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Un giorno, davanti all’Accademia degli Orfanelli, si fermò una elegante
carrozza. A cassetta, c’era un cocchiere in livrea.
Tutt’intorno s’udivano delle dolci melodie, sprigionate da strumenti
musicali antichi. Era una musica d’angeli, toccante e commovente ad un
tempo.
I cavalli bianchi drizzavano le loro orecchie, uno di essi nitrì.
Portavano dei paraocchi neri, avevano lasciato le tracce dei loro zoccoli
nella neve fresca.
Ad un tratto, le musiche tacquero e sulla scalinata apparve lei, la Rossa,
che portava il suo violino sottobraccio.
Fu allora che dal finestrino della carrozza si sporse la Mercantessa, i
cui lunghi capelli biondi affascinavano quanto gli incantesimi di una
Circe.
La maliarda prese a chiamare a gran voce la sua compagna e le fece dei
cenni, agitando al vento il suo fazzoletto bianco, ricamato.
- Amica del mio cuore! – le gridò, affettuosamente.
La violinista, sentendosi chiamare, quasi si smarrì. Si voltò a destra e a
manca, prima di rivolgere lo sguardo alla sua affascinante interlocutrice.
La Mercantessa si sporse ancor più dal finestrino aperto e le porse una
rosa, dai petali vermigli, che l’altra accettò di buon grado.
- Oh, ma allora è proprio vero… Il mio caro amico, il giocoliere, è stato
arrestato! – sospirò la musicista. – Sono stati i gendarmi cattivi a
portarlo via…
- Sì, è così, mi dispiace, tesoro! – le rispose la bionda, con voce cupa.
– Ma credimi, io ho fatto di tutto perché quei perfidi non lo conducessero
in prigione! Li ho implorati, ho pianto, ho chiamato la folla in mio
soccorso! Te lo giuro, mi sono persino gettata in ginocchio, affinché non
lo catturassero!
Mentre diceva queste parole, sul volto della Mercantessa apparve un
sorrisetto tenebroso.
- Sa il Cielo quanto vorrei consolarti! – disse poi alla Rossa. – Oh,
vieni qui, lascia che ti abbracci!
A quel punto, la bionda aprì lo sportello della carrozza, scese sul
predellino e strinse la graziosa violinista tra le sue braccia.
- Dai, salta su! Vieni a casa mia – la invitò poi. – Porta con te il tuo
violino…
- Oh, lo vorrei tanto, ma non posso! Non posso – sussurrò l’altra,
arrossendo di piacere.
- Ti prego, mi fai soffrire tanto, se mi dici così!
La furbastra le prese la mano e gliela strinse forte… Oh, voi non potete
nemmeno immaginare la dolcezza di quelle dita lunghe, avvezze a carezzare
e torturare le corde del violino!
- Il piacere, soltanto il piacere, e la morte… - mormorò la Rossa, in
lacrime.
Un pianto commosso le inondava il volto, le sembrava che la sua amica del
cuore fosse disposta a morire d’amore e di orgasmo insieme a lei…
Illusioni!
- Allora facciamo così – sussurrò dolcemente la Mercantessa alla sua
amica, in un orecchio. – Ti aspetto al torrente, vicino alla cascata,
stasera, al crepuscolo… Saremo sole!
Ciò detto, la facoltosa bionda diede al cocchiere l’ordine di partire. La
carrozza svanì nella nebbia, mentre la Rossa, innamorata alla follia,
lasciò cadere al suolo la rosa scarlatta che teneva tra le dita.
Mi sembra di vedere ancora la meravigliosa musicista, che suonava, avvolta
dalle brume… Intorno a lei, c’erano tanti orfanelli, che le tiravano
addosso dei fiori appassiti e dei coriandoli, per fare festa.
Ella li guardava, sorridente e gioiosa, poi, smetteva di suonare e li
accarezzava con le sue mani bianche… Li trattava come se fossero stati
figli suoi.
Alcuni la tiravano per il mantello, altri la chiamavano “mamma”, tutti le
volevano bene.
La sua musica faceva piangere…
Venne così il giorno dell’appuntamento.
L’ingenua, avventuratasi nel bosco, venne scossa da un brivido affettuoso.
Non sapeva bene cosa fosse. Ad ogni modo, si avvolse ancor più nel suo
mantello.
Non vi nascondo che, sotto, era quasi completamente nuda. Camminava scalza
sulla neve e sui sassi.
- Amica mia, sei qui… - sussurrò una voce, all’improvviso.
Era lei. Si trovavano sul greto abbandonato del torrente, dal quale saliva
una caligine sottile, cupa, densa.
A destra e a manca, c’erano soltanto dei sassi e dei rovi. Pareva di udire
delle voci sinistre, provenienti dall’oltretomba.
La Rossa vide gli anelli che la Mercantessa portava ai piedi. Le piacquero
assai. Le chiese di poterle succhiare quelle dita inanellate. Venne
accontentata.
Poi, la musicista sorrise alla sua amica, si lasciò togliere il mantello e
lo stese sul pavimento.
- Dai, cominciamo! – esclamò la bionda.
Da quel momento in poi, emisero soltanto dei versi, selvaggi, femminili,
dolci, quanto quelli delle upupe e dei caprioli selvatici.
Le mani delle due giovani erravano sapientemente sui loro corpi,
riscaldandoli fino a renderli ardenti. Le loro vulve, le loro vagine erano
bollenti, tanto, che avrebbero potuto farle svenire, nel piacere profumato
di due corpi eburnei.
Oh, godete, ragazze, godete, perché la vita è un solo istante e non v’è
niente di più inebriante di un mistero bruciante di passione, alimentato
da gambe lunghissime, piedi affusolati e ornati d’oro, mani dalle dita
intrecciate, colli di cigno e ventri che si sfregano gli uni contro gli
altri senza sosta, fino a diventare di fuoco.
La Mercantessa non si stancava mai di strofinare il suo contro quello
della sua amante, che si lamentava e piangeva per l’orgasmo, supplicandola
di non smettere.
Le nebbie avvolgevano ogni cosa. Di tanto in tanto, pareva di udire il
verso roco di un pipistrello, o quello di una tortora. Raggi di luce
rossastri penetravano tra i rovi, facendoli apparire di ferro fuso.
Si udì anche il nitrito di un cavallo lontano, e il rumore vago delle
ruote di un calesse, che saliva lungo il sentiero.
Il bruire remoto della cascata inebriava.
E nulla più.
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