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ROMANZO

Dunklenacht - I vespri sepolti

QUINTO CAPITOLO

Il guardiacaccia

 

 
 


La Locanda Abbandonata era un edificio vecchio, fatiscente, quasi senza finestre, costruito sul finire dell'Ottocento, ma poi lasciato a se stesso. Non vi abitava nessuno, non la custodiva nessuno; le poche imposte rimaste pendevano sbilenche sui loro cardini e, di tanto in tanto, cigolavano, sospinte dal vento maledetto delle montagne. Aveva i muri grigiastri, decrepiti; una sorta di lanterna rotta era rimasta appesa al di sopra della soglia, ma all'interno non rimanevano che il vuoto e l'eco vana dei ricordi. Sembrava di udire le voci degli ubriaconi, dei montanari stanchi, che vagavano sui sassi, lì, vicino al torrente, largo, impetuoso e profondo, che mormorava sempre.

- Per l'amor del Cielo, non andarci! - aveva detto Arabelle al suo bracconiere, giungendo le mani. - Ho tanta paura che tu vada tutto solo in quel luogo!
Ma l'altro le aveva risposto con una brutta smorfia, aveva preso il fucile e aveva detto:
- Si dice che ci sia un gran cervo da quelle parti! Vado a vedere! E non sarai certo tu ad impedirmelo! Togliti di torno! Sbrigati! Non sarai certamente tu ad impedirmi di fare quello che voglio! Ah, quanto ti detesto quando fai così!
Egli l'aveva scostata con una mano, mentre con l'altra aveva aperto violentemente l'uscio della casa del rovere vecchio.
Se n'era andato senza salutare.
E camminava, camminava solitario lungo il torrente, fra i sassi, bianchi, grigi e verdastri, dove l'acqua muggiva forte, profonda e rapidissima. Era cristallina, limpida, ma scorrendo tra quelle pietre produceva un rumore sinistro.
La Locanda Abbandonata, l'edificio fantasma, gli stava alle spalle.
Il bracconiere imprecava con voce gutturale e diceva forte:
- Dove sei, cervo della malora? Sono venuto a prenderti! Ah, chissà quanti denari mi frutterà la tua bella testa imbalsamata! Le tue belle corna, che sanno di selvatico e di foresta, già mi appartengono! Vieni fuori! Ah, se solo riuscissi ad averti davanti alla canna del mio bel fucile, mio tesoro...

I tacchi dei suoi stivali risuonavano cupamente sui sassi che c'erano lungo le sponde del torrente.
- Vieni qua, cervo... Cervo di montagna, sono venuto a spararti un colpo! - borbottava il bracconiere.
Ad un tratto, Franz si voltò, perché aveva udito alle sue spalle un rumore che non gli era nuovo.
- Il guardiacaccia! - esclamò. - Ah, maledetto!
Era vero, il suo rivale gli stava alle spalle e lo inseguiva.
- Si fermi! È un ordine!
Così gli gridò lo sbirro, ma visto che l'altro faceva finta di non aver sentito e s'allontanava a grandi passi, prese a corrergli dietro.
Dovete sapere che il guardiacaccia era un uomo severo, tutto d'un pezzo, che conosceva quel bracconiere dall'infanzia, quando i due giocavano a prendersi a sassate e a ruzzolare bisticciando lungo le discese erbose, o sui prati d'erba verde. Da allora, erano passati molti anni...
- Ah, sei tu! Sei quel matto di Franz! Fermo o sparo! - strillò il guardiacaccia, mettendo mano al calcio del fucile che portava a tracolla.
- Non sei mai riuscito a prendermi, vecchio volpone, e non ci riuscirai neanche stavolta! - gli rispose il bracconiere, voltandogli le spalle e mettendosi a correre a più non posso.
- Fermo lì, che ti prendo a schioppettate!
- Ma va là, che miri come un guercio!
- Se ti prendo! Se ti prendo!
- Ah, ma vedrai, vedrai se riuscirò a farla franca o no! Ce l'ho fatta, ormai!
Avreste dovuto vederli. Il guardiacaccia stava dietro e allungava le braccia a dismisura verso il fuggiasco, nella speranza di riuscire ad acchiapparlo. Il bracconiere, invece, sbraitava e strillava non so quali parole, come una bestia selvatica.
- Dai, che se inciampi, sei morto! - urlò l'inseguitore.
- Sta' zitto, che ride bene chi ride ultimo! - disse il sanguigno Franz.
- Ah, eri venuto per prendere il cervo, ma stavolta sei tu la selvaggina e io sono il cacciatore!

Rincorrendosi, sollevavano mucchi di polvere grigia e spostavano dei sassi enormi, che rotolavano giù nel torrente, che scorreva a pochi passi da loro.
- Ah, briccone! - strillò il guardiacaccia. - Stavolta dovrai chiedermi pietà! Sento che ti sta venendo il fiatone!
- Sei tu l'uomo morto! E lo vedrai!
Questo gli rispose l'inseguito.
Ed era vero.
Il bracconiere, infatti, sapeva che in quei paraggi c'era una buca profonda e fece l'impossibile perché il suo nemico vi cadesse. Il guardiacaccia non sapeva di quell'insidia e, mentre il fuggitivo fu pronto a saltare al momento giusto, lui cadde, rovinando in fondo a quella trappola, dalla quale era difficile uscire.
- Ah, ecco, hai visto? - gridò il bracconiere, scoppiando a ridere fragorosamente. - Te l'ho fatta anche stavolta! Vedrai che ci riuscirò anche la prossima!
Il guardiacaccia, cadendo, si era rotto il naso, ma trovò egualmente la forza di rispondergli, con le mani e il volto insanguinati:
- Vattene, perché se ti incontro un'altra volta, io ti uccido!
- O io uccido te! - gli fece eco l'altro, sghignazzando.

A quel punto, lo sconfitto trovò egualmente la forza di sparare in aria un colpo di fucile.
Ma Franz era già scomparso, oltre la Locanda Abbandonata e i pochi alberi spogli che le erano rimasti intorno.
Il bracconiere aveva già avuto dei guai con la giustizia degli uomini, dei quali però non desidero narrarvi.
Ben presto, egli si vide di nuovo presso l'Osteria del Fienile con uno dei suoi complici, dei quali già ebbi modo di narrarvi. Si sedette ad uno dei tavoli con il contrabbandiere; i due facevano finta di giocare a briscola, con delle carte grigie e davanti a un fiasco di vino, sopra una tovaglia a scacchi bianchi e rossi, ma in realtà confabulavano di affari loschi.
- Allora, siamo d'accordo, divideremo a metà il ricavato del contrabbando delle bestie imbalsamate, delle pelli di volpi e del resto; tu, in cambio, terrai nascosta in casa tua la macchina del mio compare falsario e, all'occorrenza, gli permetterai di stampare al riparo da occhi indiscreti.
- Siamo intesi - mormorò Franz, annuendo vagamente.
Un sorriso grifagno apparve sulle bocche dei due complici; fu come una nube, che passò così prestamente sui loro volti, che nessuno dei presenti se ne accorse.
- Ti saluto, compare - disse poi il contrabbandiere, alzandosi e mettendosi il cappello. - Per stasera ho bevuto abbastanza.
Dei rintocchi di campane, che venivano da lontano, annunziavano vagamente che ora fosse.

continua
 

 
 

 

 
 

 

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