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Una di quelle notti, Arabelle, la dolce montanara, ebbe
un sonno alquanto agitato.
Non faceva che dimenarsi e agitarsi sotto le coperte,
ansimava, sospirava e si lamentava, la bella bocca rossa
semiaperta, le mani che cercavano invano quelle di colui
che amava.
- Aiuto... Che succede? Soffoco! Soffoco! No, non
fategli del male! Prendete me, piuttosto, ma non lui!
Non voglio! No! Lasciatelo! Lasciatelo, cattivi!
Il giorno
dopo, la nostra protagonista indossò il suo costume da
montanara, si sedette su una delle botti della cantina,
in mezzo alle fascine di legno secco e alle ragnatele
grigie, poi il suo bracconiere la raggiunse, attirato
dalle sue amorevoli grida.
- Che hai? - le disse, finendo di bere il suo boccale di
birra. - Perché mi hai seccato? Non mi va di parlarti di
primo mattino. Anzi, se potessi non ti parlerei più!
- Franz, ti supplico, ascoltami - disse la tenera
Arabelle, giungendo le mani, mentre gli occhi suoi
luccicavano, umidi di pianto e di vivo affetto. - Ho dei
presentimenti! È da alcuni giorni, ormai, che gli
spiriti delle montagne non mi danno pace! Mi parlano di
un karma terribile, sì, un karma terribile, che colpirà
te, non so come, né quando!
- Tu sei matta! Bella mia, tu sei malata nel cervello!
- Franz, ascoltami, ti scongiuro! Ne va della tua vita
terrena, della tua felicità! Non posso tacerti quelle
parole. Ti voglio troppo bene! Tu sai quanto desideri
stringere il tuo volto tra le mie mani, accarezzarlo,
sfiorarti con i miei morbidi capelli...
- E smettila! Diamine, che vuoi farmi? Il lavaggio del
cervello? Io non credo a quelle cose!
- Franz, io...
- Tu sei una sciocca! È ora che tu vada a prendere una
boccata d'aria e a fare una bella passeggiata nel bosco.
Chissà, forse tornerai sana di mente!
- Ho tanta paura che sia tu ad essere
malato! Lasciami parlare, permettimi di preoccuparmi per
te! Non ti accorgi di quanto ti sono affezionata?
- Tu sarai pure affezionata a me, ma io non tengo per
niente ad averti! Anzi, ti dirò di più: stamattina mi
fai schifo!
- Sei il solito volgare... Oh, ma non fare il cattivo,
non questa volta, almeno! Franz, il karma...
- Smettila di fare la bifolca con me, o...
- Franz, il karma! Quando si fa il male, prima o poi
ricade su chi l'ha commesso. C'erano le schioppettate, i
gendarmi, i cani che azzannavano uno dei briganti, una
donna in lacrime, che gridava e si strappava i capelli,
in cima ad una rupe, c'era la morte! Ho visto un
forziere, colmo di merce di contrabbando, poi, più
nulla, la nebbia, le case decrepite e cadenti... Tu eri
ferito, sì! Un karma terribile attende inesorabilmente
chi fa il male per il puro piacere di farlo!
- Adesso basta! Me ne vado! Tu stai delirando, mia cara!
Così disse il bracconiere, battendo violentemente il suo
pugno sul tavolino di legno, mentre Arabelle, seduta
sulla botte, si prendeva il volto tra le mani.
Poi Franz si mise la gerla sulle spalle e uscì,
sbattendo violentemente la porta.
Un singhiozzo confuso sfuggì alle belle labbra della
dolce montanara, che fece per correre dietro al suo
amato, ma non ci riuscì.
- È così triste che tu non ricambi il mio amore!
Così sussurrò, vagamente, appoggiandosi all'uscio di
legno.
Mentre scendeva lungo non so quale sentiero, il
bracconiere borbottava a voce alta delle parole cupe,
che accompagnava con delle bestemmie nere, che non si
possono trascrivere.
- È sempre la solita! Non la sopporto più! Uno di questi
giorni la manderò via di casa a suon di calci! Adesso ha
anche cominciato con questa storia del karma e del
destino avverso! È diventata matta. Ha bisogno di andare
a farsi una passeggiata, glielo dico io!
E si appoggiava un dito sulla tempia, a significare lo
stato di confusione in cui credeva si trovasse la sua
montanara bella.
- Ti prenderei a schiaffoni, guarda un po'! - borbottò
poco dopo, appoggiandosi ad un albero dal tronco grosso
per guardarsi intorno ed orientarsi.
Quella
sera, mentre gli abitanti del villaggio rientravano
nelle loro case, chiudevano a chiave e sprangavano gli
usci e le donne raccontavano ai fanciulli storie di
lupi, per farli stare buoni e addormentarli, Franz, il
bracconiere, era ancora a zonzo e confabulava con due
brutti ceffi davanti all'Osteria del Fienile.
- Io ci sto - diceva uno dei suoi interlocutori. - Ma il
bottino deve essere alto bene!
- E non parlare con quella voce grossa, che ci sentono!
- disse l'altro, strizzando l'occhio al bracconiere. -
Io sono del mestiere, le conosco queste cose!
- Ma quando si fa? Come? Dove? Dovete dirmi tutto di
quest'affare!
- Eh, via! Qui non si può! Certe faccende si possono
soltanto accennare!
Il canto stonato di un'anatra selvatica si mescolò alle
loro voci e le rese ancor più spettrali e cupe. I tre
confabulavano come dei cospiratori, stavano ritti in
piedi, in cerchio, e ognuno teneva le mani appoggiate
sulle spalle dell'altro.
- Basta così, va bene, su! - borbottò Franz, che si
spazientiva facilmente. - Non voglio fare il difficile,
a dopodomani, verso mezzanotte!
- Qui, davanti all'Osteria del Fienile? - chiese uno
degli altri due.
- No, nel luogo che vi ho detto! E soprattutto voglio
che quest'affare non si sappia in giro! Mosca! O
sennò...
A quel
punto, il bracconiere fece un gesto che assomigliava a
quello che si può compiere quando si taglia il collo a
una persona o un animale.
Quando il bracconiere fece ritorno alla sua casupola dal
tetto fumante, la casa del rovere vecchio, Arabelle era
lì ad aspettarlo.
- Oh, grazie al Cielo sei tornato! - gli sussurrò
affettuosamente, cercando di abbracciarlo. - Ero così in
pensiero! Temevo che ti fosse successo qualcosa!
- Non so che farmene delle tue paure! - le rispose
l'altro, brutalmente.
- Per favore, non incamminarti lungo sentieri
pericolosi! Non imboccare la strada del male!
- Io vado dove voglio e faccio quello che voglio! Non ho
bisogno delle tue prediche! Lasciami stare, che ho
bisogno di bere! Ho bisogno di ammazzare gli animali, di
vedere il sangue, di sentire le fucilate; sono un
bracconiere, io!
Detto questo, Franz scoppiò in una fragorosa risata.
Mentre lo guardava con i suoi occhi compassionevoli,
Arabelle quasi si commuoveva. Era tutto vestito di
verde, le sue braghe erano appena macchiate di fango, la
cartucciera che portava a tracolla gli donava tanto!
Guardandolo, le sembrava di udire il suono dei corni da
caccia.
Una notte,
mentre dormiva, la bella montanara fu destata da un gran
fracasso, di mobili e di fascine spostate.
- Che mai? - esclamò, balzando giù dal letto.
Il suo amato non era al suo fianco. Ella non avrebbe
osato chiedergli che cosa stava facendo. Si accontentò
di origliare all'uscio e di guardare attraverso il buco
della serratura.
Accanto al suo sposo, vide due brutti ceffi, dei quali
uno portava un basco blu sul capo e aveva due baffetti
lunghi e arricciati in punta. L'altro era grasso, aveva
il volto rubizzo e paonazzo, era calvo e portava una
gran gerla sulle spalle. Se ne era servito per
trasportare la macchina lungo il sentiero...
- Ecco, la sposto qua? - disse uno dei tre.
- Sì, mettila lì! La coprirò con un panno, in modo che
quella sciocca di mia moglie non possa accorgersi di
nulla!
- Forse sarebbe meglio metterla nel baule!
- Sì, ma quanto pesa! Una tonnellata...
- Avanti, forza in quelle braccia! Fannulloni!
Uno degli sconosciuti disse forte, quasi per vantarsi:
- Io sono contrabbandiere da tre generazioni!
- Eh! Se ci fosse la mia mammaccia, come mi tirerebbe le
orecchie! - mormorò Franz. - A quest'ora la gente
perbene è a letto e fa sogni d'oro! Che facciamo noi
mascalzoni ancora in giro? A mezzanotte per i viottoli
s'incontrano soltanto i lupi e i banditi...
Detto questo, il bracconiere scoppiò a ridere
fragorosamente. Non temeva di farsi udire dalla sua
bella... A dire il vero, i rumori dei tre bricconi erano
cupi, sommessi e assai confusi.
- Prendiamo un fiasco di vino, offro da bere a tutti! -
disse poi il padrone di casa.
- Evviva, beviamo alla salute! - disse l'uomo dai baffi
arricciati.
Arabelle sospirò profondamente, poi si coricò e fece
finta di dormire.
I rumori non cessarono che all'alba.
continua |
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