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La Mercantessa passeggiava tutta sola per le strade del villaggio. Il suo
volto, le sue lunghe ciocche bionde, che le uscivano dal cappuccio nero,
facevano paura.
Di tanto in tanto, si fermava, si fregava le mani e mormorava delle parole
incomprensibili. Ad un tratto, si arrestò bruscamente, raccolse dei sassi
e prese a scagliarli uno ad uno nel torrente. Da esso, parve levarsi una
voce tenebrosa, cupa, simile a quella di un gigante ferito.
Poi, all’improvviso, la donna si avvolse nel suo mantello e corse via,
quasi fosse stata perseguitata da un’ossessione.
Me la ricordo, mentre scioglieva i suoi lunghi capelli biondi ed una
folata di bufera la travolgeva… Ah, quella chioma volava forte, in un
brivido di morte!
Ella sorrideva. Non faceva che rigirarsi tra le mani un ramoscello di
rovo, irto di spine; pochi istanti dopo, si punse. Dalla sua bella mano
sgorgarono alcune gocce di sangue, che caddero al suolo e tinsero la neve
di rosso.
- Ah, mio bel giocoliere, io ti prenderò! – rantolava la giovane. – Quando
sarai mio, te la farò pagare… Tu ostacoli il mio amore per la Rossa e hai
già gettato al vento i miei piani! Mi sbarazzerò presto di questo
incomodo…
E la maliarda pensava, pensava e pensava…
La mente sua era corsa alla grande torre campanaria che, in una notte
d’estate, i fulmini non avevano voluto risparmiare. D’inverno, vi
trovavano rifugio i neri corvi, alcuni di essi si posavano sulla vetta e
facevano sentire il loro verso, nel silenzio.
La Mercantessa immaginava di afferrare il burlone per i capelli e di
trascinarlo a forza su per le scale, di notte, sotto il cielo stellato e
freddo…
Arrivavano così sulla sommità e, di lassù, la vendicatrice gli mostrava
per un’ultima volta le case del villaggio, le finestre illuminate, la luna
e la neve d’argento…
Si erano arrampicati al di sopra delle campane; tutt’intorno a loro,
c’erano le guglie, rossastre, e il vento freddo, mano invisibile che li
spingeva verso il precipizio.
I lunghi capelli biondi di lei volavano leggeri e parevano brillare… Oh,
sì, era fatta per l’amore, soltanto per l’amore, non per la morte!
- Adesso ti farò volare giù, sì!
Questo immaginava di dirgli, mentre l’altro, balbettando, le chiedeva
pietà… Già la sua bombetta era caduta nell’abisso… Poi, veniva il suo
turno!
Stavano sempre fra le guglie, in cima alla torre campanaria… La
Mercantessa stava dietro di lui, gli dava una spinta, lo faceva
precipitare giù!
- Muori!
Questo, il suo estremo, fatale saluto.
La visione che vi ho narrato ancor brillava negli occhi di quell’infelice…
Ben presto, però, svanì, in una nuvola color del carbone, fatta per essere
rapita dalla bufera.
La bionda decise di giocare con il suo nemico, prima di farlo cadere giù.
Per questo, un brutto giorno, lo portò a fare una passeggiata nel bosco.
Correva insieme a lui lungo il sentiero, mano nella mano. L’ingenuo la
chiamava per nome e le dava del tu…
- Da… Dai! Fa… Fammi vede… Vedere come fai le capriole!
- Guarda!
- Uh… Be… Bello!
- Quanto sei simpatico!
Ricordo soltanto che, ad un tratto, la ragazza lasciò la mano del
giocoliere… Questi dapprima la chiamò, a gran voce, poi si guardò intorno
e si accorse di essere ad un passo da un burrone.
Cielo!
Si era alzato il vento freddo… Nuvole bigie e minacciose lo circondavano.
Stava arrivando la tormenta, la tormenta! La neve già calava dal cielo
plumbeo. Gli parve di sentire qualcuno, che sghignazzava… Ah, poveretto!
Per fortuna, non morì e riuscì a ritrovare la via di casa… Quando la
maliziosa lo incontrò, gli disse:
- Come mi dispiace! Oh, finalmente ti ritrovo! Credevo di averti perduto
per sempre…
La bionda riuscì a stento a nascondere il suo sorriso. Aveva deciso di
farlo soffrire un po’, ve lo confesso.
Le sembrava di vederlo, mentre faceva sesso con la sua amica… Ah, con
quanto piacere le stava sopra… Non smetteva mai di torturarla con il suo
lungo pene… Glielo metteva dappertutto! La teneva con la gambina alzata,
sì, con il piedino all’insù, la faceva scoppiare di piacere… Le passava la
lingua sui capezzoli, gliela faceva sentire come un velo, fatto di fuoco,
sulla pelle bianca, vellutata. La violinista si sedeva sui tavoli e gli
sgabelli per lui, gli mostrava le sue gambe accavallate, se le lasciava
toccare, accarezzare, con una mela, voleva sentire il pelo del suo uomo su
se stessa. Teneva sempre il suo violino accanto a sé, non se ne separava
mai, nemmeno quando faceva l’amore, perché temeva che glielo rubassero.
Sulla piazzetta, vicino ai cespugli spogli, ricoperti di neve, si era
radunata una piccola folla. C’erano donne, fanciulli e vecchi.
Una giovane stava seduta su di uno sgabello e suonava la fisarmonica. Ne
traeva dei suoni cupi, vivaci, misteriosi… Eseguiva un valzer, che sapeva
di Parigi, di Notre-Dame, della Senna e della gente un po’ malinconica che
affollava le vie della capitale francese. Se chiudevate gli occhi,
ascoltandola, vi sembrava di vedere due danzatori, un uomo e una donna… Il
lungo vestito di lei volava, nel ballo.
Quell’artista di strada era vestita da uomo, con due scarpe nere, una
camicia a righe bianche e rosse, un gilet, una giacca marrone, con bottoni
bianchi. Aveva dei lunghi capelli biondi, sui quali teneva una specie di
basco, color blu di Prussia. Le unghie delle sue mani erano tinte di
rosso. Quanti anelli portava!
Accanto a lei, c’era il giocoliere, che improvvisava un numero assai
rischioso. Dopo aver sparso per terra delle fascine, le aveva date alle
fiamme. Danzava nel fuoco, a piedi scalzi, facendo mille smorfie e
gettando in aria la sua bombetta colorata. Era vestito da Arlecchino e
fischiettava. Noncurante dei pericoli che correva, sperava solo di non
bruciare!
Di tanto in tanto, la donna smetteva di suonare e lo guardava, sorridendo
lugubremente. Era stata lei a chiedergli di esibirsi in quel numero così
rischioso…
Non vi nascondo che la misteriosa suonatrice di fisarmonica era la
Mercantessa. Me la ricordo mentre si posava il dito sulle labbra e mandava
dei baci al pubblico…
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