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ROMANZO

Dunklenacht - I vespri sepolti

SESTO CAPITOLO

Gli amanti ed il fuoco di carbone

 

 
 


Arabelle aspettava suo marito nella casa del rovere vecchio. Era una di quelle occasioni, in cui cercava di riconquistare tutto il suo affetto. Oh, Cielo, ricordo che una volta lui l'aveva picchiata con il calcio del suo fucile da caccia e lei aveva pianto!
- Tesoro caro, vieni da me, torna da me, muoio dalla voglia di riabbracciarti! Ti amo ancora, malgrado tutte le infelicità che mi hai regalato negli ultimi tempi! Franz, vieni da me, torna da me...
Così mormorava la bella innamorata, nell'attesa di lui. Una fucilata lontana la risvegliò dalle sue fantasticherie amorose e la ricondusse alla realtà. Fu allora che si precipitò all'uscio, lo aprì e chiamò più e più volte il suo amato.
Il bracconiere rientrò di soprassalto, con il fucile ancor fumante sottobraccio.
- Levati di torno! - le disse bruscamente, sbattendo la sua arma da fuoco sul tavolo di legno vecchio.

Ma la tenera Arabelle sapeva di aver colto il momento giusto. Si fece trovare seduta sulla stufa a carbone, vestita nel modo più provocante che potesse permettersi una giovane donna della fine degli anni Cinquanta del Novecento, epoca nella quale sono ambientate le vicissitudini che vi narro.
- È per dare sfogo a tutte le mie energie amorose che mi sono fatta trovare in questo modo, amor mio - sussurrò la nostra protagonista, sospirando.
Avreste dovuto vederla: portava indosso una gonnellina bianca, tutta a pieghe, teneva le lunghe gambe accavallate, mostrando al suo amato quanto fossero carnose e ben rasate.
- No, tu non potrai resistere alle mie premure affettuose, non questa volta - disse Arabelle al suo uomo, mostrandogli tutta se stessa. - Vieni qui da me, non lasciarmi qua, sola e infelice, a languire! Non vedi come sono addolorata, senza di te? Sono la tua pernice, la tua volpe, il tuo capriolo selvatico: vieni a catturarmi!

Franz non poté resisterle, suo malgrado. La vide mentre si toglieva il reggipetto davanti a lui; quel gesto semplice bastò a farglielo diventare duro. Avvicinò il suo volto e i suoi baffoni folti ai capezzoli di lei, alle sue mammelle sciolte e senza veli; poi, i due amanti si misero guancia a guancia, le due teste assai ravvicinate, tanto che l'uno sentiva i sospiri e i palpiti dell'altra. Il bracconiere cattivo si era spogliato e aveva adagiato il suo petto ricoperto da peli neri sul busto femminile di lei, in modo tale che, facendo il benché minimo movimento, i loro corpi si sfregassero, si toccassero, si eccitassero. I due amanti cercavano di restare in silenzio, davanti alla credenza di legno vecchio, nella quale conservavano le noci, le nocciole e i frutti di bosco; ad una delle pareti della stanza erano appesi degli animali imbalsamati. Ve n'erano di molte specie; ad ogni modo, il mio sguardo sognante fu rapito dalla vista di un fagiano grigio assai maestoso, immortalato con le ali spalancate. Era femmina.
- Ah, ah, ahi - sussurrò lei, accorgendosi di come l'organo sessuale del suo amato stesse diventando rigido quanto una canna di fucile da caccia. - Bravo, sì...

Durante quella sorta di peregrinazione dello spirito e del corpo mortale, l'animo mio, così come i miei sguardi, furono rapiti, estasiati dalla visione delle scarpine bianche di lei, che avevano il tacco a spillo, il laccetto poco sopra il calcagno ed erano alquanto scollate.
- Cosa guardi? - mormorò Arabelle, allorché lo sguardo di lui si posò sui suoi piedi grandi e bianchi. - Me le sono messe apposta, cosa credi?
Le sue caviglie, le sue ginocchia erano un incanto per gli occhi e lo furono ancor più per quella lingua da bracconiere, avvezza al sangue e alle lotte. Prima di congiungersi, i due amanti vollero che nella stufa ardesse un fuoco di carbone, violento quanto il desiderio che li avvolgeva.

Lo fecero su una delle sedie di legno. Per Arabelle, fu come farsi possedere carnalmente da un demonio. Ella stava sopra e teneva la lingua fuori dalle labbra, stringendola tra i denti bianchi e aguzzi, dei quali aveva gran cura, poiché erano la sua gioia di donna. Il membro virile di lui la faceva impazzire di piacere e di tormento, più lei piagnucolava e si lamentava, più il perfido spingeva nel suo grembo, in una routine infuocata e violenta. La sedia scricchiolava sempre... All'inizio, entrambi gli amanti avevano provato fastidio; poi, però, la bollente montanara si era dimostrata per colei che provava più fastidi e sofferenza, nonché piacere bollente. Pareva che i loro corpi fossero impegnati in chissà quale lotta selvaggia, alla femmina sembrava di essere ricoperta del sangue della selvaggina appena cacciata dal bracconiere, stavolta era lei la sua vittima e aveva in mezzo alle gambe una sorta di canna di fucile. Sì, era vero, Arabelle era femmina, femmina, femmina, glielo dimostrava ardentemente in quegli istanti! Poi, si accorse che le stava spruzzando la vagina, che sapeva di avere un po' pelosa.

Purtroppo, quando i due amanti si separarono, lui la insultò. Arabelle, profondamente rattristata, temette che volesse picchiarla.
- Cosa vuoi fare adesso, prendermi a schiaffi? - gli chiese, non osando guardarlo negli occhi.
Il cattivo non le rispose ed andò in un'altra stanza, sbattendo la porta.
Poco dopo, la nostra protagonista uscì ed imboccò il sentiero maestro. Le parve di udire i canti delle tortore del mistero, mentre giungeva le mani e diceva a voce alta:
- Oh, buon Dio, Cielo! Fate che non gli capiti nulla di male! Altrimenti, niente potrà mai consolarmi!
Poi si mise a saltellare e a fare delle corserelle, come se fosse stata una fanciulla, senza avere alcuna paura delle vipere, dei ricci e dei burroni.
- Ho voglia di raccogliere fiori e frutti di bosco, di giocare allegramente con gli alberi miei fratelli, di ripetere all'eco il mio nome - disse.
Ma non c'erano fiori, né frutti intorno a lei. Soltanto una carezza di vento gelido, che sapeva d'inverno e nevi fredde!
- O usignoli e picchi del bosco, portatemi con voi! - mormorò, giungendo le belle mani bianche e accorgendosi di avere la gerla sulle spalle.
Portava anche gli zoccoli di legno... Altro non ricordo. Fu come se svanisse, dietro l'immagine di un volto.

Ben presto, il contrabbandiere incontrò il falsario dai baffi ricci; fu lungo il confine, quando i gendarmi non potevano sentirli.
- Va' a dire al nostro compare che il gran giorno è arrivato - disse l'uomo dal volto rubizzo nell'orecchio del suo complice. - Digli che si prepari a fare quello che abbiamo detto e che il benché minimo ritardo comprometterebbe tutto!
- Sarà fatto - rispose il falsario, arriciandosi un baffo.
- Salutami il caro bracconiere.
- E tu salutami i gabellieri. Non mancare di mandarne qualcuno all'altro mondo, se te ne capita l'occasione!
Detto questo, i due spettri si scambiarono dei sorrisetti arcigni e una sorta di saluto militare, poi si separarono.
 


continua
 

 
 

 

 
 

 

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