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ROMANZO

Dunklenacht - I vespri sepolti

OTTAVO CAPITOLO

La gerla del contrabbandiere

 

 
 


- Porto ancora i segni dell'incidente dell'ultima volta! - gridò il guardiacaccia. - Ti avevo promesso di ucciderti! Ti ricordi? Eh, ti ricordi?
Arabelle si prese il volto tra le mani, perché non avrebbe mai creduto di dover assistere ad una scena del genere. Ella giunse le mani, si mise in ginocchio e disse:
- Pietà, signore, non gli faccia del male, la prego!
- Zitta, maledetta! Sarebbe meglio zittirti con una fucilata! - tuonò il bracconiere. - Ora non mi resta altro da fare che ucciderlo!
- No! No! No! - urlò, piangendo, la povera montanara, perché quelle parole cattive erano sufficienti per spezzarle il cuore.

Ricordo che il guardiacaccia e il bracconiere stavano l'uno dinanzi all'altro, si guardavano con due occhi che facevano paura, lì, nei pressi della Cima dei Tre Falsari, e Arabelle stava in mezzo ai due contendenti, le braccia allargate, teneva una mano sul petto di ciascuno, per separarli.
- Vi scongiuro, non fatevi del male!
Questo, il suo grido.
Il vento era così freddo ed impetuoso, in quel luogo, che... Oh!
Ben presto, la nostra protagonista non riuscì più a tenere fermi i due contendenti. Il guardiacaccia terribile non faceva che ripetere che aveva preso il suo odiato nemico. Il bracconiere cattivo diceva incessantemente:
- Ti ho sempre battuto e ti batterò anche stavolta!
Un'aquila delle vette passò sopra di loro; le ali grandi e maestose, il becco aguzzo, lo sguardo cupo, i lunghi artigli, faceva paura.
- Maledetto, ti farò precipitare giù da uno di questi burroni! Ho un odio personale nei tuoi confronti e non mi dispiacerebbe affatto vederti morto!
- Che cosa sta facendo, signore? - chiese Arabelle al guardiacaccia, dopo avere udito la sua minaccia. - Mi sta afferrando per i capelli! Aiuto! Che vuole farmi?
Lo sbirro non le rispose, perché non ce n'era bisogno. Egli invero le stava dimostrando le sue vere intenzioni.
- Sì, voglio prendere anche lei, signora! La moglie di un malfattore è peggio del malfattore stesso!
- Ah, Franz, aiutami! Mi ha presa!

Il guardiacaccia mise mano al suo fucile e fece per sparare a Franz, ma non c'era abbastanza spazio, né tempo. I due afferrarono i loro schioppi per le canne e li usarono come dei bastoni; l'uno cercava di colpire l'altro con il calcio della sua arma ed era una visione talmente cupa, che... Oh!
- Fermatevi! In nome di Dio, fermatevi! - gridò Arabelle, singhiozzando e portandosi le mani al volto, per non vederli. - Smettetela, per carità, in nome del Cielo e della felicità!
Ma le parole sue erano vane, quanto il vento freddo che spazzava quelle vette. Ad un tratto, la nostra protagonista gettò un grido più forte degli altri, che faceva venire da piangere:
- Ah! No!

Franz e il guardiacaccia si erano abbracciati, in una sorta di stretta fatale, erano caduti al suolo e stavano ruzzolando giù per la scarpata! L'uno teneva le mani strette intorno alla gola dell'altro, oh, si stavano strangolando!
- Aiuto! Qualcuno aiuti il mio amato... - mormorò la bella, inutilmente.
Ella teneva la bocca spalancata e aveva le mani appoggiate sui denti, bianchi e lucenti, sì.
- Per mille lampi, tuoni e fulmini! - strillò il guardiacaccia, in una sorta di grido soffocato. - Sei nelle mie mani, ti ho in pugno!
- Sono io che ti tengo in pugno! - rispose il bracconiere, rantolando.
Una nube di polvere li avvolse, sì, li avvolse... Franz riuscì a colpire il suo avversario con un sasso.
Arabelle lo ritrovò duecento metri più in basso, appoggiato al tronco di un albero di montagna. Era stato quel tronco a salvarlo, ad impedirgli di precipitare dalle rocce, giù nella valle.
- Vieni via! - le gridò il bracconiere, come una bestia inferocita. - Ti proibisco di cercare quel cane del guardiacaccia o di prestargli soccorso! Vieni via! Vieni via! Vieni via!
- Ma Franz, io... - sussurrò lei, giungendo le mani.
- Vieni via, ti ho detto! Vieni via!
Quella voce da orso, che ripeteva vieni via, incessantemente, avrebbe messo paura a chiunque e spaventò gli uccelli delle vette.

La Cima dei Tre Falsari svanì oltre le nubi, al pari del ricordo di quella giornata di sventure. Il bracconiere afferrò la sua donna per un braccio e la condusse a valle, come se fosse stata uno dei suoi segugi.
Dopo che ebbero fatto ritorno alla casa del rovere vecchio, la dolce montanara curò le ferite del suo uomo, che le aveva fatto parecchio male.
- Sei incorreggibile! - gli disse, tutta preoccupata. - Quest'oggi mi hai fatto piangere, lo sai? E tutto per colpa del troppo amore che ho per te!
L'altro brontolava, ma la lasciava fare e dire.
Arabelle aveva preso una scodella, l'aveva riempita d'acqua pura e con quella, aiutandosi con una benda, bagnava il ginocchio ferito del suo amato. L'aveva sbattuto contro un sasso, ma non era nulla, le ripeteva, borbottando chissà quali altre parole.
- E che diamine! - le disse poi. - Quando si fanno certe cose, le donne bisogna lasciarle a casa!
- Ma se mi avessi lasciata a casa - gli sussurrò l'altra in un orecchio, ironicamente - chi ti avrebbe salvato la pellaccia, stavolta?
- Finiscila... Tanto lo sai che sei stata solo d'intrigo!

Mentre gli curava le ferite, Arabelle non mancava di baciarlo, di accarezzarlo, per esprimergli il suo affetto, che non si era mai spento.
Ben presto, venne un brutto giorno, purtroppo tanto atteso dall'oscuro brontolone.
Quel mattino, poco prima del sorgere del sole, il contrabbandiere dal volto rubizzo si recò a casa del bracconiere, onde raccogliere tutti gli animali imbalsamati e le pelli da nascondere nella gerla, onde portare quella merce oltre il confine. In cambio, gli consegnò un sacco di juta, pieno di biglietti di banca e di monete. Era quello il primo prezzo dell'affare e fu consegnato al canto del gallo, tra i chiaroscuri cupi dell'aurora, che illuminavano i volti dei due complici in una maniera spettrale.
- Amico mio, ricordati che devi coprirmi le spalle! - disse il contrabbandiere, in uno degli orecchi del suo interlocutore.
- Non mancherò... Lascia che prenda il fucile, poi ti seguirò lungo il mio sentiero.
Franz prese una delle sue cartucciere, la sua doppietta a canne lunghe e si mise in cammino. La losca spedizione era iniziata, ancor prima che sorgesse il giorno, che sarebbe stato pieno di brume e di nubi, che già apparivano in mezzo ai monti stregati.
Ecco, io vidi il contrabbandiere mentre passava lungo una delle sponde del torrente maestro, era un luogo assai pericoloso e infido. Su nel cielo, volavano le aquile e le ghiandaie, che riempivano l'etere dei loro versi tenebrosi.
A più di mille passi di distanza, nascosto in mezzo al cupo sottobosco, stava il bracconiere, il fucile in mano, pronto a fare fuoco sui gendarmi. Avrebbe centrato una mosca lontana più di tre leghe dal suo mirino.
 

continua

 
 

 

 
 

 

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