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Gli occhi della Rossa scintillavano di tristezza.
Erano lucidi, meravigliosi e come stellati. In essi, brillavano affetto e
ricordi. Oh, se soltanto il misero mortale avesse potuto leggere
l’alfabeto misterioso con cui il destino aveva scritto in quelle pupille!
Quanti segreti d’amore, quanti racconti di passione vi avrebbe scoperto!
Ricordo i soavi baci che la folle dava al suo violino.
Forse, erano gli ultimi!
Pareva che lo salutasse. Non si stancava mai di accarezzare la cassa di
legno e di pizzicare dolcemente quelle corde, che potevano sprigionare
melodie capaci di far innamorare.
- Ti stringerò tra le mie braccia finché avrò respiro – gli sussurrava
amorevolmente.
Voi non lo sapete… Gliel’aveva regalato un vecchio, dalla barba bianca, in
una notte di neve… Allora, lei era ancora una povera orfanella e sapeva a
malapena leggere la musica.
Oh, sì, era stato l’inverno a donarglielo!
Un giorno, faceva tanto, tanto freddo.
Gli alberi tremavano nella tormenta. Era come se una mano gelida li
carezzasse, mentre una voce misteriosa narrava loro i segreti del gelo.
Le case del villaggio sembravano fantasmi, fatti di muri bianchi e tetti
prima anneriti dal tempo, poi resi candidi dalla neve.
L’appassionata violinista suonava tutta sola con un orfanello, i morbidi
capelli al vento, le labbra semiaperte, per tirare dei baci. Tutti e due
stavano ritti in piedi, l’uno accanto all’altra. Si aveva la sensazione
che l’infelice avesse ritrovato la sua mamma.
Lei indossava un lungo mantello turchino ed intorno al collo portava un
grande fiocco celeste, che tanto le donava sopra il colletto bianco.
Il suo manto, scosso dalla bufera, avvolgeva il piccolo musicante, vestito
con una sorta di grembiulino nero e un fiocchetto verde…
Di tanto in tanto, smettevano di suonare e l’orfano passava tra gli
astanti con un piattino dorato…
- Fate un’offerta per gli infelici… Fate un’offerta, ve ne prego!
Così diceva.
Ma ormai, quasi tutti se n’erano andati.
La Rossa e il suo compagno ripresero a suonare per il vento, sì, solo per
quello.
Dalle loro palpebre stanche, scendevano delle lacrime. Oh, io non so se
erano commossi, o se i loro cuori erano straziati dalla tristezza!
Soltanto i rovi spogli e i rami degli alberi morti erano rimasti ad
ascoltarli…
- Non piangere! Suona con me! – ripeteva la bella all’orfanello.
La neve scendeva dal cielo, fiocco dopo fiocco. Era un secondo, morbido
mantello. La accompagnavano la bufera ed il silenzio, nel quale si
spegnevano, una ad una, le dolci note.
Una folata improvvisa strappò il violino dalle mani del piccolo innocente
e lo fece volare lontano.
Il fanciullo gridò e si precipitò a riprenderlo. Ma il suo diletto
strumento si schiantò al suolo e si ruppe in mille pezzi.
- Cattivo!
Ma l’inverno non rispose: non era né buono, né malvagio e non aveva un
cuore.
La Rossa smise di suonare.
Si accorse di una mano amica, che si posò piano sulla sua spalla, mentre
una voce attempata la risvegliava dai suoi sogni infranti.
- Sei tu? – gli chiese.
Sì, era il suo amico gabelliere, che non esitò a parlarle d’amore e di
tristezze.
- Amica mia carissima, anche la fontana bianca si è gelata… La tormenta e
le sue nebbie avvolgono i villaggi e fanno tremare la gente del borgo… Il
vento spazza via le ultime foglie morte; tutto tace, nell’immensità…
Così le sussurrò. Ella rispose:
- Sì… Lo senti? Un orfano piange.
- Ho visto ieri lo spazzacamino, dal volto annerito dalla cenere e dagli
anni. Camminava sul tetto di una delle case, con la ramazza in mano… Poi,
una folata improvvisa lo ha fatto cadere di lassù… Ignoro il suo destino.
Era mio amico.
- Porti indosso la tua marsina marrone rattoppata ed il cappello a
cilindro, anche oggi, che fa freddo… Dunque, la vita non dispensa per te
grandi ricchezze?
- No… Ascoltami, sono venuto per parlarti di briganti e di gendarmi!
- Oh, cosa mai mi riserva la sorte? Ho visto uno stormo di neri corvi
involarsi nella bufera…
- Presto i fucili tuoneranno nel folto del bosco e vi saranno
inseguimenti, fughe a cavallo, grida soffocate… Un’anima bramosa di
ricchezze vuole rubare il tuo violino. Tienilo stretto a te! Non
permettere che spengano il tuo melodioso canto e ogni tua gioia! Io farò
la mia parte.
- Oh, mio gabelliere! Che notizie tristi mi confidano le tue labbra! Ma
chi mi proteggerà? Chi mai resterà al mio fianco, a salvarmi? Io sono così
sola… Soltanto un essere al mondo può aiutarmi, ma è tanto buffo!
A quel punto, il gabelliere abbracciò forte la Rossa e la baciò sulla
guancia. Il vento scosse il lungo mantello di lei e fece volare via il
cappello a cilindro del buon vegliardo, mentre la neve scendeva su di
loro.
Poco dopo, la sconsolata violinista scosse le sue belle ciglia… Era
rimasta sola, nella tormenta.
- Che qualcuno mi aiuti! – gridò. – Vogliono rubare il mio violino! Oh, in
chi mai potrò confidare?
Corse verso l’Accademia degli Orfanelli.
Aveva visto passare una pattuglia di gendarmi, dai volti arcigni, il
fucile in spalla… Oh, forse, potevano aiutarla!
Una cornacchia si era posata sulla fontana gelata. Gracchiava.
L’annunzio bianco era stato recapitato. Lo aveva portato la tormenta.
Aveva la freddezza dell’inverno e il brivido del mistero.
Un fucile sparava sotto le stelle.
Il fuoco del camino illuminava lei, senza veli, mentre teneva tra le
labbra il fallo del suo uomo e un pianto mal celato le bagnava gli occhi.
L’asta virile entrava e usciva dalla sua bocca alacremente, qualcuno
godeva, mentre la nostra eroina accompagnava con le belle mani il gesto
furtivo della sua lingua.
Leccava, succhiava, premeva, gustava, spingeva, si fermava, deglutiva,
gioiva, tremava, fremeva, sospirava.
Tutto questo, in pochi istanti!
Lui le stava accanto, disteso su non so che cosa. Muoveva su e giù le
gambe nude e non faceva altro che balbettare.
La salutava sempre.
Forse, non poteva nemmeno capire.
Di tanto in tanto, allungava la mano un po’ irsuta verso quella vulva
nuda, la tormentava, la stropicciava, entrava con due dita nel ventre
muliebre, per poi penetrare anche quell’ano pulito, profumato, delicato.
Già dieci volte lo aveva profanato.
Le lacrime ardenti e la saliva vischiosa di una donna infradiciavano
quell’asta, lunga e rossastra. Il fuoco illuminava quei due corpi e pareva
bruciarli.
S’udiva sempre il rumore di un uscio sbattuto, che cigolava forte sui suoi
cardini. Folate di bufera penetravano attraverso il vetro rotto. Delle
orme misteriose rimasero impresse sulla neve. Forse, erano quelle dei
lupi.
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