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Ricordo che, un giorno, la
Rossa fu invitata nell’ufficio del direttore dell’Accademia degli
Orfanelli. Ricevette i suoi complimenti vivissimi per il suo ultimo
concertino.
Il buon uomo - capelli bianchi, sulla sessantina, cappello a cilindro,
sigaro in bocca – lodò la sua bellezza e la sua maestria.
Seduto sulla sua cattedra di legno, cercava invano di nasconderle il
proprio rossore. Nonostante fosse un po’ attempato, concedere un solo
sguardo al caro volto di lei bastava a fargli perdere il filo del
discorso.
La violinista stava seduta davanti al direttore, che, alla fine, si alzò
dal suo scranno e le si avvicinò, abbassandosi alla sua altezza, onde
poterla guardare negli occhi.
Le posò tutte e due le mani sulle spalle e le disse:
- Sii orgogliosa, figlia mia! E ogni volta che suoni, ricordati di fare
onore a te stessa e alla tua patria!
Ella chinò il capo ed arrossì un poco.
Avrebbe voluto schermirsi, ma non ci riuscì molto bene…
- Tutte le cose della vita passano… Il tempo vola e va, dissolve ogni cosa
come cenere al vento. Ma l’arte resta, mia cara! Ricordatelo!
Questo le sussurrò, dopo essersi tolto l’occhialetto, onde poterle
rivolgere il suo sguardo più appassionato e leggere nel profondo delle sue
pupille.
Vi trovò affetto e rimpianto.
- E’ tutto merito del mio violino… - gli rispose la giovane. – Lei non sa
quanto è prezioso per me. Tengo a lui più che alla mia stessa vita…
La Rossa non sapeva, no, non sapeva che anche il volto amico del direttore
dell’Accademia degli Orfanelli era destinato a svanire nel vento dei
ricordi, al pari delle mille e mille immagini della vita.
Le regalò delle orchidee.
Una volta, ella si trovava sola nella sua stanza. Fuori c’era la bufera,
che muggiva in modo da far paura.
Le candele erano tutte accese ed ardevano vagamente sui bei candelabri
dorati.
A tratti, pareva che deboli folate di tormenta penetrassero nel tenero
rifugio e facessero tremare quelle fiamme.
I rami spogli sbattevano contro i vetri delle finestre. Erano loro i
fantasmi bianchi dell’inverno, che bussavano alle porte delle case, per
chiedere ricovero ed ospitalità.
A dire il vero, gli alberi sembravano morti, sì! Quelle che si vedevano
erano soltanto le ombre dei ricordi, corpi senza vita, fatti per la neve
ed il suo silenzio.
La Rossa teneva tra le braccia il suo violino. Lo trattava come se fosse
stato suo figlio.
All’improvviso, le parve di sentir bussare. Posò il suo strumento sul
tavolo e spalancò l’uscio, ma non c’era nessuno, soltanto bufera e gelo.
Poi si accorse che quel rumore proveniva da un baule…
Lo aprì.
- Sono io… - le disse la tenebrosa creatura che vi era contenuta. – Amore
caro, sono venuta a trovarti! Come stai? Tesoro, non sai quanto mi sei
mancata…
Sì, quella specie di scatola di legno conteneva i lunghi capelli biondi,
le labbra rosse, il viso diafano, le membra flessuose della Mercantessa.
La padrona di casa le tese la mano e la aiutò ad uscire.
- Non sapevo dove abitassi, perciò mi sono fatta recapitare direttamente a
casa tua… Così ti starò vicina… Oh, ti amo, quanto ti amo… Come mi sono
mancati i tuoi lunghi capelli e la loro carezza sulla pelle!
Le afferrò la bella chioma e se la portò al seno…
- Eri nel mio baule… - mormorò la violinista. – Sei stata chiusa lì tutto
questo tempo…
- Sì, tesoruccio, ma oggi voglio chiederti una cosa, in nome dell’affetto
che provi per me… Uh, guarda quanto brillano i tuoi begli occhi! Sì, si
vede che sei innamorata… Di me, scommetto…
- Mi hai fatto paura. Che cosa vuoi?
- Vorrei il tuo violino.
- No, quello non posso proprio dartelo. E’ la cosa più cara che mi resta…
- Vendimelo, te lo pagherò bene. Io sono un’appassionata di antiquariato e
di oggetti preziosi. Non sai quanto possa valere per me.
- No, mi dispiace…
- Ho detto che voglio il tuo violino!
- No, no e poi no!
- Dammelo!
- No, ti ho detto!
La luce delle candele illuminò la Rossa e la Mercantessa, mentre lottavano
con accanimento.
Ricordo che la maliziosa bionda era corsa a prendere il violino e l’altra
subito si era precipitata, per impedirglielo.
Che lotta furibonda fu!
La musicista tirava da una parte, la sua rivale dall’altra.
- Lascialo! Ti prego, è come se fosse il mio migliore amico…
- No!
- Lascialo, ti ho detto! O ti giuro che ti bastono!
- No e poi no!
- Non siamo più amiche!
Alla fine, il violino si ruppe e ciascuna delle due contendenti ne ottenne
una metà.
La Rossa pianse a lungo… Si ripropose di farlo riparare dal miglior
liutaio del borgo.
A quel punto, però, la Mercantessa lasciò andare la sua conquista, si
avvicinò alla sua amica e le diede un bacio sul collo, che parve quasi
addormentarla e renderla schiava dei sensi.
Sì, ora vi confiderò un segreto: i baci di quella donna potevano stregare.
- Ah, tu mi perdonerai, vero? – sussurrò la maliziosa. – Anzi, mi hai già
perdonato, in cuor tuo… Mi concederai ancora il tuo languido affetto e le
tue membra ardenti, non è così?
- Sì, sei il mio amore buono e caro, non posso rifiutarti nulla… - rispose
l’altra, i cui occhi scintillavano di mistero.
- Io ti lascerò il violino, per ora, ma sarai tu stessa a volermelo dare,
un giorno… Sarà il tuo dono d’amore alla tua cara amichetta… E’ vero che
non puoi stare senza di me?
- Sì, è così…
- Vedi allora che ci amiamo… Sì, tu mi ami e sarai mia…
La bufera muggiva sommessamente al di là dei vetri appannati delle
finestre… Le due femmine si erano affettuosamente abbracciate e
consumavano un amplesso bollente, nel baule di legno.
La loro pelle nuda toccava quelle tavole ruvide, mentre le loro braccia si
intrecciavano.
La Mercantessa volle insinuare la sua lingua dolcissima nella bocca della
compagna…
Ebbe la sensazione di
trarne del nettare prelibato. Fu come placare la sete che aveva di lei.
La Rossa, invece, legò con i suoi lunghi capelli il corpo della ladra di
violini, mentre con una gamba le strofinava il sesso.
- Non farmi male! – le raccomandò l’altra.
Entrambe gridavano piano.
Le loro voci soffocate si confondevano con il bruire vago della tormenta.
Il villaggio era deserto.
Una ad una, le ultime luci, dimenticate nel blu, si spegnevano. La neve
sembrava rendere ogni casa stellata e bianca.
L’indomani, i fanciulli del villaggio l’avrebbero trasformata in allegri
pupazzi.
Ricorderò con passione quelle labbra, che si toccavano, e quelle mani, che
si stringevano forte, nel fuoco della notte.
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