02        02

ROMANZO

Dunklenacht - I vespri sepolti

SECONDO CAPITOLO

Il bracconiere cattivo

 

 
 

La valle pareva desolata, solitaria e spettrale. La circondava una giogaia stregata di monti, che sembravano parlanti. Qua e là, si vedeva una casa abbandonata, senza luci e senza finestre, o con pochi vetri rotti ed un'imposta che pendeva sbilenca, in procinto di cadere. Sembrava un fantasma crudele e faceva paura. Alcuni fabbricati erano abitati ed i loro abitanti vivevano nello spavento. Le strade erano tutte di sassi, praticabili con difficoltà, molto raramente vi si vedeva passare una Lambretta o una Bugatti, che fendeva le brume del crepuscolo o della notte con i suoi fari dalle luci bianche e vaghe. Chi viveva nella valle sperduta temeva di subire delle aggressioni, poiché vi erano molti uomini malvagi, che si vestivano di nero ed indossavano cappucci del color della pece per rapinare la gente o fare del male per il puro piacere di farlo. Una volta, tutti gli abitanti di una casa erano stati torturati e uccisi dai fantasmi del mistero. Tutto era accaduto alcune ore prima del canto del gallo.

Gli edifici, per lo più cadenti e decrepiti, raramente ristrutturati, erano illuminati dalla luce delle lanterne, che sembravano le stelle tranquille del niente, confuse in mezzo alle foschie, alla voce del vento, che pareva quella degli spiriti.
Di tanto in tanto, s'udiva il canto del gallo, il verso cupo di un fagiano selvatico, la voce confusa e nera di qualche volpe, che cercava dei pollai ai quali dare l'assalto.
Arabelle non abitava più in prossimità della valle, bensì in cima ai monti, non lontano dai luoghi in cui brillavano le nevi perpetue. Ella era una donna giovane e bella, che credeva nell'amore in tutte le sue forme e soleva giungere le sue mani onde invocare gli spiriti del bene e della fraternità. Purtroppo aveva sposato un bracconiere cattivo, che non le voleva più bene da molti giorni e passava gran parte del suo tempo nel bosco, ad uccidere dei poveri animali innocenti. Gli spari cupi del suo fucile facevano paura, avrebbero spaventato persino le streghe!

La giovane amava indossare i costumi tipici del suo paese; soleva portare una gran cuffia candida sul capo, le calze bianche, i sandaletti neri, al pari della sottana ricamata a fiori rossi e dei legacci che le chiudevano la giubba cremisi.
- Sei cattivo! - diceva Arabelle al suo amato, quando lo vedeva tornare a casa, ubriaco, con il fucile in spalla e tre o quattro animali morti appesi alla cintola. - Ti diverti ad uccidere dei poveri animali! Loro non hanno colpa! La devi smettere di fare del male a quelle povere bestie! Anche gli animali soffrono!
- E tu devi smettere di dirmi quello che devo fare! - le rispondeva il bracconiere. - Lasciami stare o giuro che ammazzerò anche te! Sia maledetto il giorno in cui ti ho sposata, in cui qualche stolto mi ha convinto a sposarti! Non fai che protestare e criticarmi!
- Io ti voglio bene e tu lo sai! - gli diceva Arabelle, picchiettandogli le spalle con i suoi pugni.
- Tu? Non so più che farmene del tuo amore. Io sono cacciatore e me ne vanto! Sono il bracconiere maledetto!

Detto questo, il vecchio scoppiava a ridere, stappava una damigiana che teneva in cantina, tra le grandi botti di legno pregiato, poi cominciava a bere, a bere e a bere.
- Non devi ubriacarti così - gli sussurrava amorevolmente la sua bella. - Non voglio che tu ti faccia del male! Io ti amo e ti sono amica... Ti voglio bene! Non dimenticartelo, sai?
- Io mi dimentico di quello che voglio! E non sta a te dirmi quello che devo o non devo fare! Smettila di sbaciucchiarmi! Io non sono una femminuccia! No, mollami...
Dimenticavo di dirvi che quando il bracconiere cadeva ubriaco, la sua bella ne approfittava per divorarlo con i suoi baci. Era sempre innamorata di lui, benché il suo uomo fosse cattivo e la maltrattasse.
- Mi sembra ancora di udire i versi disperati degli animali che hai ucciso oggi! Oh, sì, odo il loro pianto, quello che precedette gli istanti in cui morirono! E piango con loro, soffro con loro, muoio con loro... Non fare più del male, ti prego!
Questo gli ripeteva sempre Arabelle, al termine delle loro giornate, prima che si coricassero in quel letto di legno, vecchio e scricchiolante, in mezzo ai mobili d'epoca e alle ragnatele che quasi decoravano i muri sconnessi della loro casa, che nessuno più imbiancava da anni.
- Ti voglio bene, Franz... Ti amo da quando ti vidi per la prima volta, sulla soglia del mulino turchino, in cui abitava il Gobbo...
Questo sussurrava Arabelle, prima di addormentarsi tra le braccia del suo cattivo. Poi, gli occhi suoi sognavano, teneramente.

Le notti erano spesso piene di luna, di vento, di neve e di civette. Sì, s'udivano i versi rochi e confusi di quei volatili, che abitavano i tetti aguzzi, i rari campanili delle chiesette abbandonate, le tombe senza nome, che s'incontravano di rado sotto gli alberi più sperduti del bosco. E a volte c'erano gli inseguimenti, le fucilate, il sangue! Oh, non fatemici pensare!
Arabelle era ancora innamorata...



continua
 

 
 

 

 
 

 

I Racconti di Dunklenacht 

 
 

FOTO demonrat

 
 

 HOME

 
 

 

 
 

Condividi

 
 

LiberaEva Magazine Tutti i diritti Riservati  Contatti