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La Locanda Abbandonata era un edificio vecchio,
fatiscente, quasi senza finestre, costruito sul finire
dell'Ottocento, ma poi lasciato a se stesso. Non vi
abitava nessuno, non la custodiva nessuno; le poche
imposte rimaste pendevano sbilenche sui loro cardini e,
di tanto in tanto, cigolavano, sospinte dal vento
maledetto delle montagne. Aveva i muri grigiastri,
decrepiti; una sorta di lanterna rotta era rimasta
appesa al di sopra della soglia, ma all'interno non
rimanevano che il vuoto e l'eco vana dei ricordi.
Sembrava di udire le voci degli ubriaconi, dei montanari
stanchi, che vagavano sui sassi, lì, vicino al torrente,
largo, impetuoso e profondo, che mormorava sempre.
- Per
l'amor del Cielo, non andarci! - aveva detto Arabelle al
suo bracconiere, giungendo le mani. - Ho tanta paura che
tu vada tutto solo in quel luogo!
Ma l'altro le aveva risposto con una brutta smorfia,
aveva preso il fucile e aveva detto:
- Si dice che ci sia un gran cervo da quelle parti! Vado
a vedere! E non sarai certo tu ad impedirmelo! Togliti
di torno! Sbrigati! Non sarai certamente tu ad impedirmi
di fare quello che voglio! Ah, quanto ti detesto quando
fai così!
Egli l'aveva scostata con una mano, mentre con l'altra
aveva aperto violentemente l'uscio della casa del rovere
vecchio.
Se n'era andato senza salutare.
E camminava, camminava solitario lungo il torrente, fra
i sassi, bianchi, grigi e verdastri, dove l'acqua
muggiva forte, profonda e rapidissima. Era cristallina,
limpida, ma scorrendo tra quelle pietre produceva un
rumore sinistro.
La Locanda Abbandonata, l'edificio fantasma, gli stava
alle spalle.
Il bracconiere imprecava con voce gutturale e diceva
forte:
- Dove sei, cervo della malora? Sono venuto a prenderti!
Ah, chissà quanti denari mi frutterà la tua bella testa
imbalsamata! Le tue belle corna, che sanno di selvatico
e di foresta, già mi appartengono! Vieni fuori! Ah, se
solo riuscissi ad averti davanti alla canna del mio bel
fucile, mio tesoro...
I tacchi
dei suoi stivali risuonavano cupamente sui sassi che
c'erano lungo le sponde del torrente.
- Vieni qua, cervo... Cervo di montagna, sono venuto a
spararti un colpo! - borbottava il bracconiere.
Ad un tratto, Franz si voltò, perché aveva udito alle
sue spalle un rumore che non gli era nuovo.
- Il guardiacaccia! - esclamò. - Ah, maledetto!
Era vero, il suo rivale gli stava alle spalle e lo
inseguiva.
- Si fermi! È un ordine!
Così gli gridò lo sbirro, ma visto che l'altro faceva
finta di non aver sentito e s'allontanava a grandi
passi, prese a corrergli dietro.
Dovete sapere che il guardiacaccia era un uomo severo,
tutto d'un pezzo, che conosceva quel bracconiere
dall'infanzia, quando i due giocavano a prendersi a
sassate e a ruzzolare bisticciando lungo le discese
erbose, o sui prati d'erba verde. Da allora, erano
passati molti anni...
- Ah, sei tu! Sei quel matto di Franz! Fermo o sparo! -
strillò il guardiacaccia, mettendo mano al calcio del
fucile che portava a tracolla.
- Non sei mai riuscito a prendermi, vecchio volpone, e
non ci riuscirai neanche stavolta! - gli rispose il
bracconiere, voltandogli le spalle e mettendosi a
correre a più non posso.
- Fermo lì, che ti prendo a schioppettate!
- Ma va là, che miri come un guercio!
- Se ti prendo! Se ti prendo!
- Ah, ma vedrai, vedrai se riuscirò a farla franca o no!
Ce l'ho fatta, ormai!
Avreste dovuto vederli. Il guardiacaccia stava dietro e
allungava le braccia a dismisura verso il fuggiasco,
nella speranza di riuscire ad acchiapparlo. Il
bracconiere, invece, sbraitava e strillava non so quali
parole, come una bestia selvatica.
- Dai, che se inciampi, sei morto! - urlò l'inseguitore.
- Sta' zitto, che ride bene chi ride ultimo! - disse il
sanguigno Franz.
- Ah, eri venuto per prendere il cervo, ma stavolta sei
tu la selvaggina e io sono il cacciatore!
Rincorrendosi, sollevavano mucchi di polvere grigia e
spostavano dei sassi enormi, che rotolavano giù nel
torrente, che scorreva a pochi passi da loro.
- Ah, briccone! - strillò il guardiacaccia. - Stavolta
dovrai chiedermi pietà! Sento che ti sta venendo il
fiatone!
- Sei tu l'uomo morto! E lo vedrai!
Questo gli rispose l'inseguito.
Ed era vero.
Il bracconiere, infatti, sapeva che in quei paraggi
c'era una buca profonda e fece l'impossibile perché il
suo nemico vi cadesse. Il guardiacaccia non sapeva di
quell'insidia e, mentre il fuggitivo fu pronto a saltare
al momento giusto, lui cadde, rovinando in fondo a
quella trappola, dalla quale era difficile uscire.
- Ah, ecco, hai visto? - gridò il bracconiere,
scoppiando a ridere fragorosamente. - Te l'ho fatta
anche stavolta! Vedrai che ci riuscirò anche la
prossima!
Il guardiacaccia, cadendo, si era rotto il naso, ma
trovò egualmente la forza di rispondergli, con le mani e
il volto insanguinati:
- Vattene, perché se ti incontro un'altra volta, io ti
uccido!
- O io uccido te! - gli fece eco l'altro, sghignazzando.
A quel
punto, lo sconfitto trovò egualmente la forza di sparare
in aria un colpo di fucile.
Ma Franz era già scomparso, oltre la Locanda Abbandonata
e i pochi alberi spogli che le erano rimasti intorno.
Il bracconiere aveva già avuto dei guai con la giustizia
degli uomini, dei quali però non desidero narrarvi.
Ben presto, egli si vide di nuovo presso l'Osteria del
Fienile con uno dei suoi complici, dei quali già ebbi
modo di narrarvi. Si sedette ad uno dei tavoli con il
contrabbandiere; i due facevano finta di giocare a
briscola, con delle carte grigie e davanti a un fiasco
di vino, sopra una tovaglia a scacchi bianchi e rossi,
ma in realtà confabulavano di affari loschi.
- Allora, siamo d'accordo, divideremo a metà il ricavato
del contrabbando delle bestie imbalsamate, delle pelli
di volpi e del resto; tu, in cambio, terrai nascosta in
casa tua la macchina del mio compare falsario e,
all'occorrenza, gli permetterai di stampare al riparo da
occhi indiscreti.
- Siamo intesi - mormorò Franz, annuendo vagamente.
Un sorriso grifagno apparve sulle bocche dei due
complici; fu come una nube, che passò così prestamente
sui loro volti, che nessuno dei presenti se ne accorse.
- Ti saluto, compare - disse poi il contrabbandiere,
alzandosi e mettendosi il cappello. - Per stasera ho
bevuto abbastanza.
Dei rintocchi di campane, che venivano da lontano,
annunziavano vagamente che ora fosse.
continua
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