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- Sì, sì, sì! Presto il violino della Rossa sarà mio! Diventerò ancora più
ricca! Già non vi è cosa al mondo che io non possa comperarmi!
Così diceva la Mercantessa, sghignazzando, tutta sola nella sua casa
misteriosa, davanti ad un sacco pieno di monete d’oro.
- Luccicate per me, talleri e dobloni! Grazie a voi, acquisterò
l’universo!
Dimenticavo di confidarvi che il desiderio di quella creatura era di
impadronirsi di tutto ciò che di prezioso e bello si potesse trovare sulla
terra.
Poi si spogliò nuda e si avvolse in una pelliccia di volpe, che valeva una
fortuna.
I suoi sguardi rimasero fissi sulla pendola.
Mancava poco all’aurora. Il momento decisivo stava arrivando… Ricordo che
la maliarda aveva tuffato la sua bella testa in una tinozza piena d’acqua
profumata… I suoi lunghi capelli biondi sgocciolavano incessantemente e
parevano quelli di una Venere. Non faceva che accarezzarseli e
intrecciarli con le mani.
Di tanto in tanto, le sfuggiva dalle labbra un grido di piacere, che aveva
molto di femminile, ma quasi nulla di umano.
Voi dovete sapere che la Rossa, quella notte, aveva fatto un brutto sogno.
Le era parso che fossero venuti i fantasmi e che, ululando, le avessero
rubato ili violino… Quatti quatti, glielo avevano strappato dal seno. Poi,
se n’erano andati, prendendo il volo dalla finestra.
Perbacco!
Per fortuna che la saggia musicista si era preoccupata di affidare al suo
giocoliere quanto di più prezioso aveva al mondo.
Verso l’alba, l’addormentata si risvegliò di soprassalto. Era stato il
continuo sbattere delle imposte, rimaste aperte, a destarla. Fu allora che
si accorse di essere stata derubata. Erano venuti i ladri e avevano
portato via il suo strumento…
Un sospiro di sollievo fuggì dalla bocca della malcapitata, mentre
osservava il vetro rotto e i soprammobili riversati sul pavimento. Un
mobile era stato fracassato… Lei aveva dormito senza accorgersi di nulla:
dovevano averle dato una botta in testa. Si sentiva ancora stordita;
quando si toccò la zucca, si accorse di avere un bernoccolo.
Erano stati i complici della Mercantessa a farle questo!
Ora vi narrerò di ciò che accadde nel bosco, quel giorno, poco prima del
canto del gallo.
Non molto lontano dal confine vi era il Ponte degli Avvoltoi. Secondo la
leggenda, lo avevano costruito i briganti, nel Medioevo. Era tutto di
legno, dipinto di nero, pericolante, tanto che, quando il vento soffiava
forte, sembrava essere sul procinto di rovinare. Le carrozze e i cavalli
non vi passavano più da almeno cento anni. Congiungeva due rive scoscese,
sassose, allora ammantate di neve e di rovi. In mezzo scorreva il
torrente, dalle acque profonde, gorgoglianti, misteriose e rapidissime.
Quando c’era la secca, pareva di veder emergere dalle acque degli
scheletri, o delle armi arrugginite, appartenute a soldati d’altri tempi:
si trattava di alabarde, spadoni, scudi, lance, elmi ed armature.
Il volgo diceva che, delle volte, si potevano osservare i corpi degli
annegati, che cercavano di arrampicarsi lungo i piloni sconnessi. Numerosi
amanti avevano inciso i loro nomi nella ringhiera. Alcune tavole erano
sfondate e l’incauto passante, mettendo un piede in fallo, avrebbe
rischiato di precipitare nel torrente.
In quei paraggi, pareva di udire sempre le imprecazioni degli operai che,
alcuni secoli prima, avevano costruito quell’opera malsicura. Le loro voci
cupe erravano nel vento.
Spuntava l’aurora. La Mercantessa, con indosso il suo lungo mantello color
della pece, stava tutta sola sul Ponte degli Avvoltoi. Con una mano si
teneva stretta al parapetto, mentre con l’altra reggeva un cannocchiale,
che le serviva per scrutare l’orizzonte. I primi raggi di luce davano ai
suoi capelli biondi dei riflessi spettrali.
Un corvo si posò a poca distanza da lei. Gracchiava. Era un presagio.
La maliarda riuscì a scacciarlo con un solo sguardo.
S’udivano dei cavalli al galoppo. I briganti stavano arrivando. Portavano
con sé il violino della Rossa. Non appena li vide, la donna sorrise, ma
non sapeva quello che aveva fatto.
Ah, si era affidata ad altri per realizzare un proprio proposito
criminoso… Imprudente! Scellerata!
- Arri! Arri!
I malfattori fermarono i loro destrieri e scesero dalla sella. Erano tutti
incappucciati e vestiti di nero. Mostravano soltanto gli occhi e la bocca.
- Abbiamo preso il tuo gioiello! – disse il capo. – Dove sono i soldi?
- Li avrete! – rispose la Mercantessa. – Al di là del confine…
- Avete sentito quello che ha detto, ragazzi?
- Erano i patti!
- Uh, ma sentitela! E se i tuoi soldi non ci bastassero? Se volessimo
prenderci anche qualche altra cosa?
L’altra non ascoltava quei discorsi. Aveva preso il fagotto e, dopo
essersi girata e rigirata il violino tra le mani, si era accorta che non
era quello giusto!
- Diamine! Mi avete ingannata! – esclamò la donna, inferocita. – Questo
non è il violino della Rossa!
- Che fai, tiri fuori delle scuse proprio adesso? Uh, bella biondina,
faresti meglio a calmarti! Chissà che dolci baci sai dare con quella
boccuccia!
Così le aveva detto uno dei briganti. In quel mentre, uno dei cavalli
nitrì. La giovane, guardandolo come se avesse voluto ucciderlo, gli
mormorò:
- Non ti azzardare! Non osare!
- Non fare la permalosa! – disse il capo. – Abbiamo deciso di prenderci
anche il tuo corpo, oltre ai tuoi soldi, vero, ragazzi?
Il bruto già l’aveva afferrata per un braccio, senza che lei riuscisse ad
opporre resistenza. Mentre le strappava i vestiti di dosso, la sua vittima
già iniziava a sbraitare. Cercava di graffiarlo con le unghie… Un istante
dopo, riuscì a ferirlo sulla guancia, ma l’altro le diede uno schiaffo.
- Poi tocca a voi, compari! – strillò il primo violentatore.
La Mercantessa venne legata al parapetto del ponte.
Era così attraente… Lo sguardo dell’uomo si soffermò sul piede destro
della ragazza: al secondo dito, assai più lungo dell’alluce, portava un
anellino d’oro.
Il brigante si era spogliato e l’aveva costretta a divaricare le gambe.
Poi la penetrò, nonostante le mille imprecazioni dell’infelice, che
muoveva le gambe in continuazione e tentava invano di dare dei calci al
suo aggressore, con i piedi nudi. Purtroppo, così facendo, non riusciva
che ad accrescere la sua sofferenza ed il piacere di quel maschio, che
sfregava alacremente il suo pene nella vagina di lei.
- Ci siamo! Ci siamo quasi! – rantolava lo stupratore. – Ah, che cagna in
calore!
La poveretta urlava e si lamentava terribilmente; pareva una pantera
ferita. Il perfido era così feroce, che la sua vulva si bagnò anche di
sangue. Poi le inondò il ventre con il suo seme di malfattore, mentre la
sventurata digrignava i denti.
Poco dopo, fu la volta del secondo, che ce l’aveva lungo e, prima di
cominciare, volle prendere in bocca uno dei piedi della bionda. Le diede
anche un morso, strappandole un grido di dolore e di piacere.
Volle farlo in piedi. La costrinse ad alzarsi e a volgergli il deretano.
Glielo infilò prima nella fica, poi nell’ano. Fu allora che le fece
veramente male. Era da molto tempo che la maliarda non lo prendeva più in
quel posto.
Prima di venire, il mascalzone le urlò i suoi versi di maschio negli
orecchi e le passò il collo e la schiena con la lingua.
Infine, venne il turno del terzo. Questi la mise sdraiata, con le gambe in
su e si sbrigò a spruzzarle la vagina, mentre lei piangeva di rabbia e
d’orgasmo, come può piangere una tigre.
- Che divertimento, ragazzi, eh? – disse il capo, alla fine.
Prima di andarsene, le misero la faccia insanguinata nella neve fresca e
la presero in giro.
La lasciarono lì, nuda e straziata, legata al Ponte degli Avvoltoi. Fu il
gabelliere a ritrovarla. Che brutta avventura aveva avuto la Mercantessa!
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