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Arabelle aspettava suo marito nella casa del rovere
vecchio. Era una di quelle occasioni, in cui cercava di
riconquistare tutto il suo affetto. Oh, Cielo, ricordo
che una volta lui l'aveva picchiata con il calcio del
suo fucile da caccia e lei aveva pianto!
- Tesoro caro, vieni da me, torna da me, muoio dalla
voglia di riabbracciarti! Ti amo ancora, malgrado tutte
le infelicità che mi hai regalato negli ultimi tempi!
Franz, vieni da me, torna da me...
Così mormorava la bella innamorata, nell'attesa di lui.
Una fucilata lontana la risvegliò dalle sue
fantasticherie amorose e la ricondusse alla realtà. Fu
allora che si precipitò all'uscio, lo aprì e chiamò più
e più volte il suo amato.
Il bracconiere rientrò di soprassalto, con il fucile
ancor fumante sottobraccio.
- Levati di torno! - le disse bruscamente, sbattendo la
sua arma da fuoco sul tavolo di legno vecchio.
Ma la
tenera Arabelle sapeva di aver colto il momento giusto.
Si fece trovare seduta sulla stufa a carbone, vestita
nel modo più provocante che potesse permettersi una
giovane donna della fine degli anni Cinquanta del
Novecento, epoca nella quale sono ambientate le
vicissitudini che vi narro.
- È per dare sfogo a tutte le mie energie amorose che mi
sono fatta trovare in questo modo, amor mio - sussurrò
la nostra protagonista, sospirando.
Avreste dovuto vederla: portava indosso una gonnellina
bianca, tutta a pieghe, teneva le lunghe gambe
accavallate, mostrando al suo amato quanto fossero
carnose e ben rasate.
- No, tu non potrai resistere alle mie premure
affettuose, non questa volta - disse Arabelle al suo
uomo, mostrandogli tutta se stessa. - Vieni qui da me,
non lasciarmi qua, sola e infelice, a languire! Non vedi
come sono addolorata, senza di te? Sono la tua pernice,
la tua volpe, il tuo capriolo selvatico: vieni a
catturarmi!
Franz non
poté resisterle, suo malgrado. La vide mentre si
toglieva il reggipetto davanti a lui; quel gesto
semplice bastò a farglielo diventare duro. Avvicinò il
suo volto e i suoi baffoni folti ai capezzoli di lei,
alle sue mammelle sciolte e senza veli; poi, i due
amanti si misero guancia a guancia, le due teste assai
ravvicinate, tanto che l'uno sentiva i sospiri e i
palpiti dell'altra. Il bracconiere cattivo si era
spogliato e aveva adagiato il suo petto ricoperto da
peli neri sul busto femminile di lei, in modo tale che,
facendo il benché minimo movimento, i loro corpi si
sfregassero, si toccassero, si eccitassero. I due amanti
cercavano di restare in silenzio, davanti alla credenza
di legno vecchio, nella quale conservavano le noci, le
nocciole e i frutti di bosco; ad una delle pareti della
stanza erano appesi degli animali imbalsamati. Ve
n'erano di molte specie; ad ogni modo, il mio sguardo
sognante fu rapito dalla vista di un fagiano grigio
assai maestoso, immortalato con le ali spalancate. Era
femmina.
- Ah, ah, ahi - sussurrò lei, accorgendosi di come
l'organo sessuale del suo amato stesse diventando rigido
quanto una canna di fucile da caccia. - Bravo, sì...
Durante
quella sorta di peregrinazione dello spirito e del corpo
mortale, l'animo mio, così come i miei sguardi, furono
rapiti, estasiati dalla visione delle scarpine bianche
di lei, che avevano il tacco a spillo, il laccetto poco
sopra il calcagno ed erano alquanto scollate.
- Cosa guardi? - mormorò Arabelle, allorché lo sguardo
di lui si posò sui suoi piedi grandi e bianchi. - Me le
sono messe apposta, cosa credi?
Le sue caviglie, le sue ginocchia erano un incanto per
gli occhi e lo furono ancor più per quella lingua da
bracconiere, avvezza al sangue e alle lotte. Prima di
congiungersi, i due amanti vollero che nella stufa
ardesse un fuoco di carbone, violento quanto il
desiderio che li avvolgeva.
Lo fecero
su una delle sedie di legno. Per Arabelle, fu come farsi
possedere carnalmente da un demonio. Ella stava sopra e
teneva la lingua fuori dalle labbra, stringendola tra i
denti bianchi e aguzzi, dei quali aveva gran cura,
poiché erano la sua gioia di donna. Il membro virile di
lui la faceva impazzire di piacere e di tormento, più
lei piagnucolava e si lamentava, più il perfido spingeva
nel suo grembo, in una routine infuocata e violenta. La
sedia scricchiolava sempre... All'inizio, entrambi gli
amanti avevano provato fastidio; poi, però, la bollente
montanara si era dimostrata per colei che provava più
fastidi e sofferenza, nonché piacere bollente. Pareva
che i loro corpi fossero impegnati in chissà quale lotta
selvaggia, alla femmina sembrava di essere ricoperta del
sangue della selvaggina appena cacciata dal bracconiere,
stavolta era lei la sua vittima e aveva in mezzo alle
gambe una sorta di canna di fucile. Sì, era vero,
Arabelle era femmina, femmina, femmina, glielo
dimostrava ardentemente in quegli istanti! Poi, si
accorse che le stava spruzzando la vagina, che sapeva di
avere un po' pelosa.
Purtroppo,
quando i due amanti si separarono, lui la insultò.
Arabelle, profondamente rattristata, temette che volesse
picchiarla.
- Cosa vuoi fare adesso, prendermi a schiaffi? - gli
chiese, non osando guardarlo negli occhi.
Il cattivo non le rispose ed andò in un'altra stanza,
sbattendo la porta.
Poco dopo, la nostra protagonista uscì ed imboccò il
sentiero maestro. Le parve di udire i canti delle
tortore del mistero, mentre giungeva le mani e diceva a
voce alta:
- Oh, buon Dio, Cielo! Fate che non gli capiti nulla di
male! Altrimenti, niente potrà mai consolarmi!
Poi si mise a saltellare e a fare delle corserelle, come
se fosse stata una fanciulla, senza avere alcuna paura
delle vipere, dei ricci e dei burroni.
- Ho voglia di raccogliere fiori e frutti di bosco, di
giocare allegramente con gli alberi miei fratelli, di
ripetere all'eco il mio nome - disse.
Ma non c'erano fiori, né frutti intorno a lei. Soltanto
una carezza di vento gelido, che sapeva d'inverno e nevi
fredde!
- O usignoli e picchi del bosco, portatemi con voi! -
mormorò, giungendo le belle mani bianche e accorgendosi
di avere la gerla sulle spalle.
Portava anche gli zoccoli di legno... Altro non ricordo.
Fu come se svanisse, dietro l'immagine di un volto.
Ben
presto, il contrabbandiere incontrò il falsario dai
baffi ricci; fu lungo il confine, quando i gendarmi non
potevano sentirli.
- Va' a dire al nostro compare che il gran giorno è
arrivato - disse l'uomo dal volto rubizzo nell'orecchio
del suo complice. - Digli che si prepari a fare quello
che abbiamo detto e che il benché minimo ritardo
comprometterebbe tutto!
- Sarà fatto - rispose il falsario, arriciandosi un
baffo.
- Salutami il caro bracconiere.
- E tu salutami i gabellieri. Non mancare di mandarne
qualcuno all'altro mondo, se te ne capita l'occasione!
Detto questo, i due spettri si scambiarono dei
sorrisetti arcigni e una sorta di saluto militare, poi
si separarono.
continua
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