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Ricordo che una volta Arabelle attingeva acqua da un
pozzo artesiano e spingeva la leva della pompa in su e
in giù. Un sudore languido le imperlava la fronte,
mentre uno scoiattolo dalla lunga coda si nascondeva
dietro le fronde di un nocciolo.
- Oh, Cielo! - sussurrava la nostra protagonista. - Oh,
Amore che tutto avvolge, fa' che non accada nulla al mio
amato! Anche se egli non mi desidera più, io lo amo
ugualmente, più di prima! Che le mie mani non siano
giunte invano! Ho visto una frana, la neve, le rocce, il
sangue, lui che languiva disperato! Mi sembra di averlo
accanto e di poterlo consolare con i miei baci... Oh,
almeno, se proprio deve accadere, che io possa essere al
suo fianco, a soccorrerlo e consolarlo!
Le sue
parole innamorate si confusero col vento, che soffiava
forte, incessantemente, languidamente, come una poesia.
Un boscaiolo stava tagliando la legna con l'accetta, e
s'udiva il suo rumore, di lontano. Arabelle credette di
vederlo, si passò per un attimo la mano sulla fronte,
sospirò e tacque.
- Che fai, parli anche da sola, adesso? - disse qualcuno
dalla voce grossa, alle sue spalle.
- Franz, sei tu! - esclamò la giovane, posandosi una
mano sul seno, allora lasciato scoperto dal suo bel
costume popolare.
- Sei proprio diventata matta... Mi fai venir da ridere!
- No, non sono quella che credi. Se parlo così è perché
ti voglio ancora bene! Te ne vorrò sempre, anche se tu
non mi vuoi più...
- E certo che non ti voglio più! Che me ne faccio di una
matta come te?
- Ascoltami, Franz, fa' che io non giunga le mie mani
davanti a te invano! Il popolo mormora delle storie
paurose, su questi boschi... Sono pieni di cinghiali
assetati di sangue, di volpi arrabbiate, di lupi, di
orsi, forse! E tu vai sempre da solo... Ho paura! Pensa
che potrebbero farti male! Non mi consolerei mai se ti
accadesse qualcosa di brutto!
- E smettila! E levami le mani di dosso! Io non sono un
marmocchio che ha paura! Lo sai che cosa faccio a quelle
bestie là? Lo sai? Eh? Mi hai mai visto sparare? Mi hai
mai visto sgozzare una bestia selvatica ancora viva?
- Oh! Lo so che sei cattivo!
Arabelle
si coprì il volto con le mani, perché le era parso di
vedere dinanzi a sé una delle sanguinose scene di
caccia, che tanto sovente doveva vivere il suo sposo.
- Io non sono cattivo, no - borbottò il bracconiere. -
Sei tu che sei una femminuccia piena di paure e di
ubbie! Si vede che non hai mai sparato!
- No, io non ho mai sparato... Io non ho mai ucciso!
La voce della bella montanara fremeva, mentre proferiva
quelle parole, con accento angelico.
- Io amo ogni essere vivente e partecipo al suo dolore,
così come alle sue gioie - aggiunse poi, in un sussurro
affettuoso.
Il bracconiere scoppiò in un'altra delle sue solite
fragorose risate, che parve divorare le parole dette a
mezza bocca dalla giovane donna. Poi aprì l'uscio della
casa del rovere vecchio e vi entrò, quasi barcollando.
- Sei tornato soltanto per ricaricare il fucile! - gli
disse poi Arabelle.
Un istante dopo, l'affettuosa montanara gli stava già
correndo dietro, cercava di aggrapparsi ai suoi vestiti,
alla sua giubba verdastra, alla tracolla del fucile,
alla cartucciera, alle braghe, pur di trattenerlo, di
fermarlo, di potergli parlare un altro poco.
- Franz, io ti amo ancora!
Così gli gridò, mentre stava dietro di lui, aggrappata
alla sua cintola, e tentava di abbracciarlo.
- Non mi stancherò mai di ripetertelo, oh! Almeno
voltati, guardami, parlami!
L'altro si liberò dalla sua stretta con uno spintone.
- E lasciami in pace! Vuoi farmi arrabbiare davvero? -
brontolò. - Sono già arrabbiato con te. Vuoi forse che
mi arrabbi ancor di più?
- Franz - mormorò la bella - l'altra notte ho udito dei
rumori cupi, che venivano da questa stanza, ti ho
cercato nel letto, ma non ti ho trovato! Ho visto dei
brutti ceffi, dei volti che non mi rassicuravano
affatto! Chi erano quei signori? Che cosa volevano?
- Stai zitta! - urlò a quel punto il bracconiere, come
se fosse stato colto da una pugnalata in pieno petto. -
Quest'affare non ti riguarda!
- E come potrebbe non riguardarmi? Io ti sono
affezionata, Franz! Che cos'erano quei rumori? Cos'era
quella macchina?
- Maledetta! Adesso ti insegnerò io a non essere
curiosa!
Il
bracconiere afferrò la sua sposa per un braccio e la
guardò fissa negli occhi, come se avesse voluto farle
del male. Volle afferrarle anche l'altro braccio, poi la
scosse, più e più volte, come se fosse stata un sacco di
patate.
- Sei diventato così cattivo, Franz... - sussurrò
Arabelle, invano.
Egli imbracciò il suo fucile e le mostrò l'estremità
delle canne, che erano fredde e nere. Così facendo, le
disse:
- Se oserai raccontare a qualcuno gli affari di tuo
marito, ti sparerò come a uno dei caprioli del bosco!
Nel villaggio dai tetti aguzzi il volgo non faceva altro
che parlare di un gran cervo, dalle corna maestose, che
il guardiacaccia aveva visto nelle vicinanze del
torrente, dove c'era quella che tutti chiamavano la
Locanda Abbandonata.
- Chi mai riuscirà a prenderlo? - si diceva.
Uno degli astanti, parlando nell'orecchio di uno dei
suoi compari, mormorò:
- Forse sarà quel balordo di Franz, il bracconiere!
- Sì, lui, lui, quello che caccia di frodo! Nessuno mai
è riuscito a beccarlo con le mani nel sacco! Chissà! Tu
credi che quel guercio del guardiacaccia ci riesca?
Così
sussurrò il compagno, ma quelle parole vaghe morirono
nel mistero dei faggi del villaggio, o forse là dove si
perdeva il verso delle volpi di montagna.
Una volta, dopo mezzanotte, Arabelle ebbe paura. Fu
destata da un rumore cupo e assai violento. Si mise a
guardare attraverso il buco della serratura e vide
l'uomo dai baffi arricciati, che aveva già visto tempo
prima, mentre afferrava per il colletto il suo amato
Franz e quasi lo sollevava in aria. Gli diceva delle
parole terribili, che nemmeno si possono riportare!
Cielo!
- Io ti distruggo! - gli urlò poi. - Se non fai quello
che ti dico io, ti distruggo! Sai che cosa faremo io e
il mio compare? Verremo ad appiccare il fuoco alla tua
bella casetta!
- Fuori da casa mia... - rantolava il bracconiere. -
Fuori di qui, o prendo il fucile...
Arabelle si rimise a letto. Il dolce sonno si sarebbe
preso cura di lei e del suo cuore afflitto, che le
batteva forte nel petto.
continua
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