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Non sembrava un mattino come tutti gli altri. Dopo la neve, sul borgo era
sceso il silenzio, freddo, dell’inverno.
Qualche fringuello si posava sulle guglie deserte e, a tratti, faceva
sentire il suo verso. Gli abitanti del villaggio si affrettavano a
rientrare in casa, chini sotto il peso delle gerle, colme della legna che
avevano raccolto nel bosco.
Un sole pallido fece capolino tra le nubi e parve indorare la vecchia
chiesa gotica, avvolta dai rovi.
All’Accademia degli Orfanelli ci sarebbe stata grande festa, di lì a pochi
giorni. Tutti i preparativi erano già terminati.
Da ognuna delle imposte un po’ sbilenche pendeva il tricolore di Francia,
dai bei colori vivaci: blu, bianco e rosso.
Sotto ciascuna di quelle bandiere, avevano posto dei gran drappi rosa,
decorati con fiocchi azzurri.
Anche la scalinata era cambiata. Infatti, vi erano stati collocati degli
angeli musicanti, scolpiti nella roccia… Alcuni suonavano l’arpa, altri,
il violino, altri ancora, la tromba o la cornamusa.
Le loro ali candide già si erano ricoperte di ricami di gelo, che, goccia
dopo goccia, si scioglievano sotto i raggi del sole d’inverno,
trasformandosi nel pianto degli innocenti.
La Rossa apparve sulla soglia.
Prese a scendere pian piano quei gradini. Il vento aveva spalancato il suo
mantello e, ad ogni passo, ella mostrava il suo piedino ben fatto e la
caviglia nuda, ornata con una catenella d’oro.
Mi parve così romantica, tra quelle figure angeliche, che parevano suonare
una serenata per lei!
Ed ecco arrivare, quasi all’improvviso, il bel giocoliere, che portava una
giubba a pois, dei pantaloni ricoperti di toppe gialle, rosse e verdi, una
bombetta azzurra sul capo e teneva un mazzo di margherite finte in mano.
Non appena vide la sua amata, gli sfuggì un grido di ammirazione e le
corse incontro a braccia aperte, lasciando cadere per terra i fiori che le
aveva portato in dono.
Riuscì appena a balbettare la parola “amore”.
Quando si accorse di lui, la meravigliosa sorrise allegramente.
Il bravo giocoliere volle improvvisare un numero per la sua amata, con
alcune biglie che teneva in tasca. Già, dimenticavo di dirvi che non
andava mai in giro senza gli strumenti del suo mestiere!
- Uh, ma che bravo!
Questo gli sussurrò l’innamorata.
Poco dopo, un uscio riposto si spalancò e da esso uscirono più di cento
orfanelli festanti, che riempirono il silenzio con il loro chiasso. Quante
voci innocenti e liete! Evviva! Evviva!
Tutti portavano la divisa e il fiocchetto.
Circondati da quei fanciulli, che facevano a girotondo intono a loro, i
due amanti si guardarono negli occhi e si salutarono con un abbraccio
affettuoso.
- Dimmi, caro, perché non ti sei messo il cappotto? Non senti che freddo
fa oggi? – gli chiese la Rossa, accarezzandogli la bombetta.
- Beh… - farfugliò l’altro, facendole un inchino. – La metterò… La metterò
domani… Domani!
- Stai attento, ti buscherai un malanno e io non voglio che succeda!
Desidero che tu stia sempre bene… Uh, ma che pantaloni tutti rattoppati
che hai! Uno di questi giorni ti porterò con me a comperarne dei nuovi! Ti
regalerò anche una sciarpa, così non avrai più freddo…
- Gra… Gra… Grazie!
- Oh, figurati, tesoruccio! Ma vieni qui, che la tua amica ti da un bel
bacio con lo schiocco su tutte e due le guance e ti riscalda tra le sue
braccia! Tu però mi devi obbedire, sì, mi darai ascolto, non è vero?
- Sì, sì! Ma… Mamma…
- Non mi dispiace che mi chiami così! In fondo, vorrei esserlo, anche se
sai bene che non lo sono e ti amo appassionatamente! Oh, sì, io ti
proteggerò, ti accudirò, ma sarò anche la tua brava amante!
- Abbiamo gli… Gli stessi anni! Ci amiamo… Amiamo! Hai vi… Visto? Ti ho
portato le… Margherite!
- Uh, sciocchino! Non dovevi! Ma dovevi stare più attento: il vento te le
ha strappate di mano e adesso giacciono nella neve!
- Scusa… Scusa!
- Senti, tu lo faresti un favore alla tua bella? Se mi darai ascolto, ti
farò un regalo!
- Un regalo? Accipicchia!
- No, non guardarmi con quegli occhioni stralunati! Mi prometti che farai
tutto quello che ti dico?
- Sì, sì! Evviva!
- Tu dovrai prendere il violino che io ti darò… Lo porterai con te,
nell’Ostello degli Artisti, lo metterai nel tuo baule, che poi chiuderai a
chiave. Però non dirai mai a nessuno che lo custodisci! Piuttosto, ti
morderai la lingua dieci volte! Promesso?
- Come… Come vuoi!
- Io suonerò con un altro strumento, in questi giorni… Ho tanta paura,
sai?
- Davvero?
Gli orfanelli giocavano ancora intorno ai due amanti, alcuni si
divertivano a tirare il mantello della Rossa, che non si arrabbiava mai e
li salutava con un cenno della mano.
- Birbanti! – gridava loro.
Poi, la violinista e il giocoliere entrarono nell’Accademia, perché lei
doveva dargli qualcosa da custodire gelosamente.
Una sorta di fantasma vestito di nero vagava per i viottoli del villaggio,
mentre una campana suonava a morto.
Dicevano che avesse parlato con tutte le vedove.
Mentre osservavo quella creatura che camminava sulla neve, avevo
l’impressione che non lasciasse impronte.
Era la Mercantessa.
La riconobbi dai lunghi capelli biondi, che spuntavano appena dal suo
cappuccio. Alla cintola teneva appeso un sacchetto, che doveva contenere
molte monete d’oro.
Entrò in una stamberga solitaria. Quando ne uscì, non aveva più con sé
quel misterioso fagotto.
- Ah, Rossa! – mormorò. – Presto sarai di nuovo mia!
Negli occhi suoi già brillavano le immagini di un accoppiamento bollente,
tra due donne che desideravano soltanto il piacere affettuoso.
Si baciavano sulle labbra e si toccavano reciprocamente. I movimenti dei
loro corpi si sarebbero potuti dire assillanti, quelle gambe nude non
smettevano mai di sfiorarsi, intrecciarsi, colpirsi. Un piede lambiva una
spalla, glabra e bianca, una bocca semiaperta gli si avvicinava, lo
inghiottiva e quasi lo morsicava.
La violinista era quella che soffriva di più. Rideva e piangeva per il
godimento.
Tre volti mascherati si aggiravano per il borgo, nella notte. Portavano il
fucile in spalla e parlavano in una lingua sconosciuta. Una vedova aveva
visto un gufo… Il vento non smetteva di ululare.
S’udiva anche il fischio di un treno, lontano, che partiva.
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