara, per farti piacere! Tutto inutile...
- Devi fartene una ragione, mia cara! Tu mi stai
antipatica oggi, così come mi stavi antipatica ieri e mi
starai antipatica domani!
- Non vuoi più vedermi, è così?
- E quante volte non te l'ho già detto? Beviamo, beviamo
alla salute, intanto, che l'affare è andato benone!
E
tracannava, il perfido, beveva a più non posso, ma, ad
un tratto, gli andò di traverso e... Gli scappò un gran
colpo di tosse e tutto il vino che teneva in bocca andò
a sporcare il bel vestitino di Arabelle.
- Uh, guarda, che peccato! - disse lui, scoppiando a
ridere fragorosamente.
Dopo che ebbe chiuso le imposte e barricato l'uscio,
tirò fuori un sacco pieno di bigliettoni di banca e si
mise a contarli davanti alla sua languida moglie, che da
lui accettava tutto, pur di volergli bene.
- Dieci, venti, trenta, cento, duecento... - contava,
spiegazzando tra le dita quelle favolose banconote. -
Duecentodieci, duecentoventi, duecentotrenta...
Di tanto in tanto, si fermava ed un sorriso grossolano
faceva capolino sulle sue labbra.
- Sembri felice, adesso! - mormorò Arabelle,
singhiozzando. - Ma hai visto cos'hai fatto? Mi hai
sporcato tutto il vestito con il tuo vino!
L'altro le rispose con una scrollata di spalle e
dicendo:
- E cosa importa?
Poi
riprese a contare, con più foga di prima. Un rossore di
vivo piacere gli coloriva le guance.
Ad un tratto, però, Arabelle gli prese un braccio, lo
fermò e gli disse:
- Franz, oggi tu hai ucciso!
Egli lasciò cadere per terra il denaro e la guardò con
due occhi pieni di tuoni e di lampi.
- Sì, tu hai ucciso! E le tue banconote sono lorde di
sangue!
A quel punto, Franz la afferrò per le spalle e la
scosse, chiedendole:
- E tu come fai a saperlo? Come? Come? Come? Dimmelo!
Devi dirmelo, hai capito? Che ne sai tu di questa
storia?
- È stato il mio spirito a seguirti... Sono state le
anime dei boschi a narrarmi la vicenda! Franz, tu hai
ucciso e niente è più come prima, ormai!
Arabelle appoggiò la sua fronte sull'avambraccio, che
aveva appoggiato alla vecchia credenza. Era come se si
disperasse.
- Franz, tu mi farai impazzire! - gli disse.
- Tu sei già matta! E adesso lasciami contare il mio
denaro! Siamo ricchi! Anzi, sono ricco e non spartirò un
solo centesimo con te, dopo tutto quello che mi hai
detto! Trecentodieci, trecentocinquanta,
trecentonovanta...
Egli maneggiava le sue banconote insanguinate con una
tale maestria, che si sarebbe detto un bancario
provetto.
Quand'ebbe
finito, si voltò verso sua moglie, le afferrò il volto
con una sola delle sue mani grandi e tozze, per poi
dirle minacciosamente:
- Ascoltami bene, signora cara! Prova a calunniare tuo
marito in paese, a raccontare in giro che ho ucciso
qualcuno, e io ti sfregerò questo bel visetto, con la
stessa semplicità con cui so aprire un fiasco di vino!
L'altra annuì, poi, lui la lasciò e le disse:
- E adesso bevi!
Detto questo, le mostrò una bottiglia di barbera del
Monferrato, che giaceva dimenticata accanto ad una
matrioska e ad un moccolo di candela, su di un tavolino
di legno, al quale mancava una gamba.
Ricordo che il contrabbandiere incontrò nuovamente
l'uomo dai baffi arricciati. Stavolta, accadde davanti a
quella che il popolo chiamava la casa del Gobbo. Ma...
Che parole minacciose! Che discorsi! Quasi non si
possono raccontare.
Cielo, i
due concertavano un tradimento! Volevano tradire il loro
complice, naturalmente a sua insaputa.
- Che dici? Fargli la festa a quello, poi? - mormorava
il falsario, arricciandosi i baffetti.
- E chi lo sa? I casi della vita son tanti! - rispondeva
il contrabbandiere, fischiettando.
- Una volta mi hanno raccontato che uno dei cacciatori
del paese è caduto giù da un burrone... Che fine
macabra! Che destino, il suo! Non vorrei che fosse lo
stesso del nostro caro bracconiere!
I due ridacchiavano, ridacchiavano, davanti a quella
casa, che sembrava abbandonata. Ad un tratto, però,
sembrò che una delle finestre s'illuminasse ed apparisse
una figura verde, curva, gobba, che teneva in mano una
bugia, con una candela rossa accesa. Aveva il volto
paonazzo, dai lineamenti grossolani. Pochi istanti dopo,
quell'immagine svanì, oltre i rami spogli di quelle
conifere, neri come la pece, sotto la luna d'argento.
Dovete
sapere che le vecchie del paese, quelle dai volti
rugosi, dai capelli canuti e che solevano lavorare alle
macchine da cucire arrugginite e agli arcolai, andavano
narrando delle storie che sapevano d'inverni e di
bufere. Raccontavano che, nei primi anni del Settecento,
dalle sfere vaghe dell'Oltretomba fossero discesi sulla
terra i deva, per assumere sembianze umane e confondersi
con i mortali. Erano in tutto e per tutto simili a loro,
anche nei ricchi abiti borghesi, dai bottoni d'argento;
sul capo portavano i tricorni, tipici dell'epoca, mentre
le femmine indossavano le crinoline e i busti con cui si
vestivano le loro rivali terrene. Poi, nel corso dei
decenni e dei secoli, quei deva s'erano adeguati al
mutare dei costumi, sempre imitando alla perfezione le
sembianze umane. Ad ogni modo, quegli esseri si
distinguevano dai mortali per il fatto di non essere
soggetti né a vecchiaia, né a malattie, né a morte. Si
narrava che le dee abitassero nei boschi, bevessero
l'acqua pura delle fonti e si cibassero del sangue dei
cigni appena sgozzati. Non erano buone, avevano i
capelli biondi o rossi, i volti di bambola e stregavano
i loro innamorati.
Alcuni
deva si univano ai mortali e da quei connubi sanguinosi
nascevano dei semidei.
Erano racconti che si narravano davanti ai camini
accesi, alle stufe bollenti, nel brivido degli inverni
in cui svanivano i bagliori confusi delle estati.
continua |
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