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- Porto ancora i segni dell'incidente dell'ultima volta!
- gridò il guardiacaccia. - Ti avevo promesso di
ucciderti! Ti ricordi? Eh, ti ricordi?
Arabelle si prese il volto tra le mani, perché non
avrebbe mai creduto di dover assistere ad una scena del
genere. Ella giunse le mani, si mise in ginocchio e
disse:
- Pietà, signore, non gli faccia del male, la prego!
- Zitta, maledetta! Sarebbe meglio zittirti con una
fucilata! - tuonò il bracconiere. - Ora non mi resta
altro da fare che ucciderlo!
- No! No! No! - urlò, piangendo, la povera montanara,
perché quelle parole cattive erano sufficienti per
spezzarle il cuore.
Ricordo
che il guardiacaccia e il bracconiere stavano l'uno
dinanzi all'altro, si guardavano con due occhi che
facevano paura, lì, nei pressi della Cima dei Tre
Falsari, e Arabelle stava in mezzo ai due contendenti,
le braccia allargate, teneva una mano sul petto di
ciascuno, per separarli.
- Vi scongiuro, non fatevi del male!
Questo, il suo grido.
Il vento era così freddo ed impetuoso, in quel luogo,
che... Oh!
Ben presto, la nostra protagonista non riuscì più a
tenere fermi i due contendenti. Il guardiacaccia
terribile non faceva che ripetere che aveva preso il suo
odiato nemico. Il bracconiere cattivo diceva
incessantemente:
- Ti ho sempre battuto e ti batterò anche stavolta!
Un'aquila delle vette passò sopra di loro; le ali grandi
e maestose, il becco aguzzo, lo sguardo cupo, i lunghi
artigli, faceva paura.
- Maledetto, ti farò precipitare giù da uno di questi
burroni! Ho un odio personale nei tuoi confronti e non
mi dispiacerebbe affatto vederti morto!
- Che cosa sta facendo, signore? - chiese Arabelle al
guardiacaccia, dopo avere udito la sua minaccia. - Mi
sta afferrando per i capelli! Aiuto! Che vuole farmi?
Lo sbirro non le rispose, perché non ce n'era bisogno.
Egli invero le stava dimostrando le sue vere intenzioni.
- Sì, voglio prendere anche lei, signora! La moglie di
un malfattore è peggio del malfattore stesso!
- Ah, Franz, aiutami! Mi ha presa!
Il
guardiacaccia mise mano al suo fucile e fece per sparare
a Franz, ma non c'era abbastanza spazio, né tempo. I due
afferrarono i loro schioppi per le canne e li usarono
come dei bastoni; l'uno cercava di colpire l'altro con
il calcio della sua arma ed era una visione talmente
cupa, che... Oh!
- Fermatevi! In nome di Dio, fermatevi! - gridò Arabelle,
singhiozzando e portandosi le mani al volto, per non
vederli. - Smettetela, per carità, in nome del Cielo e
della felicità!
Ma le parole sue erano vane, quanto il vento freddo che
spazzava quelle vette. Ad un tratto, la nostra
protagonista gettò un grido più forte degli altri, che
faceva venire da piangere:
- Ah! No!
Franz e il
guardiacaccia si erano abbracciati, in una sorta di
stretta fatale, erano caduti al suolo e stavano
ruzzolando giù per la scarpata! L'uno teneva le mani
strette intorno alla gola dell'altro, oh, si stavano
strangolando!
- Aiuto! Qualcuno aiuti il mio amato... - mormorò la
bella, inutilmente.
Ella teneva la bocca spalancata e aveva le mani
appoggiate sui denti, bianchi e lucenti, sì.
- Per mille lampi, tuoni e fulmini! - strillò il
guardiacaccia, in una sorta di grido soffocato. - Sei
nelle mie mani, ti ho in pugno!
- Sono io che ti tengo in pugno! - rispose il
bracconiere, rantolando.
Una nube di polvere li avvolse, sì, li avvolse... Franz
riuscì a colpire il suo avversario con un sasso.
Arabelle lo ritrovò duecento metri più in basso,
appoggiato al tronco di un albero di montagna. Era stato
quel tronco a salvarlo, ad impedirgli di precipitare
dalle rocce, giù nella valle.
- Vieni via! - le gridò il bracconiere, come una bestia
inferocita. - Ti proibisco di cercare quel cane del
guardiacaccia o di prestargli soccorso! Vieni via! Vieni
via! Vieni via!
- Ma Franz, io... - sussurrò lei, giungendo le mani.
- Vieni via, ti ho detto! Vieni via!
Quella voce da orso, che ripeteva vieni via,
incessantemente, avrebbe messo paura a chiunque e
spaventò gli uccelli delle vette.
La Cima
dei Tre Falsari svanì oltre le nubi, al pari del ricordo
di quella giornata di sventure. Il bracconiere afferrò
la sua donna per un braccio e la condusse a valle, come
se fosse stata uno dei suoi segugi.
Dopo che ebbero fatto ritorno alla casa del rovere
vecchio, la dolce montanara curò le ferite del suo uomo,
che le aveva fatto parecchio male.
- Sei incorreggibile! - gli disse, tutta preoccupata. -
Quest'oggi mi hai fatto piangere, lo sai? E tutto per
colpa del troppo amore che ho per te!
L'altro brontolava, ma la lasciava fare e dire.
Arabelle aveva preso una scodella, l'aveva riempita
d'acqua pura e con quella, aiutandosi con una benda,
bagnava il ginocchio ferito del suo amato. L'aveva
sbattuto contro un sasso, ma non era nulla, le ripeteva,
borbottando chissà quali altre parole.
- E che diamine! - le disse poi. - Quando si fanno certe
cose, le donne bisogna lasciarle a casa!
- Ma se mi avessi lasciata a casa - gli sussurrò l'altra
in un orecchio, ironicamente - chi ti avrebbe salvato la
pellaccia, stavolta?
- Finiscila... Tanto lo sai che sei stata solo
d'intrigo!
Mentre gli
curava le ferite, Arabelle non mancava di baciarlo, di
accarezzarlo, per esprimergli il suo affetto, che non si
era mai spento.
Ben presto, venne un brutto giorno, purtroppo tanto
atteso dall'oscuro brontolone.
Quel mattino, poco prima del sorgere del sole, il
contrabbandiere dal volto rubizzo si recò a casa del
bracconiere, onde raccogliere tutti gli animali
imbalsamati e le pelli da nascondere nella gerla, onde
portare quella merce oltre il confine. In cambio, gli
consegnò un sacco di juta, pieno di biglietti di banca e
di monete. Era quello il primo prezzo dell'affare e fu
consegnato al canto del gallo, tra i chiaroscuri cupi
dell'aurora, che illuminavano i volti dei due complici
in una maniera spettrale.
- Amico mio, ricordati che devi coprirmi le spalle! -
disse il contrabbandiere, in uno degli orecchi del suo
interlocutore.
- Non mancherò... Lascia che prenda il fucile, poi ti
seguirò lungo il mio sentiero.
Franz prese una delle sue cartucciere, la sua doppietta
a canne lunghe e si mise in cammino. La losca spedizione
era iniziata, ancor prima che sorgesse il giorno, che
sarebbe stato pieno di brume e di nubi, che già
apparivano in mezzo ai monti stregati.
Ecco, io vidi il contrabbandiere mentre passava lungo
una delle sponde del torrente maestro, era un luogo
assai pericoloso e infido. Su nel cielo, volavano le
aquile e le ghiandaie, che riempivano l'etere dei loro
versi tenebrosi.
A più di mille passi di distanza, nascosto in mezzo al
cupo sottobosco, stava il bracconiere, il fucile in
mano, pronto a fare fuoco sui gendarmi. Avrebbe centrato
una mosca lontana più di tre leghe dal suo mirino.
continua |
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