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La valle
pareva desolata, solitaria e spettrale. La circondava
una giogaia stregata di monti, che sembravano parlanti.
Qua e là, si vedeva una casa abbandonata, senza luci e
senza finestre, o con pochi vetri rotti ed un'imposta
che pendeva sbilenca, in procinto di cadere. Sembrava un
fantasma crudele e faceva paura. Alcuni fabbricati erano
abitati ed i loro abitanti vivevano nello spavento. Le
strade erano tutte di sassi, praticabili con difficoltà,
molto raramente vi si vedeva passare una Lambretta o una
Bugatti, che fendeva le brume del crepuscolo o della
notte con i suoi fari dalle luci bianche e vaghe. Chi
viveva nella valle sperduta temeva di subire delle
aggressioni, poiché vi erano molti uomini malvagi, che
si vestivano di nero ed indossavano cappucci del color
della pece per rapinare la gente o fare del male per il
puro piacere di farlo. Una volta, tutti gli abitanti di
una casa erano stati torturati e uccisi dai fantasmi del
mistero. Tutto era accaduto alcune ore prima del canto
del gallo.
Gli
edifici, per lo più cadenti e decrepiti, raramente
ristrutturati, erano illuminati dalla luce delle
lanterne, che sembravano le stelle tranquille del
niente, confuse in mezzo alle foschie, alla voce del
vento, che pareva quella degli spiriti.
Di tanto in tanto, s'udiva il canto del gallo, il verso
cupo di un fagiano selvatico, la voce confusa e nera di
qualche volpe, che cercava dei pollai ai quali dare
l'assalto.
Arabelle non abitava più in prossimità della valle,
bensì in cima ai monti, non lontano dai luoghi in cui
brillavano le nevi perpetue. Ella era una donna giovane
e bella, che credeva nell'amore in tutte le sue forme e
soleva giungere le sue mani onde invocare gli spiriti
del bene e della fraternità. Purtroppo aveva sposato un
bracconiere cattivo, che non le voleva più bene da molti
giorni e passava gran parte del suo tempo nel bosco, ad
uccidere dei poveri animali innocenti. Gli spari cupi
del suo fucile facevano paura, avrebbero spaventato
persino le streghe!
La giovane
amava indossare i costumi tipici del suo paese; soleva
portare una gran cuffia candida sul capo, le calze
bianche, i sandaletti neri, al pari della sottana
ricamata a fiori rossi e dei legacci che le chiudevano
la giubba cremisi.
- Sei cattivo! - diceva Arabelle al suo amato, quando lo
vedeva tornare a casa, ubriaco, con il fucile in spalla
e tre o quattro animali morti appesi alla cintola. - Ti
diverti ad uccidere dei poveri animali! Loro non hanno
colpa! La devi smettere di fare del male a quelle povere
bestie! Anche gli animali soffrono!
- E tu devi smettere di dirmi quello che devo fare! - le
rispondeva il bracconiere. - Lasciami stare o giuro che
ammazzerò anche te! Sia maledetto il giorno in cui ti ho
sposata, in cui qualche stolto mi ha convinto a
sposarti! Non fai che protestare e criticarmi!
- Io ti voglio bene e tu lo sai! - gli diceva Arabelle,
picchiettandogli le spalle con i suoi pugni.
- Tu? Non so più che farmene del tuo amore. Io sono
cacciatore e me ne vanto! Sono il bracconiere maledetto!
Detto
questo, il vecchio scoppiava a ridere, stappava una
damigiana che teneva in cantina, tra le grandi botti di
legno pregiato, poi cominciava a bere, a bere e a bere.
- Non devi ubriacarti così - gli sussurrava
amorevolmente la sua bella. - Non voglio che tu ti
faccia del male! Io ti amo e ti sono amica... Ti voglio
bene! Non dimenticartelo, sai?
- Io mi dimentico di quello che voglio! E non sta a te
dirmi quello che devo o non devo fare! Smettila di
sbaciucchiarmi! Io non sono una femminuccia! No,
mollami...
Dimenticavo di dirvi che quando il bracconiere cadeva
ubriaco, la sua bella ne approfittava per divorarlo con
i suoi baci. Era sempre innamorata di lui, benché il suo
uomo fosse cattivo e la maltrattasse.
- Mi sembra ancora di udire i versi disperati degli
animali che hai ucciso oggi! Oh, sì, odo il loro pianto,
quello che precedette gli istanti in cui morirono! E
piango con loro, soffro con loro, muoio con loro... Non
fare più del male, ti prego!
Questo gli ripeteva sempre Arabelle, al termine delle
loro giornate, prima che si coricassero in quel letto di
legno, vecchio e scricchiolante, in mezzo ai mobili
d'epoca e alle ragnatele che quasi decoravano i muri
sconnessi della loro casa, che nessuno più imbiancava da
anni.
- Ti voglio bene, Franz... Ti amo da quando ti vidi per
la prima volta, sulla soglia del mulino turchino, in cui
abitava il Gobbo...
Questo sussurrava Arabelle, prima di addormentarsi tra
le braccia del suo cattivo. Poi, gli occhi suoi
sognavano, teneramente.
Le notti
erano spesso piene di luna, di vento, di neve e di
civette. Sì, s'udivano i versi rochi e confusi di quei
volatili, che abitavano i tetti aguzzi, i rari campanili
delle chiesette abbandonate, le tombe senza nome, che
s'incontravano di rado sotto gli alberi più sperduti del
bosco. E a volte c'erano gli inseguimenti, le fucilate,
il sangue! Oh, non fatemici pensare!
Arabelle era ancora innamorata...
continua
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